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Maurizio Chiereghin, il signore dei gipeti: “La montagna mi ha portato a loro. E non li ho più lasciati”

Dalle prime aquile reali osservate per caso fino al ritorno del gipeto nelle Valli di Lanzo e sulle Alpi: il racconto di chi da oltre trent’anni segue da vicino una delle specie simbolo delle Alpi. Tra reintroduzione, fragilità e nuove minacce.

Ci sono incontri che nascono per caso e finiscono per cambiare una vita intera. Per Maurizio Chiereghin è successo così: prima la montagna, poi lo sguardo che si affina, le prime aquile reali osservate quasi per caso e, infine, il gipeto.

Torinese, classe 1958, Chiereghin è da oltre vent’anni una figura di riferimento per il monitoraggio dei grandi rapaci nelle valli del torinese. Dal 2006 è referente per il progetto gipeto, contribuendo in prima persona a documentare il ritorno di una specie che sulle Alpi era scomparsa da quasi un secolo. Il suo è un lavoro fatto di pazienza, osservazione e presenza costante sul territorio. “Per proteggere la natura bisogna conoscerla a fondo”, è una convinzione che ritorna spesso nelle sue parole. E conoscere, nel suo caso, significa passare ore fermo, al freddo, aspettando che qualcosa accada. A volte basta un attimo: un’aquila che compare sopra la testa, a pochi metri, e ripaga tutto il resto. È da questa relazione profonda con la montagna “non una sfida, ma un amore coinvolgente e travolgente” che nasce uno sguardo capace di leggere i cambiamenti nel tempo. Dalla quasi assenza del gipeto alle prime osservazioni, fino alla formazione delle coppie stabili: una storia lunga più di trent’anni, che si intreccia con quella di chi, silenziosamente, ha contribuito a raccontare il suo ritorno sulle Alpi.

Maurizio, ci racconti gli inizi? Quando ha deciso di occuparti dei rapaci sulle Alpi?

Ho iniziato più di 35 anni fa, semplicemente frequentando la montagna. Andavo a fare escursioni in diversi territori piemontesi, Gran Paradiso, Cogne, un po’ ovunque. All’inizio era proprio un frequentare la montagna in modo naturale, senza un obiettivo preciso. Poi, piano piano, ho iniziato a osservare di più quello che avevo intorno.

Così mi è capitato di fare le prime osservazioni di aquila reale e mi ha colpito tantissimo, mi piaceva davvero molto. Da lì è scattato qualcosa e ho sentito il bisogno di capirne di più. Ho iniziato quindi a frequentare la sede della LIPU di Torino, proprio per migliorare le mie conoscenze. A fine anni Novanta poi ho iniziato a dare una mano a una persona che faceva monitoraggio dell’aquila reale nelle Valli di Lanzo. All’inizio lo supportavo, poi col tempo sono entrato a collaborare in modo più strutturato.

Parallelamente sono entrato in un’associazione naturalistica che si occupava sia delle coppie di aquila reale sia del monitoraggio delle migrazioni, non solo di rapaci. Poi, nel 2006, sono diventato referente per le Valli di Lanzo e sono riuscito a creare una sezione dedicata proprio al gipeto.

E il gipeto?

In quegli anni il gipeto era praticamente inesistente da noi: le osservazioni erano rarissime, occasionali.

Qual era la situazione del gipeto in quegli anni?

Nel 2006, quando abbiamo iniziato a lavorarci in modo più strutturato, abbiamo registrato una trentina di osservazioni. Oggi può sembrare poco, ma all’epoca era già un segnale importante, perché si passava da una presenza sporadica a qualcosa di più regolare.

Si trattava soprattutto di giovani e individui immaturi. Dovete infatti sapere che il gipeto giovane, una volta che si invola, resta per qualche mese nella zona di nascita, poi comincia a muoversi sempre di più. Verso gennaio-febbraio iniziano i veri spostamenti lunghi. A esempio un soggetto nato in Valle d’Aosta può, nel giro di pochi giorni, arrivare fino in Austria.

In quel periodo li vedevamo soprattutto in territori non occupati, e le Valli di Lanzo erano proprio uno di questi: un’area libera, che quindi veniva esplorata.

Come mai a un certo punto queste osservazioni hanno iniziato ad aumentare?

Con l’aumento della popolazione generale di gipeto, che negli anni cresceva grazie al progetto di reintroduzione, sono aumentate anche le osservazioni. Nei territori francesi confinanti hanno iniziato a formarsi sempre più coppie, con individui adulti territoriali.

Anche qui bisogna aprire una parentesi. Il territorio di una coppia di gipeto è piuttosto complesso: c’è un cuore centrale, molto ristretto, attorno al nido, di pochi chilometri, che è la zona più sensibile. Poi c’è un’area più ampia, che può arrivare anche a 20-30 chilometri, che viene utilizzata durante tutto l’anno. Infine c’è una terza fascia ancora più grande, che può sovrapporsi con quella di altre coppie.

Quindi?

Quindi, a un certo punto, alcune coppie francesi uscivano dai loro territori e venivano a esplorare le Valli di Lanzo. Nel 2010 abbiamo iniziato a osservare i primi adulti, e nel 2015 si è formata la prima coppia stabile sul territorio. Di solito funziona così: un individuo prende possesso di un’area e poi aspetta che arrivi un altro soggetto per formare la coppia.

Facciamo un passo indietro: perché il gipeto era scomparso dalle Alpi?

Storicamente il gipeto era diffuso in modo continuo dalla penisola iberica fino all’Himalaya. Si trattava della stessa specie ovunque, Gypaetus barbatus barbatus, con una variante solo nell’Africa subsahariana.

Poi, a partire dall’Ottocento, è iniziata una persecuzione molto forte. Si era diffusa la convinzione che fosse un predatore pericoloso, che attaccasse anche gli agnelli. Da qui il nome “avvoltoio degli agnelli”, che oggi è stato abbandonato perché completamente fuorviante.

Di cosa si nutre?

Il gipeto è un necrofago, si nutre soprattutto di ossa e di animali morti. Ma queste credenze hanno portato a una vera e propria caccia sistematica: in alcuni casi venivano dati anche dei premi per chi lo uccideva. Sulle Alpi l’ultimo esemplare è stato abbattuto nel 1913 in Valle di Rhêmes.

Da questa condizione, come si è arrivati alla reintroduzione?

I primi tentativi risalgono agli anni Settanta, ma con risultati limitati. Il progetto ha iniziato a funzionare davvero nei primi anni Ottanta, quando si sono unite due realtà importanti: il WWF e la fondazione dello zoo di Francoforte.

All’inizio non è stato semplice, c’erano problemi sia nel reperire gli animali sia nel capire come reintrodurli correttamente. Col tempo però si è arrivati a un metodo efficace. Le prime coppie formatesi in natura risalgono al 1995-96 in Alta Savoia, e nel 1997 c’è stato il primo involo. In Italia il primo gipeto nato in natura si è involato nel 1998 nel Parco dello Stelvio.

In questi anni tu li hai seguiti un po’ ovunque?

Sì, perché nelle Valli di Lanzo all’epoca era davvero difficile vederli. Così ho iniziato a spostarmi dove il gipeto non si era estinto: sui Pirenei, in Corsica. Però, devo dire, che i primi gipeti li ho visti nelle Alpi Marittime, in Valle Gesso, che era uno dei punti più importanti per il progetto di reintroduzione.

Come sta oggi la popolazione alpina di gipeto?

Dipende dal punto di vista. Se guardiamo al progetto di reintroduzione, i risultati sono molto positivi: la popolazione è in crescita costante. Oggi siamo intorno ai 550 individui sulle Alpi e circa un centinaio di coppie nidificanti con successo. Dall’altra parte, però, non possiamo ancora considerarla una popolazione completamente al sicuro. È ancora sensibile, sia per la variabilità genetica sia per una serie di minacce.

Quali sono queste minacce?

Tra quelle più comuni ci sono le collisioni con cavi e impianti, l’elettrocuzione, le pale eoliche. Poi c’è il problema del saturnismo, cioè l’avvelenamento da piombo: gli avvoltoi si nutrono di carcasse che possono contenere frammenti di munizioni utilizzate nella caccia, i classici pallini da caccia che una volta esplosi rimangono in ambiente.

Un altro tema è quello del diclofenac, un farmaco veterinario che ha avuto effetti devastanti sugli avvoltoi. In Asia ha causato il crollo di circa il 90% di alcune popolazioni.

Come mai?

Praticamente il farmaco viene utilizzato per trattare il bestiame, soprattutto bovini. Quando l’animale muore, il principio attivo rimane nei tessuti. Gli avvoltoi si nutrono della carcassa e ingeriscono il diclofenac, che per loro è altamente tossico: provoca un’insufficienza renale acuta che porta rapidamente alla morte. In Europa il problema è più contenuto, ma esiste. Il farmaco è stato in parte regolamentato, ma non è completamente assente e per questo viene monitorato con attenzione. Il rischio, soprattutto per specie come il gipeto, è che anche esposizioni limitate possano avere effetti importanti su una popolazione ancora fragile.

Hai definito la popolazione di gipeto “fragile”, nonostante il buon esito del lavoro di reintroduzione. Come mai?

Una delle principali criticità è la scarsa variabilità genetica, un problema che il gipeto condivide con altre specie alpine come lo stambecco. Praticamente gran parte degli individui deriva da un numero molto limitato di fondatori, cioè gli esemplari utilizzati nei primi programmi di reintroduzione.

Quando la base genetica è così ristretta, la popolazione diventa più vulnerabile: può essere meno capace di adattarsi a cambiamenti ambientali, più esposta a malattie e, in generale, più fragile nel lungo periodo. Anche un singolo evento, come un’epidemia o una pressione ambientale imprevista, potrebbe avere effetti molto più pesanti rispetto a una popolazione geneticamente più diversificata.

Esistono soluzioni?

Da circa dieci anni si sta lavorando a un progetto di connessione tra la popolazione alpina e quella dei Pirenei. L’idea è creare una sorta di “ponte” naturale, passando dal Massiccio Centrale francese, che permetta agli individui di spostarsi e incrociarsi tra popolazioni diverse. Questo scambio genetico è fondamentale per aumentare la resilienza della specie e garantire una maggiore stabilità nel tempo.

Ci spieghi però qual è il ruolo del gipeto nell’ecosistema?

È fondamentale, anche se spesso viene sottovalutato. Il gipeto chiude il ciclo naturale della materia: si nutre di carcasse e ossa che altrimenti rimarrebbero nell’ambiente e potrebbero diventare anche fonte di infezioni.

Gli avvoltoi, in generale, hanno succhi gastrici estremamente acidi, con un pH molto basso, che permette loro di neutralizzare molti agenti patogeni. Possono nutrirsi anche di carcasse in stato avanzato di decomposizione, senza problemi.

A questo si aggiunge il tema della biodiversità: mantenere tutte le specie è fondamentale perché ciascuna svolge una funzione precisa nell’ecosistema. Eliminare anche un solo anello può innescare effetti a catena: a esempio la scomparsa di uno spazzino come il gipeto può favorire l’accumulo di carcasse, aumentare i rischi sanitari o alterare gli equilibri tra altre specie. Dinamiche spesso poco visibili nell’immediato, ma con conseguenze reali nel tempo.

Grazie per questo piccolo viaggio nel mondo del gipeto. Avvoltio sempre più frequente sulle nostre Alpi. Come ci dobbiamo comportare se si incontra un nido?

Facciamo un passo indietro, a prima dell’incontro, a quando si pianifica la nostra gita in montagna. La prima cosa da fare è informarsi per sapere se si è in un’area sensibile, dove potrebbe esserci presenza di gipeti. In presenza di nidificazione è fondamentale mantenere le distanze: almeno un chilometro, meglio anche due. Questo perché il gipeto è particolarmente sensibile al disturbo nella fase riproduttiva.

Un passaggio veloce lungo un sentiero, se non diretto verso il nido, può essere tollerato. Il problema nasce quando una persona si ferma, osserva a lungo o cerca di avvicinarsi, ad esempio per scattare fotografie. In questi casi l’animale percepisce una minaccia diretta: aumenta lo stato di allerta, può abbandonare temporaneamente il nido e, se il disturbo si ripete, arrivare anche a interrompere la nidificazione. È per questo che anche distanze che sembrano ampie, se accompagnate da comportamenti insistenti, possono diventare critiche.

Proprio la fotografia è stata oggetto di una triste notizia di cronaca poche settimane fa…

Sì, e secondo me su questo bisogna essere molto chiari. La fotografia, per come la vedo io, ha senso soprattutto come strumento di documentazione: serve per riconoscere gli individui, archiviarli, fare monitoraggio. È un mezzo, non un fine. Oggi spesso si va in montagna con l’idea di “portare a casa lo scatto”, più che di osservare. E molto spesso lo si fa per pubblicarlo sui social, per avere visibilità, più che per un reale valore scientifico o naturalistico. Questo porta alcune persone a forzare i limiti, a cercare l’avvicinamento a tutti i costi.

Penso che la domanda da farsi sia: vale davvero la pena disturbare un animale, e in particolare una specie sensibile come il gipeto, per ottenere una fotografia?

E la risposta?

Il rischio di disturbo non è teorico. Come dicevamo, basta fermarsi troppo a lungo o avvicinarsi oltre il limite perché l’animale entri in allarme, si allontani dal nido e, nei casi peggiori, comprometta la nidificazione.

Va benissimo diffondere passione e interesse per la natura, ma non bisogna mai esasperare. Esistono delle regole precise, e non sono formali: servono a proteggere animali che sono ancora fragili. Superarle, anche solo per una foto, può avere conseguenze molto concrete.

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