
Oltre cinquanta pecore uccise, un gregge decimato e un progetto di salvaguardia in ginocchio. È il bilancio della predazione avvenuta nei giorni scorsi a Comano Terme, in Trentino, ai danni dell’azienda “La filiera della lana”. Un colpo duro non solo per l’economia locale ma per la biodiversità: le vittime appartenevano infatti alla razza Tingola, una varietà autoctona in via di estinzione.
Eppure, dietro la cronaca nera, emerge un dettaglio tecnico che sposta il focus della narrazione: i rilievi del Corpo Forestale hanno accertato che il recinto elettrificato, destinato alla protezione degli animali, era privo di tensione. La mancanza di manutenzione avrebbe dunque a agevolato l’accesso dei lupi all’interno dell’azienda. L’episodio riaccende così il dibattito, mai sopito, sulle responsabilità legate alla prevenzione e sulla difficile convivenza tra grandi carnivori e attività antropiche nel territorio montano.
Pecore uccise, il punto dolente del recinto spento
La vicenda ha colpito al cuore un progetto d’eccellenza, gestito da Lorenza e Sandro, proprietari dell’azienda “La filiera della lana”, nata con l’idea di valorizzare la lana, un materiale spesso considerato scarto, rendendola fulcro di una filiera sostenibile per la produzione di filato. La perdita di oltre cinquanta capi non è solo un dato che si va a inserire nelle statistiche che raccontano la difficile convivenza tra uomo e lupo. Cinquanta capi perduti equivalgono alla distruzione di anni di selezione genetica per la tutela della Tingola.
La solidarietà istituzionale non è mancata, ne è testimonianza l’intervento di Vanessa Masè (Consiglio della Provincia Autonoma di Trento), che in una nota diffusa a mezzo stampa ha sottolineato come “scegliere di dedicare la propria vita professionale e familiare all’allevamento di una razza particolare e autoctona di pecore in via di estinzione (razza Tingola) e, ancor più, al recupero e alla gestione della filiera della lana – troppo spesso considerata uno scarto – è un lavoro che va sostenuto e tutelato ogni giorno.”
Il punto dolente della questione è legato alla recinzione che non ha svolto la sua funzione, in quanto priva di elettricità. Sebbene l’acquisto delle recinzioni elettrificate sia interamente finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento, la responsabilità del loro corretto funzionamento e della continuità elettrica ricade sugli allevatori.
ENPA: prevenzione essenziale
Sulla vicenda è intervenuta la sezione ENPA di Rovereto, che pur esprimendo rammarico per la morte degli animali, punta il dito contro la mancata manutenzione dei sistemi di sicurezza. Secondo l’ente protezionista, la tragedia era evitabile: in territori dove il lupo è presente, il recinto non è un optional ma uno strumento di lavoro che deve essere tenuto in piena efficienza.
L’ENPA critica aspramente le reazioni “inutilmente rabbiose” di alcune istituzioni locali, invitando invece a una gestione razionale e oggettiva del problema. L’associazione sottolinea come una corretta prevenzione sia l’unica strada per tutelare contemporaneamente il bestiame e i grandi carnivori, evitando che episodi di negligenza alimentino campagne d’odio contro la fauna selvatica.
Viene inoltre ricordato il ruolo ecologico del lupo nel contenimento naturale di altre specie, come i cinghiali, spesso dannosi per l’agricoltura. Sul fronte economico, nonostante l’errore tecnico riscontrato, resta attivo il sistema di indennizzi della Provincia, che ha recentemente abbassato le soglie di accesso ai rimborsi (fino al 90% del danno), nel tentativo di mitigare l’impatto di una convivenza che resta, a oggi, una delle sfide più difficili per l’identità rurale del Trentino.
“Il caso di Comano Terme dimostra che la prevenzione resta il punto chiave – conclude l’ENPA – quando le difese saltano, il conto lo pagano gli animali.”
La voce dei titolari: “Protezioni fragili e burocrazia infinita”
L’azienda ha scelto di condividere un grido di dolore attraverso i social, puntando il dito contro i limiti tecnici della prevenzione e i ritardi amministrativi, senza però demonizzare l’animale: “Il lupo fa il lupo e l’orso fa l’orso, non c’è dubbio. Il problema è la gestione perché manca equilibrio”.
I titolari evidenziano come la vicinanza dei predatori ai centri abitati sia ormai un dato di fatto: “I lupi sono troppo vicini ai paesi, sono dentro i paesi. Quando gli allevatori smetteranno di avere animali, prederanno cani e gatti domestici”. Sul fronte tecnico, spiegano le difficoltà oggettive: “Gestiamo 4 ampi recinti di 2,5 ettari ciascuno. Più lungo è il perimetro, più è difficile garantire la corrente costante: basta un ramo appoggiato dai fili per il vento o la pioggia perché la tensione si scarichi a terra. In ogni caso, i lupi saltano tranquillamente i due metri, mentre la recinzione per legge non può superare i 150 cm”.
Il vero nodo, secondo l’azienda, resta però la possibilità di offrire un ricovero sicuro: “Da più di 10 anni chiediamo di costruire una stalla, ma tra fusioni di comuni e varianti al PRG è tutto bloccato in Provincia per tempi burocratici. Se le pecore devono stare chiuse in piccoli spazi super protetti, non ha più senso il progetto di cura del territorio abbandonato”.
Un paradosso che ora rischia di trasformarsi in un serio peso economico: oltre alla perdita della fibra tessile selezionata in dieci anni, l’azienda rischia di dover restituire i contributi per gli sfalci degli ultimi cinque anni a causa del calo del numero di animali. “Il mantenimento delle protezioni è costoso – lamenta l’azienda – sia in denaro ma soprattutto in tempo che l’allevatore deve perdere quotidianamente. Se il tempo di lavoro viene speso per questo motivo è meglio chiudere perché, mentre controlli i recinti, l’azienda, il lavoro e la famiglia vengono trascurati.”