Ambiente

La lince è tornata: il fantasma dei boschi riconquista l’Alto Adige

Un raro avvistamento a Falzes documenta il ritorno della lince nei boschi dell’Alto Adige

Non è più solo una speranza per i naturalisti, ma una certezza documentata dai pixel: la lince eurasiatica sta confermando la sua presenza stabile nei boschi dell’Alto Adige. A inizio mese una preziosa testimonianza è giunta dal territorio comunale di Falzes (BZ), in Val Pusteria, dove una fototrappola ha catturato l’immagine nitida di un esemplare.

Già lo scorso anno singoli individui erano stati immortalati sul Brennero e in Alta Val Venosta ma la prova fotografica di Falzes segna un passo avanti importante per il monitoraggio provinciale. Suggerisce infatti che il territorio non sia più solo una zona di passaggio occasionale, ma un habitat idoneo alla permanenza della specie.

Come sottolineato da Günther Unterthiner, direttore della Ripartizione provinciale Servizio Forestale, “le attuali prove dimostrano che questa specie selvatica estremamente schiva e rara si muove nuovamente nei boschi dell’Alto Adige: questo è un segnale positivo per la biodiversità e la stabilità ecologica”.

Una lince nella rete delle fototrappole altoatesine

Il ritorno della lince in Alto Adige non è sfuggito agli occhi degli esperti grazie a una vera e propria “rete invisibile”, stesa sul territorio nei mesi scorsi. Da febbraio, la Provincia ha attivato un sistema di monitoraggio scientifico all’avanguardia che conta oltre 200 nuove fototrappole.

Questi dispositivi, installati in punti strategici come piste della selvaggina, sentieri escursionistici e strade forestali, si attivano al minimo movimento, operando in modo silenzioso e discreto. Uno strumento utile a “ottenere un quadro preciso della distribuzione e dello sviluppo delle specie selvatiche e creare così una base solida per la gestione a lungo termine della fauna selvatica”,come spiega Unterthiner.

Oltre alle immagini, i tecnici si affidano ad analisi genetiche (feci, peli, urine) per mappare la diffusione delle specie selvatiche. La privacy è garantita: i volti umani eventualmente ripresi vengono cancellati immediatamente, mentre la popolazione è invitata a non toccare la strumentazione e a segnalare eventuali avvistamenti entro 24 ore.

Il ritorno del grande felino sulle Alpi

La lince eurasiatica (Lynx lynx) è il felino più grande d’Europa, ma incontrarla dal vivo, nel folto dei boschi, è un’impresa quasi impossibile. È un animale crepuscolare e notturno, dotato di caratteristiche inconfondibili: le iconiche orecchie a pennacchio, la coda corta e un mantello maculato che funge da “impronta digitale”. A partire dalla distribuzione delle macchie gli esperti possono infatti confrontare le foto con i database internazionali per identificare i singoli individui.

A differenza del lupo, la lince è una cacciatrice solitaria e si ciba principalmente di animali selvatici di taglia piccola e media. Segnalazioni di danni al bestiame domestico sono estremamente rare.

In Italia, la specie è scomparsa nel corso del XX secolo a causa della caccia e della frammentazione degli habitat ma sta vivendo una nuova fase di espansione sull’arco alpino, grazie alla ricolonizzazione spontanea dai paesi confinanti e a mirati progetti di rinforzo, come l’iniziativa ULYCA2 (Urgent Lynx Conservation Action) nel Tarvisiano. In Alto Adige il ritorno è alimentato da un doppio flusso di esemplari migranti: da ovest, dalla Svizzera, in particolare dai Grigioni dove si stimano 15-20 capi), e da est attraverso l’Austria.

Tuttavia, la ripresa della lince è molto più lenta rispetto a quella di altri grandi predatori. La specie ha ritmi biologici ridotti: le femmine partoriscono una sola volta all’anno e le cucciolate sono piccole, spesso composte da soli due o tre piccoli, che non è detto sopravvivano tutti all’inverno. Questa vulnerabilità rende ogni singolo individuo che arriva in Alto Adige un patrimonio inestimabile per la ricolonizzazione della regione.

Nonostante le sfide, come il bracconaggio o gli abbattimenti accidentali avvenuti recentemente nei Grigioni, il ritorno in Val Pusteria, dopo quasi un secolo di assenza, è un segnale di speranza per una specie che sta faticosamente recuperando, passo dopo passo, i territori persi per mano umana.

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