
Sei giorni appesi a una parete, di cui due passati sotto la neve, nel cuore della nord delle Grandes Jorasses, così è nata Jorassique Pâques, nuova via di 1100 metri di sviluppo, con difficoltà ED+ M7 A3. Ad aprirla l’atleta Millet Arthur Poindefert, insieme a Pierre Girot, Hugo Peruzzo e Killian Moni, quattro giovani alpinisti del GEAN, il programma d’eccellenza dell’alpinismo francese.
Una salita per nulla banale e scontata, vissuta in condizioni difficili. Basti dire che nella notte tra il terzo e il quarto giorno una tempesta scarica fino a 60 centimetri di neve direttamente sul portaledge dove riposano i quattro. “Mi sono svegliato nel panico, completamente coperto di neve, senza riuscire a respirare bene tra i pochi spazi lasciati dalla giacca e dal sacco a pelo. Non c’era altro da fare che resistere” racconta Poindefert. È uno dei momenti più duri di un’ascensione che, fin dall’inizio, ha assunto i contorni di un’avventura totale.
Jorassique Pâques
Il progetto nasce mesi prima, con un primo tentativo a dicembre interrotto quasi subito. Poi l’inverno, un infortunio alla spalla e l’attesa di una nuova finestra. “Avrebbe dovuto allinearsi tutto: i compagni disponibili, l’anticiclone, la spalla guarita, le condizioni giuste. E poi, a fine marzo, arriva il messaggio: si può ripartire”. La cordata si ricompone quasi all’ultimo momento. Zaini pesanti, materiale preparato la sera prima, un portaledge ultraleggero comprato il giorno prima della partenza. E soprattutto un’idea chiara: esplorare una zona ancora intatta della parete nord.
La via raggiunge Punta Whymper e sale tra itinerari storici come la Bonatti-Vaucher e la Directe de l’Amitié. “Volevamo andare a cercare una linea in uno dei bastioni più ripidi della parete, in una zona così strapiombante che nulla sembrava possibile a prima vista”. La progressione alterna misto sostenuto e lunghi tratti in artificiale. Una scelta obbligata: “Per aprire abbiamo dovuto accettare di rinunciare alla libera. Sarebbe stato troppo lungo, troppo impegnativo, soprattutto per la pulizia della roccia”.
Dopo i primi due giorni di scalata, il terzo giorno i quattro raggiungono la sezione più difficile. Entrano “nella zona più strapiombante e più terrificante. Dal bivacco la guardava e mi chiedeva ancora da dove passare”. Qui si concentra uno dei passaggi chiave, aperto da Pierre Girot: “Dopo due lunghezze passate a pulire la roccia, il terreno diventava sempre più strapiombante. Pierre cade due volte, cadute enormi, prima di riuscire a forzare il passaggio. Noi dietro eravamo allo stesso tempo terrorizzati e incredibilmente orgogliosi”.
Quella notte, però, tutto cambia davvero. La finestra meteo che sembrava stabile si chiude all’improvviso e la parete si trasforma. Una perturbazione scarica neve continua sul portaledge, mentre il freddo e l’umidità iniziano a entrare ovunque. “Mi sono svegliato nel panico, completamente coperto di neve, senza riuscire a respirare bene tra i pochi spazi lasciati dalla giacca e dal sacco a pelo” racconta Poindefert. “Non c’era altro da fare che resistere”. Nel corso della notte cadono fino a 60 centimetri di neve. Il portaledge diventa un vero e propri contenitore, il materiale si bagna, parte dell’attrezzatura si danneggia: i materassini iniziano a non isolare più, i sacchi a pelo si inzuppano, dormire diventa quasi impossibile. A quella quota e in quelle condizioni, anche le operazioni più semplici, come muoversi, sistemare il materiale, restare asciutti, diventano complicate. “Ci siamo chiesti se saremmo riusciti a resistere per più giorni con i sacchi a pelo bagnati. Ma nessun ‘cartellino rosso’ ci obbligava a scendere. E allora abbiamo deciso di continuare”.
All’alba, “il risveglio è stato durissimo. La neve era ovunque, continuava a cadere dalla parete e i nostri portaledge erano diventati dei veri ricettacoli” racconta l’atleta Millet. “Ma appena Killian si è rimesso in movimento, la sua energia ci ha rimessi in moto. A quel punto avevo una sola idea: dovevamo uscire in giornata”. La linea, studiata anche nei giorni precedenti, punta a collegarsi agli ultimi tiri della via Basique, per poi inserirsi sul tratto finale della storica Bonatti-Vaucher fino a raggiungere la vetta della Punta Whymper. Le ultime lunghezze scorrono veloci, sospinte dalla voglia e dalla necessità di chiudere, di raggiungere la vetta. “Questa via non ce l’hanno regalata” è il commento di Poindefert dopo aver completato l’ascensione.
“Cercavamo una linea, ma abbiamo trovato molto di più. Forse l’avventura più intensa della mia vita. Sei giorni in cui il corpo e la mente sono stati messi a dura prova: arrampicare, recuperare i sacchi, pensare, anticipare, gestire”. “Jorassique Pâques” è anche questo: il racconto di una cordata giovane, quattro ragazzi tra i 23 e i 28 anni, che si misura con una delle pareti Simbolo delle Alpi mantenendo uno spirito di esplorazione autentico. “Quando quattro persone iniziano a credere insieme a qualcosa di un po’ folle, alla fine nasce sempre una scintilla”.