Quei cavi elettrici (provvisori) sulla cresta OSA al Moregallo
L’installazione segue tutta la linea di salita e viene utilizzata per una tradizionale salita prenatalizia nel Triangolo Lariano. Poi viene rimossa, ma la sua vista induce a una riflessione: è ora di togliere qualche filo ingombrante, fuori e dentro di noi


È bella la salita invernale alla classica cresta OSA al Moregallo, l’altura panoramica che sovrasta il ramo orientale del lago di Como, il lago di Pusiano, il lago di Annone, la Brianza e la pianura che si stende lontana. Una scalata curiosa, che corre lungo la sommità di uno strato di calcare verticalizzato, come sopra il dorso di un dinosauro. Aria finalmente pungente, essenziale, l’inverno che arriva a rimettere ordine nei sensi.
Si sale leggeri fino alla sommità ampia, accolti da faggi maestosi, dove lo sguardo si allarga. Un luogo che basterebbe da solo, senza aggiunte.
E invece, compagno di salita per tutta la cresta, c’è un lunghissimo filo elettrico: mezzo chilometro abbondante, steso sulla roccia, intervallato da lampadine appese.
Non lo sapevo, pare sia un’installazione luminosa tradizionale, appuntamento dell’antivigilia degli alpinisti di Valmadrera. Una linea inconsueta, scenografica, lunghissima, visibile da lontano. Sicuramente un momento sentito, di passione, di appartenenza, di tradizione.
Eppure…
Quel filo elettrico, lì sulla roccia, fa nascere una domanda. Me la pone il mio compagno di cordata, con parole dirette: «Ma ghe né minga asèe de mandrùn ‘n gìr?» . Traduco dal dialetto malenco:
«Ma non ci sono già abbastanza cianfrusaglie in giro?»
Il senso è chiaro. Viviamo immersi in un eccesso continuo di segni, luci, richiami: inquinamento luminoso, visivo, sonoro. La vista offesa al piano, perennemente. E allora perché portare tutto questo anche quassù? Perché stendere un filo elettrico su una cresta calcarea, come se la montagna non fosse già abbastanza, come se avesse bisogno di essere sottolineata, messa in scena?
Non è solo una questione materiale, i cavi e le luci vengono rimossi, durano pochi giorni. È qualcosa di più profondo, un inquinamento del pensiero. L’idea che il buio sia un difetto, che il silenzio vada corretto, che senza un intervento umano il luogo resti incompleto.
Quella linea luminosa, alimentata da un gruppo elettrogeno sulla vetta, diventa allora il simbolo di un mondo che non sa più sostare nell’ombra, che deve illuminare tutto perché ha disimparato a guardare, che proietta luce fuori per non fare i conti con il buio che porta dentro.
Così anche la cresta – spazio di misura, di esposizione, di passaggio essenziale – viene trasformata in supporto, in scenografia, in sfondo da occupare. Forse le tradizioni non vanno semplicemente ripetute, ma rimesse in discussione. Forse alcune passioni, per non consumarsi, hanno bisogno di togliere, non di aggiungere, di rinunciare a qualcosa e spezzare l’incantesimo di una visione sempre strumentale della montagna, buona per autorappresentarsi, per sostenere lumini, per diventare vetrina.
Perché la montagna, quando la si lascia in pace, sa ancora fare una cosa rarissima: restare al buio e illuminare noi.



