Scoperto in Patagonia un enigmatico dinosauro “collo lungo”
Bicharracosaurus dionidei: questo il nome del sauropode scoperto nell'Argentina meridionale, un vero mosaico biologico.


La Patagonia rappresenta per gli appassionati di montagna e alpinismo una di quelle mete leggendarie che si spera di raggiungere almeno una volta nella vita. Un Eden di rocce che, oltre a plasmare un paesaggio aspro e maestoso, rappresentano tesori inestimabili anche per un altro settore: la paleontologia. Sotto la superficie rocciosa battuta dai venti, la regione nasconde infatti uno dei più ricchi archivi preistorici del pianeta.
Dalle scoperte del colossale Argentinosaurus – un titano da 90 tonnellate lungo quanto tre autobus di linea – ai nidi di uova di dinosauro pietrificati, la Patagonia continua a regalare capitoli dei primordi della vita a quattro zampe sulla Terra. L’ultima sorpresa arriva dalla provincia del Chubut nell’Argentina Meridionale, per la precisione nella formazione Cañadón Calcáreo, dove i ricercatori hanno identificato un nuovo protagonista del periodo Giurassico: il Bicharracosaurus dionidei.
La scoperta di Bicharracosaurus dionidei
Il nome scientifico della nuova specie, Bicharracosaurus dionidei, è un omaggio che unisce scienza e vita quotidiana. Il termine deriva infatti da bicharraco, una parola colloquiale spagnola usata per indicare un animale di dimensioni impressionanti. La seconda parte del nome, dionidei, fa invece riferimento a Dionide Mesa, il pastore che per primo notò quelle forme insolite e scure affiorare dal terreno della sua fattoria. Un occhio abituato alla terra che ha saputo distinguere un frammento di storia millenaria da una comune pietra, permettendo alla scienza di recuperare un tassello perduto dell’evoluzione. Oggi i suoi resti sono custoditi al Museo Paleontológico Egidio Feruglio (MEF) di Trelew.
La scoperta è stata oggetto di una recente pubblicazione sulla rivista scientifica Historical Biology, frutto di un’analisi condotta da un team internazionale di paleontologi. Nonostante i suoi 20 metri di lunghezza – una taglia media per i rettili del Giurassico – il Bicharracosaurus ha un valore scientifico immenso.
I ricercatori hanno recuperato diverse parti della sua colonna vertebrale, tra cui oltre 30 vertebre cervicali, dorsali e caudali, alcune costole e un frammento dell’osso pelvico, appartenenti a un esemplare adulto, che si stima sia vissuto nel continente meridionale del Gondwana circa 155 milioni di anni fa. Ma la vera particolarità del Bicharracosaurus di Dionide risiede nella sua fisionomia: è un vero e proprio “mosaico” biologico.
Un dinosauro “mosaico”
Il fossile è di estremo interesse per i ricercatori poiché combina caratteristiche anatomiche tipiche di famiglie diverse di dinosauri: i brachiosauridi e i diplodocidi. Alcune parti dello scheletro mostrano infatti somiglianze con il Giraffatitan africano (un brachiosauride della Tanzania), mentre altre caratteristiche, in particolare quelle delle vertebre dorsali, ricordano il Diplodocus e i suoi parenti più stretti del Nord America.
Le analisi filogenetiche condotte sullo scheletro confermano che il Bicharracosaurus dionidei era strettamente imparentato con i Brachiosauridae, il che lo rende ufficialmente il primo brachiosauride del Giurassico invenuto in Sud America. Fino ad oggi, la nostra conoscenza dell’evoluzione dei sauropodi del Giurassico superiore si è basata quasi esclusivamente sui numerosi ritrovamenti fossili provenienti dal Nord America e da altri siti dell’emisfero settentrionale. Per lungo tempo, è esistito un solo sito di riferimento significativo per l’emisfero meridionale, situato in Tanzania.
Come sottolinea il professor Oliver Rauhut dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco, coordinatore della ricerca: “Il sito fossilifero nella provincia argentina di Chubut, da cui proviene il Bicharracosaurus dionidei, ci fornisce importante materiale comparativo, che ci permette di integrare e rivalutare continuamente la nostra comprensione della storia evolutiva di questi animali, in particolare nell’emisfero meridionale”.
Comprendere appieno come questi giganti “mosaico” si siano evoluti nel Gondwana rappresenta una sfida aperta della paleontologia moderna.


