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“Bionde in vetta”, la montagna al femminile raccontata con ironia

La missione (quasi) impossibile di Alessandra Segantin: creare esperienze di empowerment dedicate, ma mai escludenti

Cresciuta a Mira, in provincia di Venezia, «ma con le Dolomiti all’orizzonte», Alessandra Segantin ha avuto la montagna nel sangue ancora prima di rendersene conto. «I miei genitori ne erano affascinati, – racconta – a partire dai lunghi periodi di vacanza che trascorrevamo ogni anno a La Villa, in Val Badia, assieme anche a mio fratello». Poi arriva l’adolescenza e, con essa, il bisogno di mettere in discussione tutto quanto. «Dai diciott’anni e fino al post laurea, nel 2011, quell’aspetto della mia vita, di cui avevo fatto esperienza sempre e soltanto in una dimensione prettamente famigliare, non mi interessava più. Allora abitavo a Bologna, poco lontano di per sé dagli Appennini, e gradualmente mi ci sono avvicinata grazie a qualche giretto con le persone che avevo conosciuto lì, durante l’università. Pian piano mi si è riaperto un mondo».

Un mondo fatto di stagioni in rifugio – dalla Val Rendena alla Marmolada –, ma anche di nuove scoperte, quali le vie ferrate e l’arrampicata. «Per me la montagna ha iniziato a diventare sinonimo non tanto di libertà, quanto piuttosto di emancipazione, economica e sociale – prosegue Alessandra –, fatto sta che, con i soldi della mia prima stagione in rifugio, decisi di andare in Patagonia da sola, per esplorarla un po’ e fare dei trekking. Alla fine vi restai più tempo del previsto e cercai sempre di tornarvi ogni anno». E proprio mentre quegli anni si inanellavano, cadenzati dal ritmo di estati trascorse a lavorare in rifugio ed inverni (pardon, estati australi) a vagabondare per il Sud America, Alessandra non ha mai smesso di cercare la propria vera vocazione. «Il mio percorso di studi riguardava il turismo – racconta – e sono sempre stata inserita, anche grazie alla ricettività in rifugio, nell’ambiente dell’accoglienza. Volevo però trovare la chiave giusta per sposare i miei studi alla montagna, in maniera molto più personale e “mia”». Inizia pertanto a prestare i propri servizi per tour operator locali, nella tanto amata Argentina, cosa che la spinge gradualmente alla necessità di brevettarsi per poter diventare una guida a tutti gli effetti. «In Italia i corsi da Accompagnatore di Media Montagna erano in quel periodo ad un punto morto, – spiega – o comunque che mal si conciliava alle mie necessità lavorative. Così ho deciso di ottenere il brevetto UIMLA (Union of International Mountain Leader Associations, compagine internazionale degli Accompagnatori di Media Montagna, ndr) in Spagna, finendo il corso nel 2020, a ridosso del Covid».

Un’idea nata e cresciuta durante il lockdown

Proprio il Covid fu galeotto per l’embrionale progetto che sarebbe sfociato nel rebranding della propria offerta da accompagnatrice: Bionde in vetta. «Il lockdown e la pandemia in generale ci hanno costretto a trascorrere molto tempo online – continua infatti Alessandra – e un giorno, sul mio profilo professionale da accompagnatrice, mi accorgo che una ragazza mi aveva scritto per chiedermi consiglio su un reggiseno sportivo da indossare durante una spedizione in Lapponia, d’inverno. Sembrava una richiesta assurda o comunque marginale, ma mi aprì gli occhi sui diversi piccoli problemi pratici che le donne possono dover fronteggiare durante le loro esperienze in montagna. Si tratta di questioni tanto importanti quanto considerate superflue, come la gestione di un seno abbondante o del ciclo mestruale».

Che sia per inibizione maschile o per imbarazzo femminile, il tabù su queste tematiche regnava, e regna per certi versi ancora. «La cosa che più mi faceva riflettere, spronandomi a mettermi in gioco, – prosegue Alessandra – è il fatto che queste situazioni le viviamo tutte quante e la maggior parte di noi ha imparato sulla propria pelle, in autonomia, quali stratagemmi mettere in atto affinché pesino meno durante le nostre avventure. Mi preoccupava però che tutti questi piccoli problemi potessero fungere da deterrente, in alcuni casi: da veri e propri ostacoli, cioè, che impediscono alle ragazze di provare esperienze più hardcore, sfidando se stesse». Ecco dunque che la necessità di dare risposta ai diversi ostacoli segnalati da donne altrimenti ardimentose ha incontrato il bisogno di ripensare l’empowerment femminile, in chiave non più escludente od elitaria, ma ironica e dedicata, con corsi, escursioni organizzate, trekking e viaggi: tutti al femminile. «Il nome Bionde in vetta, nato di fatto lo scorso novembre grazie ad un processo creativo che ha coinvolto in prima battuta anche le mie clienti, è stata una naturale evoluzione di questo approccio ironico. – racconta Alessandra – Se in montagna, da donna, ti trattano un po’ da stupidina, e quindi, nel gergo dei luoghi comuni, da bionda, va a finire che ti convinci di esserlo veramente. Questo è ciò che intendiamo combattere con il nostro progetto».

Il plurale, “intendiamo”, non è casuale. Bionde in vetta, infatti, nonostante sia un progetto partorito in toto da Alessandra, ha cominciato a raccogliere attorno a sé diverse collaborazioni fruttuose e significative. Come nei viaggi all’estero che propone, avvalendosi di sinergie con realtà locali gestite da donne e sostenendo così le economie territoriali e i percorsi di formazione professionale. «In Nepal, ad esempio, i trekking sono organizzati in collaborazione con 3Sisters Adventure Trek, un’agenzia a gestione interamente femminile. Ma anche con i progetti educativi di Empowering Women of Nepal, una realtà che, con i proventi dei viaggi, organizza corsi UIMLA per donne nepalesi altrimenti prive dei mezzi economici per poterli frequentare».

Alla faccia, insomma, di chi storce il naso di fronte a progetti analoghi, che intendono mettere le donne al centro e si espongono alla critica di polarizzare ancora di più il discorso sulle differenze di genere, Alessandra Segantin ha proposto un’alternativa non soltanto utile, ma efficace. «Le critiche sono ancora tante, ma inaspettatamente lo sono anche gli apprezzamenti, pure da parte degli uomini stessi. In alcuni commenti, molti maschi hanno dichiarato di voler avere anche loro uno spazio così», conclude. D’altronde, per quanto marcate siano le nostre differenze, il bisogno di creare comunità travalica i generi. E resta lo stesso per tutti.

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