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Primo Levi e la montagna: inaugurata in occasione del Giorno della Memoria la mostra del Museomontagna di Torino

Dal 26 gennaio il percorso espositivo, nato in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, invita a scoprire attraverso parole, fotografie, manoscritti e oggetti inediti l’amore di Levi per la montagna

Natura, materia, letteratura, trasgressione, riscatto, amicizia, scelta, liberazione. Tutti questi possono essere i significati della montagna nella storia di una persona; quando in particolare si tratta della storia di Primo Levi, che dell’importanza delle parole, del loro significato ha fatto la sostanza di una vita, ecco che il rapporto tra uomo e montagna diventa il rapporto tra uomo e terra, tra uomo e umanità.

Le otto parole sono le chiavi attorno a cui si articola Le ossa della Terra. Primo Levi e la montagna, la mostra aperta al Museo Nazionale della Montagna di Torino, curata da Guido Vaglio con Roberta Mori e sviluppata in collaborazione col Centro Internazionale di studi Primo Levi. Proprio il direttore del centro studi, Fabio Levi, nel presentare il progetto è voluto tornare all’intervista che lo scrittore americano Philip Roth aveva fatto allo scrittore torinese: ne era tornato portando con sé Il senso di “un’anima dalla grande capienza”, che sapeva muoversi tra terreni diversi, combinandoli per dare una rappresentazione complessiva del mondo.

Primo Levi alla Capanna Margherita, sulla vetta della punta Gniffetti al Monte Rosa, anni Sessanta. @: Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, per gentile concessione della famiglia Levi
Primo Levi alla Capanna Margherita, sulla vetta della punta Gniffetti al Monte Rosa, anni Sessanta. @: Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, per gentile concessione della famiglia Levi

È in questo panorama di roccia e di neve, tra il Monte Bianco, le Alpi Retiche e le Dolomiti, che il Primo Levi uomo di montagna prende forma: un aspetto inconsueto dell’autore, noto come testimone delle atrocità dei campi di concentramento nazisti, ma in realtà forse un aspetto nodale della sua storia. Nelle sue opere l’immagine della montagna è immagine di libertà e bellezza – ricorda Vaglio – mentre la pianura si lega al fango, il fango alla terra nemica e ostacolante del Lager.

La montagna è il luogo dove avviene per Levi il più grande cambio di significato di un’intera esistenza: “andare in montagna” prima dell’autunno del 1943 è esperienza umana, amicizia come vincolo – come nella cordata, richiama Mori –  anche di trasgressione di una società mal sopportata; dopo quella fatidica data invece il significato diventa quello di una scelta, partire per unirsi alla lotta partigiana, affrontando un destino ignoto ma con una certezza interiore di un antifascismo formatosi lungo mesi di presa di coscienza, di maturazione, trascorsi a Milano e costellati di escursioni e ascensioni, verso il Monte Disgrazia e sulle Grigne.


E a condurre i visitatori attraverso un percorso tanto profondo, apparentemente così difficile da toccare con mano – tanto è fatto di sentimenti e di pensieri – ma così forte, tanto ha potuto significare per tante persone, ci sono le immagini – le fotografie di archivi pubblici e privati, le illustrazioni delle Cronache di Milano fatte da Eugenio Gentili-Tedeschi coi testi della cugina di Levi Ada della Torre – e le parole, i passaggi delle opere, gli appunti, le interviste.

Ci sono poi anche gli oggetti, pochi – è una mostra di esperienza, non un reliquiario – ma potentissimi: sono gli sci lasciati da Levi ad Amay, in Valle d’Aosta, dove i nazisti lo arrestano il 13 dicembre del 1944, ma che salvano la vita del partigiano Ives Francisco; e c’è anche una pietra, la pietra verde del Monviso su cui Levi fa incidere la poesia A Mario e a Nuto per Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, perchè prenda corpo un “patto di memoria” – prendendo a prestito le parole di Antonella Tarpino e Marco Revelli – la materializzazione di un legame profondo, di cui quella piccola parte unitaria di montagna si possa rendere testimone: “Come me hanno tollerato la vista di Medusa che non li ha impietriti, non si sono lasciati impietrire dalla lenta nevicata dei giorni”.

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