Curiosità

L’equinozio di Primavera e la leggenda dell’Uomo Selvatico

Il ritorno della primavera rievoca una figura misteriosa, quella di un antico e peloso maestro delle genti di montagna

Alle ore 21:24 di oggi, venerdì 20 marzo 2026, la Terra raggiungerà quel punto esatto della sua orbita in cui i raggi del sole incontrano l’equatore perpendicolarmente. Un momento che segna il ritorno ufficiale della primavera. Se vi state chiedendo perché non accada annualmente il 21 marzo, come recitavano i vecchi sussidiari, la colpa è della discrepanza tra l’anno civile (365 giorni) e quello solare (circa 365,24 giorni). Questo piccolo scarto fa sì che l’appuntamento astronomico oscilli, anticipando l’equinozio di circa 6 ore ogni anno, finché il calendario bisestile non interviene a riportare l’equilibrio.

Sebbene equinozio significhi letteralmente “notte uguale” (dal latino aequus, uguale, e nox, notte), con rimando a una pari durata del giorno e della notte, la vera uguaglianza tra le ore di luce e di buio avviene solitamente un paio di giorni prima dell’avvio ufficiale della primavera. È il cosiddetto giorno dell’“equiluce”, quest’anno verificatosi martedì 17 marzo.

Da millenni, l’equinozio di primavera rappresenta un momento speciale dell’anno, che ha portato al fiorire di miti legati alla rinascita. Tra le figure del folklore italiano, legate al ritorno della stagione dei fiori, ne spicca una particolarmente enigmatica: quella dell’Uomo Selvatico, che contribuì alla rinascita non solo o non tanto della natura, quanto delle genti di montagna.

L’Uomo Selvatico: il maestro di montagna che “tornava” in primavera

La leggenda dell’Uomo Selvatico ha radici arcaiche e non facili da identificare. Sembra che la sua figura abbia fatto la prima comparsa nel Medioevo e, sebbene l’Italia, con le sue Alpi e gli Appennini, ne custodisca varianti uniche e vitali, la sua figura appartiene a tutto il folklore europeo — dal Wilder Mann germanico al Basajaun dei Pirenei — e trova echi lontani persino nel Bigfoot nordamericano o nello Yeti tibetano.

A livello italiano, l‘arco alpino rappresenta la culla più celebre dell’Uomo Selvatico, la sua ombra si allunga infatti su tutta la dorsale appenninica. Dalle foreste del Casentino ai massicci abruzzesi, la sua figura sopravvive in varianti locali, confermandosi come un guardiano universale della montagna italiana, custode di quegli stessi segreti agricoli e pastorali che hanno permesso la vita in quota da nord a sud.

È importante sottolineare che non esiste un’unica versione della sua storia: il mito muta lungo le vette, adattandosi alla geografia e alle paure delle comunità locali. Se in alcune valli è visto come un gigante buono e timido, altrove assume i tratti di uno spirito burlone o di un guardiano severo che punisce chi non rispetta il silenzio dei boschi.

In tutti i casi, è descritto generalmente come un essere interamente ricoperto di peli e foglie, una via di mezzo tra l’umano e il ferino, custode di una profonda conoscenza. E molteplici sono le denominazioni con cui è stata tramandata la leggenda lungo lo Stivale, ne sono esempi Homo Salvadego in area lombardo-veneta, Om Selvadech in Trentino, Salvàn nelle Dolomiti ladine o Omo Selveggio in Appennino.

La tradizione lo dipinge come il primo, vero maestro delle genti di montagna. Fu lui a insegnare ai pastori i segreti della sopravvivenza in quota: come produrre il formaggio e il burro, come conservare il latte o prevedere il maltempo osservando i segnali della natura. Eppure, nonostante la sua generosità, l’Uomo Selvatico rimane una figura solitaria e malinconica. Si dice che fuggì definitivamente tra rupi inaccessibili a causa della cattiveria o dell’ingratitudine degli uomini. È il simbolo di un confine tra natura e cultura: colui che “sa”, ma che non può più appartenere alla società.

Ma quale legame intercorre tra questa figura misteriosa e l’equinozio di primavera? Secondo molte versioni della leggenda, è proprio in questo momento dell’anno, nella fase di ritrovato equilibrio tra luce e buio, che l’Uomo Selvatico fa ritorno tra le genti, al termine del periodo di allontanamento invernale, di solitudine tra le vette. Con l’arrivo dei mesi freddi, infatti, il Selvatico scompariva alla vista degli uomini. La sua ricomparsa era il segnale atteso dai pastori per la risalita agli alpeggi, il segno che la natura si era scossa di dosso il gelo e che i cicli della vita, del latte e del pascolo potevano finalmente ricominciare.

L’archetipo del Selvatico tra letteratura e cinema

Più che una semplice creatura dei boschi, l’Uomo Selvatico rappresenta un vero e proprio archetipo: l’incarnazione del nostro legame interrotto con la natura e della nostalgia per una purezza perduta. Questa figura di uomo fortemente legato alla natura, ai suoi ritmi, ai suoi segreti, ha nutrito l’immaginario di scrittori e registi, diventando metafora perfetta della nostra parte più istintiva.

In ambito letterario, il richiamo più suggestivo è quello di Italo Calvino ne Il barone rampante. Sebbene il protagonista sia un nobile del Settecento, la sua scelta di non scendere mai dagli alberi ricalca l’archetipo del Selvatico: colui che osserva la società da una distanza verticale, mantenendo un’integrità che solo l’isolamento nel verde può garantire. Anche il “buon selvaggio” di Rousseau può essere visto come un discendente filosofico di questa figura, incarnando l’uomo non ancora corrotto dalle sovrastrutture sociali.

Il grande schermo ha esplorato il confine tra mondo civile e selvatico con sfumature contrastanti. In Il ragazzo selvaggio (1970) di François Truffaut, il mito si fa cronaca storica, analizzando il difficile tentativo di educare un bambino cresciuto in solitudine nei boschi. Più recentemente, il documentario L’Uomo Selvatico (1994) di Guindani e Alberganti, elaborato sulla base di una indagine antropologica volta a verificare la persistenza di questa figura nei riti popolari contemporanei, dove l’Uomo Selvatico diventa una maschera rituale di foglie e pelli indossata per celebrare, tra danze e scherzi, il ritorno della vita nei boschi.

In chiave moderna, pellicole come Le otto montagne (2022) attingono proprio all’inquietudine ancestrale cui si lega la figura del Selvatico: il protagonista Bruno, che sceglie di restare in quota mentre il mondo “civile” abbandona le vette, è la versione contemporanea di quell’antico maestro peloso che custodiva tra le vette un sapere antico e solitario.

Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close