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Isolamento, mancanza di natura e libertà. Sopravvivere alla reclusione secondo lo psicologo (e alpinista) Giulio Scoppola

L’isolamento, la mancanza di natura, la costrizione di queste interminabili settimane sono un trauma per chi è abituato a vivere la natura e la montagna. Come possiamo star meglio, o almeno sopravvivere?

Ci aiuta a capirlo Giulio Scoppola, psicologo e alpinista romano. E’ un dirigente del servizio di Psicologia Ospedaliera della ASL Roma 1, è stato istruttore di alpinismo del CAI. Qualche anno fa ha contribuito a far nascere la montagnaterapia, che utilizza l’andare in montagna come cura per molte forme di disagio. Nell’ottobre del 2019 Scoppola è stato tra i soci fondatori della SIMONT, la Società Italiana di Montagna Terapia. Oggi il problema è capovolto, e migliaia di frequentatori della montagna soffrono perché non ci possono andare. 

Queste settimane di reclusione sono faticose per tutti. Escursionisti e alpinisti soffrono più o meno della media? In fondo, andare in montagna dovrebbe far diventare resistenti alle avversità…

“Non è vero, purtroppo. Le persone che vanno in montagna hanno più fragilità delle altre. Dobbiamo accettare questa fragilità, farci amicizia. Su questo influisce anche l’età”

In che senso?

“I più anziani tra noi, con il passare degli anni, hanno imparato a darsi degli obiettivi più modesti di prima, per esempio un’escursione invece di un’arrampicata. Per i giovani questo è più difficile, c’è una rigidità che è difficile da superare”

Gli arrampicatori e gli alpinisti dovrebbero essere abituati al concetto di limite. Chi pratica l’arrampicata sportiva impara a scalare al limite, e accetta di volare se lo supera.

“Il problema sta proprio lì. Il limite in montagna, e soprattutto in arrampicata libera, può essere sfidato. I limiti alla mobilità di queste settimane sono imposti per legge, e non si possono sfidare. Questo può causare depressione” 

Come si può affrontare la depressione?

“La pratica della montagna, per ognuno di noi, è fatta da elementi diversi. E’ utile scomporla in questi elementi. Alcuni possono essere ricreati, altri no…”

Mi può spiegare meglio?

“La montagna è fatica, è salita, è un’esperienza del corpo. Questo può essere ricreato con la ginnastica, andando in bicicletta sui rulli, salendo più volte le scale del condominio. Andare in montagna significa sentire in faccia il vento e il sole, significa vedere un panorama. Questo lo possiamo in parte ricreare quando usciamo per strada o su un balcone. Qualcuno vede in lontananza le montagne, che in questi giorni sono ancora innevate”

Lei le vede, le montagne?

“Sì, dal terrazzo di casa vedo il Terminillo. Sono un privilegiato in questo, e perché ho ancora un ufficio dove andare. Per spostarmi tra casa e l’ospedale uso la bicicletta, posso seguire percorsi diversi, a volte faccio più volte la stessa salita. So bene che non è così per tutti”

Cosa non si può ricreare, della montagna?

“La sensazione di wilderness, il sentirsi in mezzo alla natura. Per riavere questo possiamo solo aspettare”

C’è una tecnica che ci può aiutare nell’attesa? 

“Dobbiamo dividere questo tempo, che ci può sembrare infinito, in dei momenti, in dei periodi più brevi” 

Il desiderio di tornare in montagna ci aiuta o no?

“Dipende, il desiderio ha una doppia polarità. La nostalgia significa pensare a qualcosa che abbiamo vissuto, e temere di non poterla più avere. Se invece alla nostalgia abbiniamo il desiderio di ricreare quella condizione, allora può funzionare”

Come possiamo instradare nel modo giusto il nostro desiderio di montagna?

“Dobbiamo lavorarci, pensare a ricostruire la nostra montagna, ma con meno elementi di prima. Un po’ come se fossimo abituati a costruire con una grande scatola di Lego, e ora ne avessimo a disposizione una più piccola. Ma dobbiamo costruire lo stesso”

Siamo dei reclusi del terzo millennio, e il computer e lo smartphone ci offrono film, foto, libri e chat di montagna. Tutto questo è utile o no?

“Può essere utile, ma dobbiamo capire su di noi se queste informazioni ci fanno bene o no. Se vederle ci abbatte, ci getta nello sconforto, significa che dobbiamo limitare la nostra esposizione”

Ci sono delle regole da seguire?

“Una sì, la comunicazione attraverso le chat è parziale, e parlare per telefono è molto meglio. La voce significa corpo, vibrazione, respiro. Limitiamo le chat e facciamo ogni giorno almeno due buone telefonate agli amici” 

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5 Commenti

  1. La crisi inversa dell’uomo delle caverne ?
    Viviamo al contrario le stesse problematiche dei cavernicoli ?
    Forse non ci siamo ancora evoluti.

  2. OGNUNO HA I SUOI SURROGATI.
    OLTRE CHE A INGRASSARE SCARPONI METTERE A PUNTO LE ATTREZZATURE, RIPASSARE I NODI ECC… ALLENARSI SULLE SCALE ..CI SONO IN GIARDINI PREVILEGIATI ALBERI DA SCALARE…
    E anche sul divano o mentre si seguono gli eventi..stringere senza pensarci morsetti a molle..fortunato chi ha spazio per una spalliera svedese.
    non guastano PURE LETTURE E ..ARTIGIANATO…ALLA MANIERA MONTANARA.
    Sbirciando le webcam con distese di neve..o ci si arrabbia o…toh !guarda quante impronte di animali ..finalmente libere non spventati..che distese di neve ventata senza scie o impronte di cingolati!

  3. Nel momento in cui, l’impossibilità di praticare alpinismo a causa di una situazione temporanea e di forza maggiore, provoca no stato di depressione, è molto probabile che l’alpinismo non viene vissuto come passione o via di realizzazione ma come una decentrazione di un determinato stato psicologico, causandone una vera e propria dipendenza. Sapersi accettare oltre che accettare una determinata situazione estrinseca denota una forma di equilibrio piscofisico che ben si distanzia da quella che dovrebbe essere una delle caratteristiche principali dell’alpininista.

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