
Il 3 luglio 2022 il ghiacciaio di Punta Penia, in Marmolada, fu teatro di un tragico crollo, riconosciuto dagli esperti come il più grave evento glaciale della storia alpina recente. Con un bilancio di 11 vittime, l’episodio ha segnato un punto di svolta nel dibattito sulla sicurezza in alta quota e sugli effetti del riscaldamento globale.
A tre anni di distanza, gli studi condotti sul campo hanno dimostrato che il distacco non ha riportato il ghiacciaio a una condizione di equilibrio statico, ragione per cui la Marmolada resta un attenzionato speciale. Di recente le sezioni residuali del ghiacciaio di Punta Penia sono state oggetto di un monitoraggio con alte tecnologie con l’obiettivo di decodificare i potenziali segnali di instabilità che la massa glaciale nasconde nelle sue profondità e prevenire rischi futuri.
La Marmolada, un paziente sotto osservazione
Il ghiacciaio della Marmolada è un paziente delicato, sotto stretta osservazione di un Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico che comprende le Università di Padova e Parma, insieme all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS). Gli esperti hanno concluso di recente una campagna di indagini geofisiche su Punta Penia per stabilire se questo settore residuale presenti condizioni di instabilità potenziale.
Le nuove indagini non partono da zero, ma poggiano su solide basi scientifiche consolidate nell’ultimo triennio. Nei tre anni successivi alla tragedia, il Gruppo di lavoro ha condotto un’analisi sistematica delle cause del collasso, pubblicata in due importanti articoli scientifici. Il primo studio (Geomorphology, 2023) ha individuato nel sollevamento idraulico e nella sovrapressione basale le cause scatenanti. Il secondo (Natural Hazards, 2025) ha dimostrato che la perdita di equilibrio è derivata dalla combinazione di tre fattori: pressione idrostatica nei crepacci, sollevamento idraulico e riduzione della resistenza basale.
L’attenzione si concentra ora su quanto resta del ghiacciaio di Punta Penia, perché le osservazioni morfologiche di superficie configurano un insieme di condizioni “predisponenti” a nuove fasi di instabilità. La forma del circo glaciale, la pendenza del versante, la quota e le dimensioni della massa residua suggeriscono la necessità di un’analisi approfondita. Questi elementi, uniti alle conoscenze acquisite dopo il 2022, indicano che la struttura interna potrebbe celare criticità non visibili a occhio nudo.
“Dopo il 2022 abbiamo il dovere scientifico di guardare con attenzione ai settori glaciali che presentano analogie morfologiche con quello crollato – spiega Aldino Bondesan, Università di Padova – Non è un allarme: è un’indagine. La scienza non può pronunciarsi prima di avere i dati, e noi stiamo raccogliendo quei dati”.
Un viaggio “dentro” il ghiacciaio di Punta Penia
La recente campagna di monitoraggio ha previsto pertanto l’impiego di un sistema georadar (GPR) multibanda, montato su drone e integrato con acquisizioni condotte dalla superficie. L’integrazione tra rilievi da drone (per una mappatura vasta) e da terra (per una maggiore profondità) permette di ricostruire un’immagine 3D non invasiva del ghiacciaio. Grazie all’uso di antenne a diverse frequenze, è possibile analizzare la geometria della roccia e lo spessore del ghiaccio, individuando soprattutto sacche d’acqua in pressione: l’elemento più critico per prevedere nuovi rischi di instabilità.
“Il georadar multibanda ci permette di vedere la struttura interna del ghiacciaio con una risoluzione che in passato non era raggiungibile su questo tipo di terreno – chiarisce Massimo Giorgi, OGS – I dati sono stati raccolti; ora inizia la fase di elaborazione che dirà se le condizioni predisponenti individuate in superficie trovino riscontro in profondità”.
Non solo Marmolada
Il lavoro svolto sulla Marmolada non è un caso isolato, ma l’inizio di un programma di monitoraggio più ampio. Le stesse metodologie saranno presto estese all’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane. Con i suoi 17 km², l’Adamello rappresenta non solo una riserva idrica vitale, ma anche un sistema complesso dove il ritiro dei ghiacci sta creando rischi emergenti comuni a tutto l’arco alpino: dalla formazione di laghi glaciali instabili (GLOFs) al degrado del permafrost, che agisce come “cemento” delle pareti rocciose.
“La montagna alpina sta cambiando più velocemente di quanto i sistemi di sorveglianza attuali siano in grado di seguire – dichiara Roberto Francese, Università di Parma – OGS – . Crolli glaciali, rotte di laghi e frane da permafrost sono fenomeni distinti ma alimentati dalla stessa causa: il riscaldamento in quota. Le metodologie che stiamo sviluppando – dalla Marmolada all’Adamello – puntano a colmare questo divario tra la velocità del cambiamento e la nostra capacità di anticiparlo”.