Turismo

Un anno sui sentieri dei Monti Marsicani e Sirente-Velino

Alla scoperta della vasta rete di itinerari che consente di raggiungere spettacolari balconi panoramici e vette dalle forme tondeggianti, di godere della frescura dei boschi e di penetrare negli angoli più segreti delle valli. In ogni stagione.

Testo tratto dal numero di Meridiani Montagne "Monti Marsicani e Sirente-Velino".

Salire sul Velino è quasi un pellegrinaggio. I sentieri che s’inerpicano verso i 2486 metri della cima sono lunghi, e qualcuno include dei passaggi impegnativi. Dal Piano di Pezza e dal rifugio Sebastiani (2102 m) si cammina per quattro o cinque ore. Si passa dal bosco alle praterie d’alta quota, poi alle ghiaie e alle rocce. Al ritorno, attendono risalite faticose. Il versante meridionale, che guarda il Fucino, è ancora più impegnativo. Il dislivello dei sentieri sfiora i 1500 metri e in estate il sole è cocente, costringendo a una partenza antelucana. Mentre il sentiero del Vallone di Sevice è lungo ma elementare, quello della cresta sud-sudovest, dal rifugio Casale da Monte (1150 m), offre tratti esposti. Sulla cresta sud, tra il Canalino e il Canalone, s’incontrano addirittura dei tratti di arrampicata.

Per gli escursionisti dell’Italia Centrale, però, salire sul Velino, per motivi laici o di fede, è un’esperienza importante. Il 10 luglio del 1966 gli alpini di Avezzano e di Celano si diedero il cambio per portare fino in vetta una pesante statua in bronzo della Madonna. In una delle foto sulla cima, accanto ai soci dell’Ana compare un gruppo di suore di un convento di Avezzano. Indossano tutte le loro vesti candide, ma ai piedi calzano solidi scarponi. Nel 2016, nel cinquantenario dell’evento, la statua è stata portata a valle e restaurata. Poi, come la prima volta, è stata riportata sulla cima a spalla. Tra il 1999 e il 2013 hanno compiuto un pellegrinaggio laico due coniugi di Roma, Enza Guerra (docente di chimica) e Gerardo Chiocchio (medico). In 14 anni i due hanno salito per più di mille volte il Velino, che definiscono “la nostra montagna dell’anima”.  Un pellegrinaggio più recente risale al 4 maggio 2020, il giorno in cui in gran parte d’Italia sono ridiventati accessibili i sentieri. Eleonora D’Angelo e Sara Storione, due alpiniste marsicane, partono da casa alle 2 del mattino, raggiungono in bici il sentiero. Poi, di buon passo, salgono fino in cima. Quando le due pubblicano su Facebook la foto dell’alba dai 2486 metri della vetta sono da poco passate le 6 del mattino. “Non ne potevo più di star ferma” sorride Sara.

Flora e fauna d’Abruzzo

Nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, altri sentieri offrono pellegrinaggi in cerca della fauna. Il più noto, da Civitella Alfedena, risale la faggeta della Val di Rose, tra i monti Boccanera e Sterpidalto. Nella parte bassa si vedono spesso i cervi, in alto le star sono i camosci. Gli animali compaiono sui pianori al termine del bosco, poi si lasciano osservare dai tornanti che salgono verso il Passo Cavuto. Più avanti, a picco sui mughi della Camosciara, giocano spesso a rimpiattino con gli escursionisti che si siedono a riposare accanto al rifugio di Forca Resuni (1952 m). I camosci accolgono chi cammina anche sui 2242 metri della Meta e sui 1882 metri del Monte Amaro di Opi. Quest’ultimo si raggiunge per un faticoso sentiero dalla Val Fondillo, ma dall’ometto di pietre posto sulla cima il panorama verso il Monte Marsicano (2245 m) e il Monte Petroso (2247 m) è grandioso.

Per apprezzare i sentieri di queste montagne, però, non è indispensabile essere escursionisti provetti. Tra maggio e giugno, orchidee selvatiche e viole fioriscono anche accanto ai percorsi più comodi, come la carrareccia della Val Fondillo. Alla Camosciara, meta di passeggiate per famiglie, scrosciano due piccole cascate e, in primavera, fiorisce la scarpetta di Venere, una delicata orchidea dai colori eleganti. Un sentiero un po’ più faticoso, ma di grande soddisfazione, è quello che da Barrea porta al Lago Vivo (1596 m), l’unico bacino naturale del parco, ricco d’acqua a primavera, che poi si asciuga rapidamente. Alla portata di molti è anche la Grotta dello Schievo, in Valle del Rio Torto, che ospita un laghetto e una piccola cascata. Tra Pescasseroli e Opi, si può seguire a mezzacosta il Tratturo regio, che prosegue verso il Tavoliere delle Puglie. In autunno, poi, itinerari di ogni lunghezza consentono di ammirare il giallo e l’oro dei faggi e di ascoltare i bramiti dei maschi dei cervi in amore.

Sentieri per tre stagioni

Nel Parco regionale Sirente-Velino, oltre alle due vette maggiori, vengono spesso raggiunte le cime della Serra di Celano (1923 m) e del Monte Puzzillo (2174 m), a poca distanza dalle piste da sci di Campo Felice. La cooperativa Sherpa di Avezzano, insieme ai comuni di Magliano de’ Marsi e Massa d’Albe, ha invece realizzato dei sentieri ai piedi del Velino che conducono fino alle rovine romane di Alba Fucens. E, nel 2015, chi scrive e la sezione Valle del Giovenco del Cai hanno ideato il Sentiero Silone, che inizia e finisce a Pescina, dove lo scrittore era nato nel 1900, collegando tra loro 13 luoghi citati nelle sue opere.

Dall’altra parte del Sirente, uno degli itinerari più belli è quello che dal borgo medievale di Fontecchio scende a un magnifico ponte romano, poi risale alle “pagliare” di Fontecchio e di Tione, vecchi edifici agricoli in pietra. Tutti percorsi troppo caldi in estate, ma che consentono di camminare in primavera, in autunno e nelle belle giornate invernali.

Sul Velino, sono mete classiche anche il rifugio Vincenzo Sebastiani e la spettacolare Val di Teve, dominata dalla parete del Muro Lungo, dove nel 1962, con il marsicano Gigi Panei, ha lasciato la sua firma una star dell’alpinismo mondiale come Walter Bonatti. Merita una citazione particolare la Via Romana, un antico tracciato con tratti intagliati nella roccia, che si snoda a mezzacosta sui pendii delle Gole di Celano, uno dei canyon più belli d’Abruzzo. Fuori dai confini del parco, nel Lazio, un frequentato sentiero sale ai 1788 metri del Lago della Duchessa.

Dalla guida di Abbate alla segnaletica dei parchi

Nell’Ottocento la ferrovia per Rieti, Antrodoco e L’Aquila consentiva ai romani di raggiungere con relativa comodità il Terminillo e il Gran Sasso. La Marsica, che oggi grazie alla A25 Roma-Pescara è a un’ora dal Grande raccordo anulare dell’Urbe, era ancora remota, ed escursionisti e alpinisti hanno scoperto “tardi” queste montagne. Ma nel 1903, dopo l’inaugurazione della ferrovia da Roma ad Avezzano e a Sulmona, l’alpinista romano Enrico Abbate – che nel 1880, per salire d’inverno il Velino e il Sirente con Edoardo Martinori, fu costretto a effettuare un viaggio di una settimana – colmò la lacuna pubblicando una voluminosa (mille pagine!) Guida dell’Abruzzo, che avrebbe accompagnato generazioni di escursionisti e turisti. Nel volume, accanto a castelli e abbazie, erano descritte decine di sentieri. Il Monte Amaro di Opi e il Sirente, il Costone e la Meta, Monte Genzana e il Velino, sono diventati classici proprio grazie a quel tomo che entrerebbe a fatica in uno zaino tecnico e leggero di oggi.

Le nostre montagne sono amate dagli escursionisti, sui sentieri stiamo investendo fondi, lavoro e attenzione” spiega Igino Chiuchiarelli, commissario del Parco regionale Sirente-Velino. “Abbiamo realizzato una nuova mappa disponibile anche in formato digitale e tracciato un anello di 80 chilometri per le mountain bike. Ora lavoriamo sui sentieri tematici, vicini alle aree faunistiche e ai paesi. Alcuni saranno accessibili con passeggini e joëlette”. Nelle due aree protette, come nelle zone limitrofe, la segnaletica è in buone condizioni. Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise da qualche anno ha rinunciato agli storici segnavia arancioni per passare al più diffuso bianco-rosso. Sul Velino, dove in passato i sentieri erano segnati in giallo-rosso (i colori usati anche sul Gran Sasso), c’è stata qualche scaramuccia tra gruppi e associazioni locali, con segnavia che passavano da un colore all’altro e viceversa. Oggi però la situazione è tranquilla.

Un balcone sul cuore e l’annosa questione dei rifugi

Al margine dei due parchi, gli escursionisti trovano i percorsi dei comuni di Scanno e Villalago e della Riserva Montagne della Duchessa (nel Lazio). Nei pressi di Scanno, il breve Sentiero del cuore porta al belvedere da dove il più bel lago delle montagne abruzzesi, il Lago di Scanno, sembra avere la forma di un cuore. “Questa storia dimostra la potenza dei social. Sembrava un gioco, è diventata un’attrazione turistica importante” spiega Alessandra Mastrogiovanni, proprietaria di un b&b a Scanno. “Da qualche anno, tra i nostri clienti ci sono coppie di neosposi che vengono a fare il viaggio di nozze in Italia, e non si fanno mancare il selfie con il lago. Molti arrivano dalla Corea del Sud“.

Sul fronte dei rifugi le cose sono più complicate. Sul Velino, per decenni l’unico vero punto d’appoggio è stato quello dedicato a Vincenzo Sebastiani, che la sezione di Roma del Cai ha costruito un secolo fa sul Colletto di Pezza, a 2102 metri di quota. Chi lo voleva utilizzare doveva ritirare le chiavi in fondovalle. Da vent’anni il rifugio è gestito in estate e in molti weekend del resto dell’anno, ed è un punto di riferimento per escursionisti, ciaspolatori e scialpinisti. Anche se l’edificio è modesto (ma nell’estate del 2020 sono previsti miglioramenti) l’accoglienza è calorosa e la cucina ottima. In estate, concerti, eventi gastronomici, presentazioni di libri e serate di osservazione delle stelle attirano un pubblico entusiasta. Se i comuni di Rocca di Mezzo e Lucoli migliorassero le strade sterrate che conducono ai sentieri di accesso, l’afflusso sarebbe ancora maggiore.

Da qualche anno, al Sebastiani si affianca la Capanna di Sevice (2119 m), costruita ai piedi dell’omonima cima dal Gruppo escursionisti Velino. Si raggiungono in auto il rifugio Casale da Monte (1150 m), allo sbocco della Valle Majelama, e lo Chalet del Sirente (1156 m), ai piedi del Canalone Majori e della Valle Lupara. Nella valle di Mandra Murata c’è il romantico e minuscolo rifugio-bivacco della Vecchia (1870 m).

Nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, all’entusiasmo di Erminio Sipari, primo presidente del parco, sono seguiti decenni di vandalismi nei rifugi, tanto che negli anni Settanta l’allora direttore Franco Tassi decise di chiuderli tutti agli escursionisti. Per fortuna da qualche anno le cose hanno iniziato a cambiare nuovamente.

Fuori dal parco sono accessibili il rifugio del Campo (1714 m), sul versante di Scanno (sempre aperto), e quello di Coppo dell’Orso (1870 m), in Vallelonga, per il quale occorre richiedere le chiavi. Altri punti d’appoggio sono stati realizzati nei valloni che scendono a Villalago. All’interno dell’area protetta, sono stati affidati a professionisti locali i rifugi di Prato Rosso (1536 m) e di Terra­egna (1780 m) e i bivacchi della Val Fondillo e di Pianezza, sui pendii del Monte Marsicano. Un edificio del Comune di Lecce nei Marsi è diventato l’ecorifugio della Cicerana (1560 m), dotato di cucina, camerata con dieci posti letto, bagno e una grande sala con camino a legna. Restaurato, ma ancora in attesa di un gestore, il rifugio del Diavolo (1390 m), nei pressi di Gioia Vecchio. “Sui rifugi abbiamo molti progetti” spiega Luciano Sammarone, direttore del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. “Ristruttureremo quelli di Forca Resuni e di Jorio, che però saranno riservati ai guardiaparco. Riapriremo al pubblico, invece, il rifugio della Difesa. Inoltre una cooperativa di Pescasseroli ha preso in gestione le due ex cantoniere di Gioia Vecchio, mentre sul versante di Scanno pensiamo di affidare vari rifugi a un gestore unico, così chi cammina avrà a disposizione un circuito“.

In questi mesi difficili, che seguono il lockdown dovuto al Covid-19, molti s’interrogano su come sarà l’escursionismo nei parchi nell’estate che è appena iniziata. “Da noi esistono già aree dove l’accesso nei periodi più delicati è a numero chiuso. Penso a Forca Resuni e alla Val di Rose, alla Meta, alle creste del rifugio di Jorio” spiega ancora Sammarone. “Se ci troveremo di fronte a un afflusso eccessivo, utilizzeremo la nostra esperienza per limitare l’accesso ad altre zone. In aree molto frequentate, come la Camosciara e la Val Fondillo, possiamo per esempio limitare i visitatori riducendo il numero dei posti auto nei parcheggi. In questo momento, però, mi preoccupo più del contrario. Nel 2020, dopo un inverno senza neve, è arrivata una primavera senza il turismo scolastico, che è fondamentale per le strutture ricettive e per le guide ambientali e gli accompagnatori di media montagna. Molti italiani, colpiti dalla crisi, hanno poco da spendere”. E conclude: “Se in estate avremo troppo turismo nei borghi e sui sentieri del parco, saremo capaci di affrontarlo. Però speriamo che gli escursionisti arrivino“.

 

Altri approfondimenti sul numero 105 di Meridiani Montagne “Monti Marsicani e Sirente-Velino”.

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