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“Pensavo fosse finita”. Stefano Ragazzo racconta la solitaria su Riders on the Storm

La tempesta, il portaledge ribaltato e una notte appeso alla parete a battere i piedi per non congelare. Stefano Ragazzo racconta la sua solitaria su Riders on the Storm.

“Quando mi sono ritrovato a testa in giù ho pensato che fosse finita ci racconta Stefano Ragazzo. “Poi dentro di me ho iniziato a ripetere: Silvia, ti prometto che torno. Silvia, è Silvia Loreggian, compagna di Ragazzo, anche lei guida alpina e alpinista.

Stefano, classe 1991, in queste ore sta rientrando dalla sua ultima esperienza solitaria. La prima solitaria della via Riders on the Storm sulla Torre Centrale del Paine, una delle linee più lunghe e impegnative della Patagonia. Un viaggio mentale e fisico durato settimane, fatto di tempeste, attese, freddo e decisioni prese da solo.

Il momento più difficile arriva nel cuore della tempesta: il telo del portaledge si strappa, il vento lo trasforma in una vela e la piattaforma si ribalta nel vuoto. Per alcuni interminabili secondi Ragazzo resta sospeso quasi a testa in giù, mentre parte dell’attrezzatura vola via nella notte. È lì che pensa davvero che tutto possa finire.

Poi, lentamente, riesce a rimettere ordine nel caos e il giorno dopo, invece di scendere, decide di ripartire verso l’alto.

In questa intervista Ragazzo racconta cosa è successo su quella parete: la tempesta, la notte più lunga, il pensiero di Silvia Loreggian e la scelta di continuare a salire.

Stefano, partiamo dall’inizio. Quando nasce l’idea di tentare la solitaria di Riders on the Storm?

L’idea c’era da tempo, però tutto si è concretizzato dopo la spedizione in Pakistan del 2025, una spedizione che per me era andata male. Tornato a casa cercavo di capire cosa fosse andato bene e cosa no. Mi sentivo addosso il peso di troppe cose andate storte: alcune dipendevano da me, altre no.

A un certo punto mi sono detto che dovevo fare qualcosa per uscire da quella sensazione di fallimento. Così ho pensato a Riders on the Storm. Per me era il passo successivo dopo Eternal Flame. (Nel 2024 Stefano Ragazzo ha realizzato la prima salita solitaria di Eternal Flame, sulla Nameless Tower, Torri di Trango, Pakistan, nda)

Cosa rende questa via così diversa da quanto vissuto su Eternal Flame?

Qui non c’è la quota del Karakorum, ma tutto il resto è più duro: la lunghezza della via, il contesto ambientale, il meteo. È una salita lunga e complessa.

La solitaria era già nei tuoi pensieri?

Quando penso alle solitarie di solito mi dico che non sono pronto. Però dopo la spedizione in Pakistan ho sentito dentro la voglia di farne una. Quindi, per rispondere alla domanda, direi di sì.

Come ho già detto, era il tassello successivo. E poi nell’ultimo anno e mezzo c’era sempre qualcuno che durante le conferenze su Eternal Flame, in fondo alla sala, mi diceva: “Quindi la prossima è Riders?”. Io facevo finta di niente, ma dentro sapevo che prima o poi sarebbe arrivato quel momento.

Come sono stati i primi giorni sulla parete?

Sono arrivato ai piedi della parete il 10 gennaio. All’inizio ho iniziato a fissare i primi tiri. L’idea era fare una salita veloce: magari quattro giorni non stop. Poi però mi sono accorto che la stagione non era buona e che le finestre di bel tempo erano poche. Così ho deciso di salire in stile capsula: ho fissato le corde fino alla prima grande cengia e ho iniziato a portare su materiale, cibo e acqua.

Per il tentativo vero e proprio ho aspettato almeno due giorni di meteo stabile.

Quando hai capito davvero quanto sarebbe stata dura?

Pensavo di riuscire a essere più veloce, almeno all’inizio dove i tiri sono più facili. Invece già lì mi sono accorto che non sarebbe stato così. Quando ho messo le mani sulla roccia e ho iniziato a muovere i primi passi ho capito subito che sarebbe stata dura. Davvero dura.

Poi arriva la tempesta e con lei il momento più drammatico della salita…

Sono quindici anni che faccio questa vita e di situazioni difficili ne capitano sempre: valanghe, sassi, gli infortuni, la perdita di un amico. Però ho sempre pensato che ci fosse una via di uscita, ogni volta.

Quella notte invece, quando il telo della portaledge si è strappato, ho pensato davvero che fosse finita.

Ci racconti cosa è successo?

Ero nella portaledge, fuori infuriava il vento e la tempesta. A un certo punto ho visto il telo strapparsi e ho pensato che fosse finita. Stare senza riparo con quelle condizioni. Ma non è finita.

Il telo strappato ha fatto effetto vela facendo capovolgere la portaledge. Io così sono finito nel vuoto e mi sono ritrovato quasi a testa in giù, con tutto che volava via.

Come sei riuscito a reagire?

Dal momento in cui si è strappato il telo a quando la portaledge si è ribaltata saranno passati trenta secondi. In quel lasso di tempo mi sono detto che dovevo prendere tutto quello che potevo. Avevo lo zaino sotto la testa come cuscino: ci ho buttato dentro il fornello, il sacco a pelo, qualche barretta. Gli scarponi li tenevo abbracciati.

Poi, piano piano ho infilato gli scarponi, mi sono svincolato dalla portaledge e ho pensato: adesso cosa faccio?

E cosa hai fatto?

Mi ricordavo che due tiri sotto c’era una piccola cengia. Con me avevo solo una corda da 60 metri, mi sono calato e sono arrivato lì. In quel momento ho capito che dovevo solo far passare la notte. Sapevo che il giorno dopo sarebbe migliorato.

Una notte passata a lottare contro il freddo…

Mi tenevo le mani sulla testa per chiudere il sacco a pelo e non far entrare vento e neve. E ho passato la notte a battere i pedi sulla roccia per non congelarli. Ogni tanto mi addormentavo e poi mi svegliavo e sentivo che i piedi non c’erano più. E allora mi ripetevo “batti i piedi, batti i piedi”. Infatti il sacco a pelo nella parte sotto è tutto rovinato proprio da questo continuare a battere i piedi contro la roccia.

In quei momenti hai pensato a Silvia.

Sì. Lei sapeva cosa stava succedendo perché eravamo in contatto. Quando mi sono trovato a testa in giù nella tempesta e ho pensato che fosse finita, l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata: “Silvia, ti prometto che torno”.

Il giorno dopo quindi, il tempo migliora…

Prima si è calmato il vento poi, verso le nove, si è aperto il cielo. Sono rimasto al sole per asciugarmi perché ero completamente fradicio. Avevo perso il guscio ed ero rimasto con il piumino. Dopo un po’ mi sono detto che, se volevo scendere, prima dovevo recuperare le corde. Così sono risalito.

E invece di scendere hai deciso di continuare, come mai?

Avevo aggiornamenti meteo e sapevo che lo zero termico sarebbe salito sopra i 3000 metri. Sentivo, sul mio corpo, che stava arrivando il caldo, che le temperature stavano salendo. Così quando sono tornato alla portaledge ho rimesso tutto a posto, ho mangiato e ho cercato di asciugarmi.

In quel tempo sospeso mi sono detto: “Sono qui da tre settimane. È stato talmente duro arrivare fin qui che sarebbe un peccato non provarci”.

Com’è stata la parte finale della salita?

Sono partito all’alba. Ho iniziato con i tiri di misto e dopo un’ora faceva già caldo, il ghiaccio era buono e si saliva veloce. Così ho alleggerito lo zaino e sono andato.

Sono arrivato in cima pensando fosse pomeriggio. Ho guardato l’orologio: erano le 12.40. È stato assurdo trovarsi lì.

Qui eri solo alla metà della salita…

Sì, dovevo scendere. È stata un’epopea. Pensavo che sarei sceso almeno fino alla portaledge e che avrei passato la notte lì. Era più o meno al tiro 25 e quando sono arrivato ho rivisto quel posto. Un posto terribile: freddo, esposto al vento, sotto un tetto dove pensavo di essere al riparo, ma invece il vento faceva turbolenza. Così ho deciso di continuare a scendere.

Alle undici di sera ero ancora in movimento. Ho passato la notte al primo campo che avevo fissato e poi il giorno dopo ho continuato fino ai piedi della parete, smontando tutte le corde fisse che avevo posizionato.

Adesso che è finita, cosa significa per te questa salita?

Per me è importante fare salite come questa. Io non sono un alpinista professionista, sono una guida alpina. Certo, a volte penso che vorrei esserlo, ma troppo spesso trovo gente che non crede in me. E io mi faccio influenzare da questi giudizi, che a lungo andare iniziano a pesare. Ecco, con queste salite riesco a ristabilire il mio equilibrio. Le faccio per svegliarmi la mattina felice.

Hai già in mente la prossima?

Adesso voglio solo tornare a casa, da Silvia.

È stato come detto prima, magari no e magari un giorno domani o tra un anno e mezzo per determinato cose che accadono ne vado a fare un’altra. Per me importante fare solitarie, io non sono un alpinista professionista, io sono una guida, Ma per quanto vorrei trovo sempre gente che non crede in me e queste cose mi influenzano e mi dico ma veramente non valgo? Queste cose le faccio per ricordarmi quanto valgo, per svegliarmi felice al mattino.

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