
Nel 2026 ricorre il centenario della morte della regina Margherita, una delle figure più rispettate nella storia d’Italia, che si è ritagliata uno spazio di primo piano perfino nella storia dell’alpinismo. Attraverso lo sguardo di Margherita, Meridiani Montagne di maggio torna nella Valle di Gressoney, per riscoprire i grandi paesaggi del Monte Rosa, i luoghi, le amicizie, le ville e il castello che hanno ospitato la regina, la cultura walser che lei tanto amava e che ancora è viva, nella lingua e nei costumi. La vetta più alpinistica, che sovrasta la valle e ne è il simbolo più visibile, è quella dei Lyskamm, di cui raccontiamo la lunga storia alpinistica, soprattutto sulla sua famosa parete nord. Ma importanti sono anche i belvedere che si godono lungo le escursioni più panoramiche, come quella che ci porta oltre i 3300 metri di quota sulla cima del Testa Grigia, un’incredibile balconata sul Gruppo del Rosa. Più a valle, andiamo infine a incontrare i produttori, gli artigiani e gli artisti che rendono Gressoney uno dei paesi più vivaci della Valle d’Aosta: tra questi, soprattutto il fotografo e guida alpina Davide Camisasca, a cui dobbiamo le immagini più emozionanti di questo numero.
I Walser, i Lyskamm e la regina
Lavoravo a una ricerca sui Walser, un quarto di secolo fa, quando mi sono imbattuto in questi versi del poeta gressonaro Bruno Favre (1914-1991): “D’liebò guetò litté tien vérschwende / André tientdché vorwerz, machò / Me lenge tretta. / D’bestschò Greschòneiera sin’ém Fridhof…” (la buona gente tende a scomparire, altri si fanno avanti a passi da gigante. I migliori gressonari si trovano al cimitero). In quell’occasione avevo anche incontrato Eugenio Squindo, che si occupava del Walserkulturzentrum e aveva già più di 80 anni (immagino dunque che sia scomparso anche lui): mi aveva detto che su tutte le Alpi non più di 600 persone sapevano parlare la lingua walser, il titsch, e che nel giro di mezzo secolo sarebbe sparita del tutto. Secondo i suoi calcoli, dunque, mancherebbero solo altri 25 anni perché una cultura millenaria non sappia più esprimersi. Lavorando oggi a questo numero sui Lyskamm e la Valle del Lys (o di Gressoney), tendo a essere un po’ più ottimista di Favre e Squindo: gressonari vivi e vegeti, e molto attivi nel far fiorire la valle, ne abbiamo incontrati parecchi, mentre la lingua continua a vivere come una bandiera identitaria, attraverso un dizionario che sempre si rinnova. È chiaro, tuttavia, che usi e costumi non sono cristallizzati nel tempo, si adattano alle nuove condizioni sociali ed economiche, diventano parte dell’offerta turistica: succedeva anche ai tempi della regina Margherita (della quale celebriamo in queste pagine il centenario della morte): per lei fu “reinventato” il costume gressonaro, con quella meravigliosa cuffia intessuta d’oro degna di una sovrana. Se i Walser sono vivi, non altrettanto si può dire dei loro ghiacciai: i Lyskamm, cime temutissime un tempo per le loro creste sottili e gli scivoli ghiacciati, sono sempre meno bianchi, e il Ghiacciaio del Lys è in via di rapida sparizione. Li raccontiamo lo stesso perché c’è sempre modo di ammirarli, anticipando le stagioni, cambiando itinerari, riscoprendo i colli e i belvedere di mezza valle. L’alpinismo, se praticato con intelligenza, è resiliente e non muore mai. Proprio come i Walser.