Film

Cinque giorni una estate

Per la regia di Fred Zinnemann, il film uscito nel 1982 è un dramma amoroso a tinte fosche. Ma le vere protagoniste sono le montagne dell’Engadina

Ultimo film del grande regista hollywoodiano Fred Zinnemann, Cinque giorni una estate (1982) è un dramma amoroso calato nel pieno delle Alpi svizzere, per la precisione tra le montagne dell’Engadina (cantone dei Grigioni). Nonostante la grande star protagonista Sean Connery – qui nei panni di un ambiguo marito/amante di una giovane donna in crisi (Betsy Brantley) – e la regia esperta di Zinneman, il film al momento dell’uscita fu un vero e proprio flop al botteghino e un disastro critico. Se il film, quindi, è riuscito lo stesso a diventare un piccolo cult, lo ha fatto proprio in virtù della sua ambientazione, del modo in cui la montagna nei suoi diversi aspetti e pericoli diventa protagonista attiva e determinante della storia, molto più dei personaggi stessi.

Fotografato dal grande direttore della fotografia italiano Giuseppe Rotunno, Cinque giorni una estate è stato sceneggiato da Michael Austin a partire da un racconto del 1929 di Kay Boyle intitolato Maiden, Maiden. Ambientato nel 1932, il film è la storia di una relazione atipica e piena di zone d’ombra: quella tra l’anziano medico scozzese Douglas Meredith (un grigio Sean Connery) e la sua giovane moglie Kate (Betsy Brantley). I due si recano insieme in una pensione nelle Alpi svizzere per una vacanza di piacere, che intendono passare facendo escursioni, ferrate e rimanendo a stretto contatto con le montagne che circondano la pensione. La differenza di età tra i due è notevole, e infatti non mancano fin da subito gli sguardi di disappunto degli altri pensionanti. Ciò che però stride ancora di più e preannuncia una rivelazione che ben presto arriva nel film è il comportamento strano di Kate, che alterna gioia estrema per l’occasione della vacanza a momenti di grande depressione e tristezza. Kate, infatti, non è davvero la moglie di Douglas ma la sua amante e – cosa ancora più turbante – sua nipote (figlia del fratello).

La storia prende quindi subito tinte più inquietanti e prende il via con l’arrivo di un personaggio determinante: la guida alpina Johann, un giovane dell’età di Kate che, invaghendosi di questa, prova a dissuadere lei e Douglas da quella relazione incestuosa. Ecco allora che la montagna, con le sue sfide, diventa il campo di prova di questa dinamica relazionale: i tre infatti si recano insieme sulle vette per fare escursioni e le difficoltà delle salite, unite agli imprevisti (tra cui il ritrovamento di un cadavere su un ghiacciaio), aumentano il clima di tensione che già aleggia tra i personaggi. Dal ghiacciaio alla ferrata su roccia, arrivando al climax del film presso lo Jungfrau (una delle vette principali delle Alpi Bernesi), la dinamica di sfida con la natura fa da corrispettivo alla sfida dei personaggi con i loro demoni. Si tratta di un paesaggio che si trasforma da idilliaco a conflittuale, da panorama da sogno a limite per la sopravvivenza e la felicità personale.

Il realismo delle riprese

Girato sulle Alpi senza effetti speciali o controfigure, Cinque giorni una estate, secondo il regista e produttore Zinnemann, gli ricordava le montagne che aveva frequentato in gioventù: “Amavo la sensazione che si provava in quei vecchi tempi di andare in un posto assolutamente immobile… il silenzio, il sentimento di maestosità, il mistero“.

Sean Connery stesso descrisse il lavoro sulle location di questo film come “il film più audace in cui sia mai stato coinvolto. Era una produzione cinematografica sul punto di diventare pionieristica“. Il momento peggiore che ha vissuto mentre girava questo film fu quando dovette percorrere trecento metri a piedi da solo lungo un ghiacciaio noto per essere ricco di crepacci nascosti da una fresca nevicata e privo di segnali di sicurezza. I pali segnaletici erano presenti durante le prove, ma non durante le riprese. Connery disse: “A pochi centimetri da entrambi i lati del sentiero c’erano caverne di quasi trenta metri. Potevo sentire il suono del ghiaccio che si muoveva sotto di me, e dietro di me tra le vette, spostandosi continuamente. È stata la passeggiata più solitaria che abbia mai fatto”.

Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close