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Punta Dufour: oltre la ragione (1)

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"La cresta che dalla Zumstein portava al Colle del Papa era affilata come un coltello". Così inizia il racconto dell’alpinista disabile Oliviero Bellinzani della salita alla Punta Dufour nell’agosto 2006. Una scalata emozionante sulla vetta più alta tra quelle che compongono il massiccio del Monte Rosa. Alpinismo vero ed emozionante.

La cresta che dalla Zumstein portava al Colle del Papa era affilata come un coltello. Scoscesa, si abbassava vertiginosa  precipitando in un abisso senza fine da entrambi i lati, mentre la neve gelata, lavorata dal vento non prometteva niente di buono. Nessuna traccia, né altro segno di passaggio: eravamo i primi ed osservandola mi chiesi come avrei fatto a scendere da lì.

Alberto, Boris, Max ed io eravamo partiti alle tre di quel mattino dalla Capanna Gnifetti, dove avevamo pernottato. Ci eravamo saliti il giorno precedente, da Alagna con la funivia fino a Punta Indren, poi a piedi attraverso un paesaggio che stentavo a riconoscere. Colpa degli sconvolgimenti climatici causati dall’uomo e il conseguente arretramento dei ghiacciai,   ridotti in uno stato pietoso. Dove prima c’ era uno spesso manto nevoso, ora campeggiava una smisurata pietraia in fondo alla quale, oltre ai resti del vecchio ghiacciaio, si ergeva lo sperone roccioso attrezzato con cordoni di canapa e scalini di legno.

Conoscevo molto bene quel percorso per averlo compiuto più volte, ma mai mi era capitato di trovarlo in simili condizioni. Tutto sommato, però, la cosa mi risultava vantaggiosa. Camminare su pietraia o ghiaccio vivo senza affondare  usando un paio di stampelle, faceva una bella differenza. Questo solo pensavo mentre osservavo quell’ambiente sconvolto. Poi mi ero incamminato.

La sveglia era suonata alle due. Fuori era un gelo, la pianura lontana, un enorme braciere dalle mille luci tremolanti, perdute nella notte. Il mostro riposava, finalmente acquietato. Distante, ma forse non abbastanza per dimenticarsene, mentre alla luce delle lampade frontali ci preparavamo. Dopo un’ incertezza, racchettai le stampelle perché non affondassero.

Con ogni probabilità non sarebbe servito, visto il freddo, ma non si poteva dire. Quindi applicai i puntali da ghiaccio costruiti da un amico. Infine, calzai il rampone sul piede destro. La gamba sinistra, invece, se l’era portata via la strada, a ventun anni. Un incidente con la moto. Erano stati momenti tremendi, ma sognare di scalare montagne mi aveva dato la forza necessaria per superare ogni ostacolo, e l’ amore per l’ alpinismo mi aveva trascinato sin qui.

Contrariamente a quanto credevo, la salita al colle del Lys fu durissima. La neve farinosa, si era accumulata, cancellando la pista che solitamente somigliava ad un’ autostrada. Le stampelle affondavano in maniera impietosa e la marcia a quattromila metri di altezza si faceva ad ogni passo più sfibrante. Davanti Massimo e Boris, dietro io e Alberto, in cordate distinte.

Ringraziai l’istinto che mi aveva spinto a mettere  le racchette alle stampelle, altrimenti mi sarei ritrovato a doverlo fare nel bel mezzo della salita. Purtroppo, non sempre le condizioni meteo andavano come lo si vorrebbe, e tre giorni prima della nostra partenza, una perturbazione aveva imbiancato le montagne sopra i tremilaottocento metri. Neve fresca, inconsistente, faticosa da pestare, infida sui pendii in traverso. Ma ciò nonostante non avevamo desistito.

Respirai a pieni polmoni. La fatica cominciava a farsi sentire, ma il colle del Lys era ormai davanti a noi, sprofondato in una semioscurità ultraterrena. Il vento soffiava violentissimo, la temperatura sfiorava i meno quindici e intirizziti sostammo a riprendere fiato.

A sinistra, la parete Nord del Lyskam incombeva paurosa. Più in la, fra l’incerta luce, si scorgeva l’affascinante piramide  della Dent Blanche, mentre il bianco scivolo della Zumstein ci chiudeva l’orizzonte, disegnato sulla destra dal netto profilo della Punta Gnifetti, su cui sorgeva la Capanna Margherita, rischiarata dai raggi dell’alba incipiente. Un paesaggio magico, immobile, rotto solo da tre puntini scuri che discendevano il pendio diretti al Colle Gnifetti.

Riprendemmo il cammino, accelerando il passo, ma i tre erano in vantaggio e arrivarono in vetta alla Zumstein poco prima di noi. Il sole, appena spuntato, creava fantastici effetti tra ombre e luci indorando a tratti  il generale biancore circostante, dandogli nuova consistenza. Uno spettacolo  che da solo sarebbe bastato a ripagare tanta fatica, ed era tutto per noi.

Poi, vedemmo altri due puntini scendere dalla capanna. Camminavano veloci, sicuri. Molto più dei tre che li avevano preceduti, e in un batter d’occhio ce li ritrovammo dietro. Erano le sette del mattino, quattro ore di salita, e la temperatura era prossima ai meno dieci.

Quando giungemmo in vetta, i tre arrivati per primi si stavano già preparando a scendere. Il gelido vento che spazzava la cima con violente raffiche non invitava a trattenersi a lungo, e alzando lo sguardo vidi ciò che ci attendeva. La cresta che sotto pareva spuntare dal nulla, divideva il cielo come un enorme vomere, lunga e sinuosa, ricoperta di neve e ghiaccio sino alla base del piramidale blocco roccioso della Punta Dufour, anch’ essa nelle medesime condizioni.

Provai un crampo allo stomaco. Non avrebbe dovuto essere così. Solo pochi giorni addietro era in condizioni perfette, senza la benché minima traccia di neve. Solo solida, buona roccia. Avevo portato persino la scarpetta d’ avvicinamento per arrampicarmici meglio. Ma da quel che vedevo, non si parlava nemmeno di togliere i ramponi. Impossibile. La cosa si prospettava, perciò, ancor più difficile di quanto già non fosse. Preoccupato, mi ero avvicinato al baratro, ed ora lo stavo osservando chiedendomi, appunto, come avrei fatto a scendere da lì.

Come in cerca di conforto, lanciai un’ occhiata ad Alberto. Forse anche lui stava pensando le stesse cose. Non potevo saperlo, e gli occhiali scuri m’impedivano di capire cosa gli attraversasse la mente. Nel frattempo, i due arrivati dietro di noi, avevano lanciato a loro volta uno sguardo in basso, e scuotendo il capo erano tornati nei pressi della Madonnina di vetta, rimanendo in silenziosa attesa. Con tutta probabilità aspettavano di vedere cosa avremmo fatto noi. 

Dal canto nostro, davamo l’impressione di essere intenzionati a proseguire. Perlomeno, se qualcuno aveva delle perplessità, se l’era tenute per sé. Per quanto mi riguardava, ero deciso a continuare e Alberto sembrava pensarla allo stesso modo. Ci eravamo conosciuti ad una serata che avevo tenuto a Quarona, in Valsesia. Una volta terminata la proiezione, si era presentato, offrendosi di accompagnarmi gratuitamente in valle se lo avessi desiderato. Se una guida mi faceva  una proposta del genere significava una cosa soltanto: le mie immagini lo avevano colpito ad un tale punto da non limitarsi alle solite, banali frasi di circostanza.

Nel corso della vita, avevo imparato che le parole erano solo parole, mentre i fatti erano tutt’altro. E Alberto non si era tirato indietro quando l’estate dell’anno prima gli avevo proposto la salita alla Punta Dufour. Purtroppo allora non se n’era potuto fare nulla, la via non era in condizioni proprio a causa della dannata discesa al Colle del Papa, passaggio obbligato, che stavamo per affrontare. 

Senza indugiare oltre,cominciammo a scendere, prima Massimo con Sandro , poi io con Alberto. I  due sconosciuti si mossero  a loro volta, sfruttando la nostra traccia. Pochi passi e il cielo si confuse con la terra. Un brivido, poi più nulla.

Oliviero Bellinzani

 

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