“The Future of Climbing”: il documentario che interroga il futuro dell’arrampicata
The Future of Climbing, il documentario di Cédric Lachat e Guillaume Broust, arriva in streaming: un viaggio tra etica, ambiente e trasformazioni della disciplina. Un film che evita le risposte facili e mette la comunità davanti a una domanda scomoda: dove sta andando davvero l’arrampicata?
Cosa sta diventando oggi l’arrampicata? È ancora un gesto legato alla natura o si sta trasformando in qualcosa di diverso, più urbano, più accessibile, ma forse anche più distante dai luoghi che l’hanno resa ciò che è? È attorno a queste domande che si sviluppa The Future of Climbing, il documentario firmato da Cédric Lachat e Guillaume Broust, oggi disponibile su YouTube dopo aver raccolto riconoscimenti nei principali festival di cinema di montagna.
Non è il classico film di arrampicata. Non racconta una via, né costruisce una narrazione eroica attorno a una performance. Piuttosto, si muove come un’indagine, a tratti ironica, a tratti critica, dentro le trasformazioni profonde che hanno investito il mondo dell’arrampicata negli ultimi trent’anni. A guidare lo spettatore è proprio Lachat, che fin dalle prime scene – seduto nel suo van – mette sul tavolo una constatazione tanto semplice quanto potente: “nulla è cambiato, a parte tutto”. Una frase che riassume perfettamente il senso del film.
Tra falesia e palestra, senza più contrapposizioni
Il documentario attraversa alcuni dei luoghi simbolo dell’arrampicata mondiale, da Fontainebleau al Parco Nazionale di Yosemite, passando per Oliana e Meschia. Ma più che i luoghi, sono le dinamiche a emergere: l’aumento esponenziale dei praticanti, la pressione sugli ambienti naturali, la comunicazione social che spesso privilegia il gesto atletico rispetto al contesto.
Il bersaglio non è mai diretto, né semplificato. Anche il boom dell’indoor, che spesso visto come “colpevole” dai puristi, viene raccontato per quello che è: una rivoluzione culturale prima ancora che sportiva. Le palestre hanno democratizzato l’arrampicata, trasformandola in uno stile di vita accessibile a milioni di persone. Nel film non esistono dualismi netti. Outdoor e indoor non sono mondi in conflitto, ma due facce della stessa medaglia.
Un film che mette la community davanti allo specchio
La forza di The Future of Climbing sta nella sua capacità di costruire una sorta di tavola rotonda virtuale: atleti, professionisti, gestori di aree e rappresentanti di organizzazioni locali si alternano offrendo punti di vista diversi, spesso anche in contrasto tra loro. Ne emerge un quadro complesso, dove le responsabilità non sono mai individuali ma collettive. Dalla gestione delle falesie al rispetto degli ambienti, fino al modo in cui l’arrampicata viene raccontata e consumata.
Il tono resta leggero, a tratti ironico, ma il messaggio è chiaro: la crescita della disciplina porta con sé conseguenze che non possono più essere ignorate.
“Tutto è lecito nella misura in cui ciò che ci piace fare non distrugge ciò che ci consente di farlo”. È in questa frase, affidata alle battute finali, che si concentra il senso del film. The Future of Climbing non offre soluzioni né prende posizioni definitive. Non chiude il discorso, lo apre. E forse è proprio questo il suo valore più grande. Perché il futuro dell’arrampicata, suggerisce il documentario, non sta in una scelta tra passato e presente, tra roccia e plastica, ma nella capacità della comunità di trovare un equilibrio.




