
La primavera è la stagione del risveglio della natura. Nel cuore dell’Appennino, mentre i boschi tornano a inverdirsi e le fioriture iniziano a colorare i pendii, l’orso marsicano interrompe il suo isolamento invernale e torna a calpestare il territorio. È una fase estremamente delicata: con il risveglio degli esemplari si riaccende anche la complessa sfida della convivenza con l’uomo, specialmente laddove la presenza del plantigrado non è ancora un’abitudine consolidata. In questo scenario opera “Salviamo l’Orso”, organizzazione impegnata a promuovere la tutela della specie attraverso progetti di conservazione sul campo, attività educative e di coinvolgimento delle comunità locali nelle aree di espansione dell’orso – ovvero al di fuori dei confini del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise – lavorando in quei territori dove l’animale è percepito con sospetto, come una novità e, spesso, come un pericolo.
Abbiamo intervistato la naturalista e giornalista ambientale Valeria Barbi per farci raccontare come si costruisce, giorno dopo giorno, una cultura della coesistenza, quali siano le risposte delle comunità locali e come attività concrete – dalla messa in sicurezza di recinti e pollai alla gestione dei rifiuti, dalle iniziative di clean up all’installazione di segnaletica stradale – possano aiutare a trasformare il potenziale conflitto in collaborazione.
Valeria, la primavera è una fase delicata del ciclo vitale dell’orso marsicano: gli esemplari si risvegliano. Ma facciamo un passo indietro: possiamo chiederle di spiegarci cosa accade all’orso nei mesi di ibernazione? È un addormentarsi in autunno e svegliarsi a primavera, senza percepire stimoli esterni?
L’ibernazione è una forma di letargo leggero, con ritmi metabolici ridotti al minimo. Sono mesi in cui gli orsi non urinano, non defecano, respirano con una frequenza di 1 o 2 volte al minuto, il cuore lavora a circa 10 battiti al minuto. È un periodo complicato e delicato, motivo per cui bisognerebbe eliminare il rischio di incontrare una tana, soprattutto perché è in questo periodo che le femmine danno luce ai cuccioli e, qualora dovessero essere svegliate, potrebbero decidere di abbandonare la tana e i piccoli.
Domanda da inesperti, ma le orse partoriscono dormendo?
Non dobbiamo immaginare l’ibernazione come uno stato comatoso. Dicevamo che i ritmi metabolici sono ridotti al minimo, dunque non è che partoriscano senza averne coscienza. I piccoli nascono attorno a circa 500 grammi ed escono dalla tana che pesano circa 3 kg. Dati che evidenziano quanto sia importante lasciarli crescere tranquilli, senza arrecare disturbo alle tane.
L’ibernazione segue un ritmo circannuale specifico?
In generale, il letargo per gli orsi inizia tra novembre e dicembre – in alcune aree più fredde d’Europa anche prima – e finisce tendenzialmente tra marzo e aprile. Ma non c’è una sveglia vera e propria che segnala l’avvio dell’ibernazione. È un momento influenzato da diversi fattori, quali la temperatura, la disponibilità di cibo, le condizioni fisiche dell’animale – prima del letargo gli orsi vivono una fase di iperfagia, si alimentano di più per avere idonee scorte energetiche per superare l’inverno. Fattori che risultano influenzati dalla crisi climatica. Pur non essendoci studi dedicati nello specifico alla sottospecie marsicana, ricerche realizzate in particolare sull’orso nero e sull’orso bruno americano, mostrano che il clima in mutamento sta avendo un impatto sulle abitudini dei plantigradi. Vanno in letargo più tardi, si svegliano molto prima, talora non entrano proprio in ibernazione. Questa condizione riduce il periodo di assenza dal territorio su cui l’orso deve convivere con l’essere umano e lo pone anche in condizione di dover cercare cibo in una stagione in cui in natura se ne trova poco. Nel caso dell’orso marsicano si sta notando che alcuni esemplari non entrano in letargo o conducono un letargo molto breve. Le cause sono molteplici, il riscaldamento globale potrebbe incidere ma non è l’unico fattore in gioco.
Considerato lo sforzo del parto e l’allattamento dei piccoli, il momento del risveglio risulta più delicato per le femmine rispetto che per i maschi?
Sì, la femmina con cuccioli si trova ad affrontare una fase molto delicata: deve premurarsi di disporre di energie sufficienti per se stessa ma anche per la prole. Ad ogni modo, la vita degli orsi è un ciclo continuo di fasi delicate. Pensate che, superata la fase del risveglio tra marzo e aprile, inizia tra maggio e giugno il periodo dell’amore e dei corteggiamenti. E il tutto in un territorio ridotto all’osso. Ricordiamo, infatti, che la perdita e la frammentazione dell’habitat sono un fattore importante di minaccia per le specie selvatiche, compreso l’orso marsicano.
Nel momento in cui l’orso si risveglia e ha necessità di alimentarsi per ricaricare energie, si sposta sul territorio, un territorio che non è tutto Parco. “Salviamo l’orso” si impegna nel promuovere una convivenza tra comunità e orsi al di fuori dei confini delle aree protette. Può raccontarci come portate avanti questa iniziativa?
“Salviamo l’orso” nasce per promuovere la tutela dell’orso marsicano, operando nelle aree di espansione al di fuori del Parco Nazionale d’Abruzzo, con cui lavoriamo a stretto contatto. A differenza del Parco, in cui l’orso è presente da sempre, nelle aree in cui siamo attivi, le comunità locali vedono la sua presenza come una novità e come un pericolo. Non essendovi abituate, non sanno come porsi nei confronti della presenza dell’animale, quali sono le metodologie per difendersi e prevenire potenziali incontri o incursioni. Pertanto, uno dei campi in cui operiamo è quello della comunicazione e dell’educazione, organizzando incontri per spiegare chi è l’orso, di cosa si nutre. E lo facciamo anche nelle scuole perché è fondamentale iniziare il lavoro dai più piccoli per crescere adulti consapevoli. Puntiamo poi molto sulla prevenzione, in maniera condivisa: costruiamo recinti insieme alle persone, concedendoli in comodato d’uso gratuito, a patto che l’utente si impegni a prendersene cura; forniamo porte a prova d’orso costruite su misura per la persona e pollai a misura d’orso. Abbiamo anche un’unità di intervento in caso di potenziale conflitto o rischio di incursione (numero pronto intervento orso: 379 2127878).
Anche la raccolta della frutta, che promuovete annualmente, rientra nel piano di prevenzione?
Sì, esatto. Ogni anno accogliamo tantissimi volontari che ci raggiungono da tutto il mondo e ci aiutano nel nostro lavoro sul campo, dalle attività di monitoraggio all’installazione dei recinti, con un turn over che va dalla primavera all’autunno. Con loro organizziamo anche giornate di clean up del territorio, funzionali all’orso ma anche alle altre specie. In tal senso ci preoccupa particolarmente la questione avvelenamenti. Motivo per cui, insieme a Rewilding Apennines abbiamo attivato un’unità cinofila antiveleno. E nelle attività condivise con i volontari rientrano anche le giornate di raccolta della frutta. L’iniziativa nasce da un problema di base: molte persone hanno alberi da frutto davanti casa, ma l’orso non ha il concetto della proprietà privata. E così procediamo a raccogliere i frutti e spesso la giornata diventa occasione di vita condivisa con la comunità, si finisce anche a preparare la marmellata tutti insieme.
Toccando l’argomento cibo per l’orso: a volte si leggono commenti sul web, che millantano carenze di cibo per l’orso marsicano in ambiente naturale. È vero?
Assolutamente no. L’orso non ha carenze di cibo, ciò di cui è carente è un territorio ampio in cui andare in dispersione, perché ci sono le infrastrutture lineari, le strade, le aree urbane. L’orso ha bisogno di spazio, non di cibo. Se si avvicinano ai paesi è perché le persone ancora non hanno imparato a mettere in sicurezza i rifiuti o addirittura lasciano volontariamente del cibo a disposizione. L’orso è un animale intelligente, se trova del cibo facile coglie l’occasione al volo, ma lo faremmo anche noi al suo posto. Le femmine spesso si avvicinano ai nuclei abitati anche perché si sentono più al sicuro quando hanno i cuccioli al seguito, nei confronti dei maschi che potrebbero raggiungerle e uccidere i piccoli.
Oltre che sulla prevenzione, “Salviamo l’orso” interviene anche in caso di danni da orso?
Siamo una piccola associazione e sopravviviamo veramente grazie allo sforzo delle persone, delle istituzioni e delle associazioni – anche internazionali – che ci sostengono. Tuttavia, ci premuriamo di tenere a disposizione un piccolo fondo rimborsi per coprire danni da orso, in caso in cui le misure di mitigazione siano state adottate ma non abbiano funzionato. Per realizzarli, attingiamo a somme che mettiamo da parte nel tempo, derivanti da donazioni o progetti europei.
Tra le cause principali di decesso degli orsi marsicani ci sono gli investimenti stradali. Sotto questo aspetto come si sta muovendo “Salviamo l’orso”?
C’è una disciplina scientifica nata negli ultimi anni, detta road ecology, che analizza nel dettaglio l’impatto delle infrastrutture lineari sulle specie animali. Le infrastrutture causano una frammentazione del territorio, rappresentano un impedimento alla mobilità degli animali ed espongono gli esemplari al rischio investimento. Da questo punto di vista lavoriamo su vari aspetti: educazione delle persone a moderare la velocità e installazione di segnaletica stradale. Soprattutto sulla statale 17, abbiamo installato catadiottri che si azionano in caso di presenza di fauna e cartelli che avvisano della probabilità di attraversamento. Ci sono anche diversi progetti dedicati alla road ecology, come il LIFE Bear Crossing, di cui non siamo destinatari ma al quale abbiamo collaborato, e il LIFE Bear Smart Corridors, un progetto fondamentale che si occupa della definizione di corridoi di espansione per l’orso su un’area progettuale di 2.400 km quadrati, nel quale collaboriamo con Rewilding Apennines.
State assistendo negli anni a un’accresciuta consapevolezza da parte delle persone della necessità di imparare a rispettare la natura e convivere con l’orso?
Lavorare sul territorio, avere un costante presidio nelle aree di espansione e far vedere alle persone che ci siamo e siamo parte della comunità, nonché dare anche un ruolo attivo alle persone e raccontare cosa si può fare insieme, porta a un cambiamento concreto. Purtroppo, la tutela del mondo naturale va a braccetto col vento politico, per cui se la politica non si impegna nella direzione della salvaguardia della natura, agevola coloro che già di per sé sono lontani dal mondo della conservazione e pensano di poter agire indiscriminatamente contro natura. Gli avvelenamenti delle ultime settimane ne sono evidente testimonianza, così come l’accanimento mediatico e politico contro il lupo, una specie da sempre ingiustamente stigmatizzata e simbolo della nostra incapacità di concepirci come parte di un sistema più grande dove la diversità è un valore.