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Quella neve sottile che illumina il passato

Le prime spolverate di neve mettono in rilievo quei manufatti altrimenti (quasi) invisibili. E che raccontano storie antiche che rischiano di essere dimenticate

La neve vera, qui nelle Retiche, non abbonda. Eppure pochi centimetri hanno dato una mano di bianco, preziosa per scaldare gli animi in vista delle feste.

Qualche fiocco ha sostituito – per fortuna – l’esibizione via social dei cannoni sparaneve, ormai entrati nel ciclo delle stagioni, come i fiocchi che cadono dalle nuvole, come le fioriture di primavera, come la vendemmia d’autunno. Non a caso qualcuno parla ormai di “nevificazione”, riferendosi alla capillare e indispensabile produzione di neve tecnica, senza la quale sarebbe impossibile sciare.

Bastano dunque pochi centimetri di bianco per ammantare tutto di splendore e prepararci a brindisi, cotechini e pacchi, nell’eterna cartolina. Un po’ come la farina bianca sparsa sul muschio del presepe per dare un segno d’inverno ai rilievi più alti attorno alla capannuccia di Gesù Bambino.

Osservati da un’altra prospettiva, però, quei pochi centimetri svelano ciò che normalmente ignoriamo, ormai nascosto e divorato dal bosco. Sono i luoghi della dimenticanza, quella “montagna di mezzo” che neppure vediamo, improvvisamente messa a nudo dallo spolvero bianco che rende visibili sentieri, case arroccate e muri.

Soprattutto muri: chilometrici, costruiti a secco, ordinati in file sovrapposte su pendenze sempre più ardite, fino ad accostarsi alle rupi. Muri ormai invisibili, inghiottiti dai boschi e da recinti di rovi, che sorreggono innumerevoli terrazzi, oggi spazi liberi per i selvatici che vi trovano rifugio. Un tempo erano prati, campi di segale, frumento, orzo e granoturco, patate, canapa e lino… tutto ciò che serviva per vivere in salita.

Queste tracce occhieggiano a stento attraverso la coltre vegetale che le avvolge, tranne quando la neve -cadute le foglie – ne esalta la geometria e le linee fondamentali. Con la vegetazione spoglia e quella spolverata bianca che in Valmalenco, nelle Retiche, si chiama in dialetto brüüch de nèf, è possibile ricostruire l’immagine del paesaggio qual era fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando i prati venivano falciati e i seminativi campeggiavano d’estate con i colori diversi delle loro colture.

Un’osservazione privilegiata, non per rimpiangere fame e fatiche, il duro lavoro nei campi, ma per comprendere tutta quella montagna in ombra e dimenticata che non vediamo più. Un esercizio utile per allenare lo sguardo, capire cosa c’era quassù e non lasciarci rapire soltanto dai falsi paesaggi da presepe, dalla montagna-vetrina, modellata come un cortile d’altura delle città.

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