
Nelle scorse settimane, la proposta di emendamento al DDL Malan riguardante lo stambecco ha sollevato un acceso dibattito. Parliamo di una specie selvatica che in passato ha rischiato l’estinzione – per causa principalmente umana – , tornata a espandersi grazie a decenni di protezione legale e di interventi atti a favorire il recupero delle popolazioni alpine. L’accusa mossa al Governo da gran parte dell’opinione pubblica e da voci autorevoli – tra cui il Presidente del Parco Nazionale Gran Paradiso, da noi intervistato – è di aver avanzato una proposta di legge priva di una chiara base storica e scientifica.
Il dietrofront del Governo, arrivato il 22 maggio scorso, ha evitato quella che a molti è apparsa come una pagina assurda nella gestione faunistica italiana. Tuttavia, questo episodio non è un caso isolato. La gestione della fauna selvatica è un tema complesso e delicato: senza il costante supporto della scienza e dei dati reali, il rischio concreto è quello di tradurre in legge opinioni personali o spinte emotive non supportate dai fatti. Se si sfogliano le pagine del nostro passato legislativo, si scopre ad esempio una vicenda che vede come protagonista una specie condannata a morte per ragioni oggi decisamente opinabili.
Quello che stiamo per raccontarvi potrebbe sembrare l’inizio di una vecchia favola, eppure è una storia drammaticamente vera. C’era un tempo, non troppo lontano, in cui un piccolo predatore acquatico, tra i più elusivi dei nostri ecosistemi, era considerato dalla legge un ricercato speciale da eliminare in quanto “ladro di pesci”.
È la storia della lontra eurasiatica (Lutra lutra), una specie che abbiamo rischiato di perdere per sempre a causa di un vecchio pregiudizio e che oggi sta tornando, fortunatamente, a ricolonizzare i corsi d’acqua del nostro Paese.
La lontra “ladra di pesci”
Appartenente alla famiglia dei mustelidi – come tassi e donnole –, la lontra è un piccolo mammifero che presenta adattamenti peculiari alla vita semiacquatica: un corpo affusolato con zampe palmate, una pelliccia impermeabile e sensi straordinari che le permettono di sigillare narici e orecchie in immersione. Eppure, nel secolo scorso, questo gioiello dell’evoluzione non era visto come un miracolo biologico da ammirare.
Il Regio Decreto del 5 giugno 1939 la inserì ufficialmente nella lista nera degli animali nocivi. L’accusa, mossa da una visione puramente utilitaristica della natura, era netta: “ruba” il pesce ai pescatori. Per decenni fu oggetto di una vera persecuzione, che affondava le radici in una ignoranza scientifica di fondo. La lontra non ruba nulla all’uomo, svolge anzi per i fiumi una funzione essenziale: predando i pesci malati o più lenti e tenendo in equilibrio le popolazioni di anfibi e crostacei, la lontra contribuisce attivamente a garantire la salute dei corsi d’acqua.
Una prima e fondamentale inversione di rotta arrivò solo nel 1971 con il “decreto Natali”, che eliminò finalmente la lontra dall’elenco degli animali nocivi. Da quel momento fu avviato un lento percorso di tutela, ma solo nel 1992, con la legge n. 157, la specie è stata ufficialmente riconosciuta e inserita tra quelle particolarmente protette.
Tuttavia, i decenni di caccia, uniti alla progressiva cementificazione e distruzione delle sponde e all’inquinamento delle acque, avevano ormai lasciato un segno profondo. Il verdetto drammatico arrivò nel 1984: il primo monitoraggio nazionale coordinato dal WWF ne censì appena 100 esemplari in tutta Italia. L’estinzione era stata quasi raggiunta.
Il ritorno spontaneo della lontra in Italia
Oggi la popolazione italiana appare in crescita ed è stimata tra gli 800 e i 1.000 individui. Si tratta di un traguardo importante, anche se questi numeri non sono ancora sufficienti per decretare che la specie sia fuori pericolo: la soglia critica stimata dagli esperti per evitare il rischio di estinzione a lungo termine si aggira infatti intorno ai 4.000-5.000 esemplari.
La cosa straordinaria è che questo recupero non è frutto di piani di reintroduzione artificiale. Come ha raccontato la Prof.ssa Anna Loy, impegnata da oltre 40 anni nello studio e nella tutela delle lontre, in un’intervista rilasciata a Il Bo Live (Università di Padova), l’Italia aveva ipotizzato nei decenni passati di tentare la via dei programmi di reintroduzione, ma la faccenda ha preso una piega inaspettata.
“Qualcosa è andato storto – spiega l’esperta – . Ci si è accorti che le lontre europee dell’allevamento inglese erano state incrociate con una sottospecie asiatica, la Lutra lutra barang. Perciò tutti i progetti di reintroduzione – almeno nel nostro paese – furono immediatamente bloccati dall’IUCN, dall’Ispra e dal Ministero dell’Ambiente […]. Il suo ritorno nel nostro paese oggi è un processo del tutto naturale.”
Le lontre hanno fatto – e stanno facendo – tutto da sole. Sono tornate perché abbiamo smesso di ucciderle. Incontrare questo animale in natura rimane comunque un evento raro, a causa della sua natura estremamente elusiva. Per conoscerlo da vicino, il suggerimento è di puntare ai centri di educazione e studio come l’Area Faunistica della Lontra a Caramanico Terme, nel cuore del Parco Nazionale della Maiella.
La sfida del futuro (e un mito da sfatare)
I dati raccolti nell’ambito del Progetto Lontra – promosso e finanziato da WWF Italia in collaborazione con l’Università degli Studi del Molise – presentati in occasione della Giornata Mondiale della lontra 2024 – hanno confermato che la specie è ufficialmente tornata sull’arco alpino.
Dopo decenni di assenza, la lontra ha riconquistato territori in Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Liguria, facendo registrare nuove, importanti apparizioni anche al Centro, in particolare nel Lazio e nelle Marche. Questa espansione va a ricongiungersi con lo storico nucleo meridionale, che negli anni della crisi ha resistito tra Campania e Basilicata e che oggi continua a consolidarsi anche in Puglia, Calabria, Abruzzo e Molise. Un ritorno che andrebbe supportato con un maggiore impegno nel limitare quelle che, ad oggi, appaiono le maggiori minacce per la specie: il degrado fluviale e gli investimenti stradali.
Chiudiamo la favola della nostra lontra con una piccola curiosità, un’informazione che probabilmente determinerà la fine di un mito. Sui social spopolano i video di lontre che dormono tenendosi per mano per non perdersi. Scene molto tenere, che non ci appartengono. Questo comportamento risulta infatti caratteristico della lontra marina, che è in grado di creare vere e proprie “zattere” galleggianti per resistere alle correnti oceaniche. La lontra eurasiatica preferisce di gran lunga dormire da sola, ben nascosta tra la vegetazione sulle sponde dei fiumi.