Cronaca

Addio a Will Stanhope: morto a 39 anni dopo una caduta a Squamish

Il climber canadese è deceduto in seguito a una caduta sullo Squamish Chief. Tra i protagonisti più visionari della sua generazione, lascia un’eredità fatta di prime salite, free solo e grandi avventure.

La comunità internazionale dell’arrampicata piange la scomparsa di Will Stanhope, morto a 39 anni in seguito a un incidente avvenuto a Squamish, in Canada. La notizia è stata confermata dalla famiglia attraverso i social media: fatale una grave lesione alla testa riportata dopo una caduta lungo la via Rutabaga, sullo Squamish Chief.

Figura carismatica e fuori dagli schemi, Stanhope era considerato uno degli interpreti più puri e creativi dell’arrampicata contemporanea. La sua carriera ha attraversato tutte le dimensioni della disciplina: dall’alpinismo d’esplorazione alla salita delle grandi pareti, dal trad al free solo, sempre con uno stile personale e una forte componente narrativa.

“Will ha vissuto con una passione e un coraggio che la maggior parte di noi può solo sognare. Aveva una memoria prodigiosa e grandi storie da raccontare. Era un uomo gentile e sensibile, con uno straordinario senso dell’umorismo. La roccia era la sua casa e la comunità dell’arrampicata la sua famiglia. Affrontava ogni salita con uno spirito capace di ispirare” scrivono di lui i familiari.

Una vita verticale

Cresciuto tra le falesie e le big wall della British Columbia, Stanhope si era fatto conoscere già nel 2007 con la prima libera di The Prow sullo Squamish Chief. Negli anni successivi aveva firmato salite di riferimento come Cobra Crack e ripetizioni di altissimo livello nello Yosemite National Park, dove aveva anche realizzato il free solo di Separate Reality.

Proprio nello Yosemite aveva condiviso alcune esperienze con Alex Honnold, che lo aveva descritto come “un vero climber, il tipo di persona che vuoi accanto al fuoco la sera”. Un riconoscimento che riflette bene la sua identità: meno interessato alla performance pura e più attratto dall’avventura, dall’esposizione e dall’esperienza autentica della montagna.

Tra le sue realizzazioni più significative spiccano la prima libera della Tom Egan Memorial Route nei Bugaboos (2015) e numerose spedizioni in aree remote. Nel 2014, insieme a Marc-Andre Leclerc e altri compagni, aveva aperto La Vuelta de los Condores in Patagonia, incarnando uno stile leggero e avventuroso, senza supporti tecnologici.

Nel 2017 aveva completato, insieme a Leo Houlding, la traversata in giornata delle tre Howser Towers, una delle realizzazioni più emblematiche del suo percorso. Più recentemente, nel 2024, aveva firmato con Tim Emmett la prima libera della cresta sud del Combatant, nella Waddington Range.

Un narratore

Oltre alle salite, Stanhope era apprezzato anche per la sua capacità di raccontare l’esperienza verticale. I suoi articoli pubblicati sulle più celebri riviste di settore americane restituiscono un alpinismo fatto di intuizione, rischio e connessione profonda con l’ambiente.

Nelle sue parole ricorre spesso un senso di gratitudine verso la montagna, vissuta non come terreno di conquista ma come spazio di relazione. Un approccio che lo ha reso una figura di riferimento per molti giovani climber.

La famiglia ha annunciato che nelle prossime settimane sarà organizzato un momento di commemorazione a Squamish. Nel messaggio diffuso online si legge: “A tutti coloro che hanno scalato con lui, seguito il suo percorso e gli hanno voluto bene: grazie per aver fatto parte della sua vita. Se ne va così, nel silenzio, uno degli interpreti più autentici dell’arrampicata moderna. Si lui resta una traccia, una direzione da seguire tra linee aperte, storie vissute e un modo unico di stare in montagna.

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