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Catena dei Lyskamm: sono due, sono bellissimi

Lyskamm Orientale e Lyskamm Occidentale: tra le due vette, un sottile nastro di neve, forse la traversata più entusiasmante delle Alpi. Ecco la storia della “Mangiatrice di uomini”, una regina oggi meno temuta, ma da avvicinare con rispetto… e un buon allenamento

I Lyskamm sono due, e sono bellissimi. Immaginate due cime di ghiaccio che si guardino da un’altezza superiore al Cervino e siano unite da un nastro di neve largo pochi decimetri e orlato di cornici e meringhe gelate. A nord la cresta sprofonda in un muro bianchissimo e segnato da seracchi sempre meno pronunciati con il riscaldamento climatico – la famosa parete nord dei Lyskamm, affacciata sul Vallese –, mentre a sud, il regno del terreno misto, la montagna è come sorretta da due grandi costole rocciose – la Cresta Perazzi e la Cresta Sella – ben visibili dal lato valdostano. Alla base della cresta Sella si alza il Naso del Lyskamm, cima minore ma niente affatto trascurabile. La prima salita del Lyskamm Orientale, 4527 metri, per la cresta sudest risale al 19 agosto 1861 ed è firmata da un foltissimo gruppo di alpinisti con guida: J.F. Hardy, A.C. Ramsay, F. Sibson, T. Rennison, J.A. Hudson, W.E. Hall, C.H. Pilkington e R.M. Stephenson, con J.P. Cachat, F. Lochmatter, K. Herr, S. Zumtaugwald, P. e J.-M. Perren. Partono da Zermatt, risalgono il Grenzgletscher e scalano la cresta in processione.

La Mangiatrice di uomini

Più blasonata e prestigiosa è l’ascensione del Lyskamm Occidentale, 4479 metri, seguita dalla traversata dal Colle del Felik al Colle del Lys. Ci riescono, il 16 agosto 1864, due alpinisti e due guide d’eccezione: Leslie Stephen ed Edward N. Buxton, con Jacob Anderegg e Franz Biner. Nasce la reputazione (ma anche il tabù) di una delle più belle traversate d’alta quota, particolarmente ambita dagli amatori di cime tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, molto apprezzata ancora oggi. Percorribile sia in un senso che nell’altro, la vertiginosa cresta di collegamento dei Lyskamm colleziona successi, sconfitte e tragedie, ammantandosi di una fama sinistra. A un certo punto la chiamano la Mangiatrice di uomini. Con le sue cornici di neve e la lama di ghiaccio talvolta fine come un coltello, ha fatto molte vittime e tanti innamorati.

Per decenni, ogni limpido giorno d’estate almeno una cordata cavalcava il nastro teso tra le due cime. L’asse di equilibrio diventa una delle traversate più iconiche delle Alpi e può trasformarsi in un piacere o un azzardo, secondo le condizioni della montagna. La leggenda narra che sulla “Mangiatrice” sia meglio legarsi vicini a corda corta, pronti a buttarsi da una parte se il compagno dovesse precipitare dall’altra. Si favoleggia che alcuni sventurati si siano salvati in questo modo, per contrappeso, ma è appunto una leggenda. L’unica tecnica ragionevole consiste nel tenere gli occhi ben aperti e la mente concentrata, controllando la vertigine e appoggiando un piede dopo l’altro, come s’insegna ai bambini. Vietato inciampare. Proibito scivolare. Non c’è niente di eccezionale a percorrere l’asse di equilibrio, ma non sono consentiti errori.

Svizzeri sugli sci

Nel marzo del 1915 l’ingegnere topografo di Neuchâtel Marcel Kurz, il più grande interprete dell’applicazione degli sci sui ghiacciai delle Alpi, durante una campagna sul Monte Rosa si avvicina alla bianca cima del Lyskamm Orientale. La comitiva raggiunge il Colle del Lys con gli sci e cerca riparo dal vento alla Roccia della Scoperta, la stessa su cui i sette ragazzi di Gressoney, nel lontano 1778, erano venuti a cercare la valle perduta degli antenati walser. “Appena fummo sulla cresta il vento cessò come per incanto” scrive Kurz, “e questa fu una fortuna perché non so che cosa sarebbe stato di noi se avessimo dovuto conservare l’equilibrio contro la violenza delle raffiche. Quando si è andati a passeggio per tante ore con gli sci su vasti campi di neve, e si lasciano d’un tratto i lunghi pattini per calzare i ramponi e impegnarsi su una cresta affilata come quella del Lyskamm, ci vuole un momento per ritrovare lo sdegno superbo che se ne ride degli abissi e del pericolo”. La bufera si placa e gli svizzeri raggiungono la cima.

Grandi guide e nobili clienti

Intanto sono state percorse la Cresta Perazzi e la Cresta Sella al Lyskamm Orientale, itinerari d’altri tempi – si direbbe ora – su rocce rotte ma un tempo tenute insieme dal ghiaccio. Itinerari un po’ declassati per via delle temperature e del permafrost che non fa più il suo lavoro. Vie sempre meno frequentate perché non vantano la nomea di altri itinerari, anche se sono bellissime. La prima, dedicata al senatore Costantino Perazzi e salita il 2 agosto 1884 dalle guide Daniele, Giuseppe e Pietro Maquignaz con lo stesso Perazzi, in realtà è una variante (più sicura) di un vecchio itinerario del 1867. La seconda, sempre dei Maquignaz con Alessandro e Corradino Sella in compagnia dell’alpinista scrittore Guido Rey, risale al 31 luglio 1884 ed è ancora un miglioramento della via storica del 1878.

Nel 1902 le guide Francesco Curtaz, Giacomo David e Alberto Lazier aprono un severo itinerario sulla parete sudest del Lyskamm Orientale, muro complesso e repulsivo. Nel 1903 Antonio Curtaz e Giovan Battista Pellissier, insieme alla contessa Grace Filder di Campello della Spina, tracciano una linea sulla stessa parete, oggi nota come via Filder. Grace scrive: “Le guide si congratularono meco con una buona stretta di mano. Non chiesero l’onore di abbracciarmi come avevano fatto le ventiquattro guide, meno educate, della sposa del Monte Bianco mademoiselle d’Angeville”.Quattro anni dopo arriva la notevole ascensione invernale della cresta Perazzi per opera del biellese Mario Piacenza con le guide Antonio Curtaz, Edoardo e Alberto Lazier. È il 17 gennaio 1907, vista splendida e temperature polari. Avventura totale.

Sulla Nord senza ramponi

Passiamo sull’altro versante, il più himalaiano. Sulla parete nord del Lyskamm Orientale corre una delle vie più classiche del Monte Rosa, anch’essa insidiata dal riscaldamento climatico, soprattutto nel cuore dell’estate. Venne salita con una grande performance nel 1890 da Ludwig Norman-Neruda, guidato dal fortissimo engadinese Christian Klucker e da Josef Reinstadler. C’è voluta una gran bella classe a infilarsi su quel muro bianco senza ramponi! Dopo che il mitico Willy Welzenbach con Rudolf Walter, in occasione della quarta ripetizione della via, nel 1925 sale la parete senza toccare la costola rocciosa, i ripetitori cominciano a seguire il nuovo itinerario, tutto di ghiaccio. Oggi, come sulle altre pareti nord, per trovare la neve bisogna andarci in primavera, o addirittura in inverno.

Sulla parete settentrionale, amplissima, sono state disegnate vie da alpinisti di fama internazionale come Toni Hiebeler e Kurt Diemberger. Quest’ultimo, con Stefan Wolfgang, nel 1956 studia il muro del Lyskamm Occidentale, 900 metri di altezza. Lo affrontano partendo in piena notte e cercando “un tracciato direttissimo, a goccia d’acqua. Ne esce una prima salita in sole sette ore e mezza. Una meravigliosa via. Wolfi è raggiante, e anch’io” scrive Diemberger al ritorno. Qualche anno dopo arrivano i tracciati di Hiebeler e Gross (1960) e di Hiebeler e Pokorski (1961), inframezzati da altri itinerari che segnano di impronte umane il grandioso lato svizzero dei due Lyskamm, che unendosi idealmente alla parete nord delle Rocce Nere e dei Breithorn, costituisce una delle barriere d’alta quota più ampie e impressionanti delle Alpi.

Piolet traction e sci ripido

Infine, arrivano la tecnica della piolet-traction e la rinascita della scalata glaciale. L’avventura del ghiaccio “moderno” si realizza di nuovo sulla parete del Lyskamm Occidentale, che fiancheggia il più tradizionale scivolo dell’Orientale. Il 10 settembre 1982, gli specialisti Patrick Gabarrou, Gian Carlo Grassi e Carlo Stratta aprono in 14 ore una via di mille metri, con muri di ghiaccio, seracchi sospesi e pendenze oltre la verticale.

L’avventura dei Lyskamm si completa più o meno negli stessi anni con le prime discese in sci, a cominciare dalla classica via Neruda del 1890, o meglio della Welzenbach del 1925. Lo scivolo perfetto non poteva passare inosservato ai virtuosi dello sci estremo, che sanno che la pendenza è più benigna di quanto appaia osservandolo frontalmente o di taglio, per esempio dalla capanna Margherita. Scendono per primi Martin Burtscher e Kurt Jeschke. Tone Valeruz ripete la discesa nel 1993. Oggi è una grande classica di sci ripido.

Quando il ghiacciaio si divide

Con il nuovo millennio la montagna cambia a vista d’occhio. Anche sulle altissime elevazioni glaciali dei Lyskamm iniziano a comparire le rocce dove prima si vedeva solo il bianco della neve. Il Ghiacciaio del Lys, che sembrava eterno, comincia a spaccarsi e mostrare macchie scure. Tutto cambia sotto i nostri occhi. Il 27 settembre 2019 partecipo a una specie di rito funebre in alta Valle di Gressoney. Alle sorgenti del Lys c’è un bel sole, l’aria è quasi ferma e fa un caldo decisamente innaturale per la fine di settembre. In due ore siamo saliti in cento sulla morena, fermandoci su un terrazzo a sbalzo. Sotto c’è il vuoto lasciato dal ghiacciaio, sopra volano due gipeti in amore, davanti si alza la montagna. Guardo il Rosa e penso al nome roisa, che vuol dire ghiacciaio e adesso suona come un’ammonizione. Per quanto tempo ancora?

Il Lys è il paziente più osservato delle Alpi fin da quando Umberto Monterin, glaciologo e climatologo della valle, negli anni Venti del Novecento cominciò a misurarne gli sbalzi d’umore e i regressi della fronte. Se il vecchio Umberto fosse qui oggi ci spiegherebbe sbigottito quello che è successo – penso – ma basta ascoltare Davide Camisasca, guida e fotografo di Gressoney, per capire che la situazione è precipitata con gli anni Novanta. Quando io e Davide cominciavamo a scalare le montagne, qui in basso arrivava la lingua gelata del Lys; adesso ci sono due laghi verdi che bevono e sputano acqua sporca. Per trovare il ghiaccio bisogna salire sotto il Naso del Lyskamm, dove convergono le due seraccate senza più toccarsi. Quando un ghiacciaio si divide, firma la sua fine.

Articolo scritto da Enrico Camanni 

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