Rifugi

“Maestri di montagna, tartassati dal fisco!” I rifugi secondo Angelo Iellici

Parla presidente del Coordinamento dei gestori

Il rappresentante di tutti i rifugisti italiani non lavora in una grande struttura come l’Auronzo o il Vajolet, né in una capanna d’alta quota come la Gnifetti o la Casati. Angelo Iellici, di Moena in Val di Fassa, dedica da molti anni il suo lavoro e il suo tempo al rifugio La Rezila, uno storico e alberghetto di montagna, aperto solo in estate, accanto alla strada che sale al Passo Lusia. 

Quando parla del suo lavoro, Iellici usa spesso dei toni poetici. “Ci siamo accorti di essere gli ultimi emigranti del Trentino” scrive nel sito del suo rifugio. Poi però, come rappresentante di una categoria professionale, deve fare i conti con problemi molto più concreti, dalle leggi sul fisco all’approvvigionamento di acqua e di energia. 

 

Quanti sono i rifugi italiani? 

“In Trentino siamo in 146, in tutta Italia circa 1500, tra strutture private e del CAI. Non è facile avere un numero esatto, perché la parola “rifugio” aiuta a vendere, e viene spesso usata da bar, ristoranti e altri locali, soprattutto lungo le piste da sci, che del vero rifugio non hanno nulla”. 

Dov’è il confine tra i rifugi autentici o meno?

“E’ semplice, i rifugi devono dare alloggio a escursionisti e alpinisti, il loro nome deriva dalla parola “rifugiarsi”. Da questa origine deriva una cosa importante. Il pubblico che frequenta la montagna ha bisogno di informazioni, di aiuto. E i rifugisti svolgono sempre più questa funzione. Non a caso siamo quasi tutti guide alpine, maestri di sci e operatori del Soccorso Alpino”.  

Il suo rifugio è a mezz’ora di cammino dagli impianti, è una meta per camminatori tranquilli e famiglie con i bambini. Davvero il suo pubblico ha bisogno di aiuto?

“Certo, gli escursionisti sono sempre più agitati e insicuri. La colpa è anche dei siti meteo che usano toni terroristici. Invece alla Rezila si può anche venire quando piove, basta portare una giacca a vento o un ombrello, dentro il camino è sempre acceso…”

Com’è organizzato il Coordinamento Nazionale Rifugi? 

“Comprende gli otto rappresentanti delle associazioni regionali o provinciali, dal Trentino al Piemonte e dall’Alto Adige al Veneto. Il Centro-Sud è rappresentato dall’AGRA, l’Associazione Gestori Rifugi Appennino, e dal suo coordinatore, Luca Mazzoleni del rifugio Franchetti al Gran Sasso”. 

In Piemonte o in Trentino, se i rifugisti vanno a parlare con un assessore trovano un interlocutore che sa di cosa sta parlando. In Abruzzo, in Calabria o nel Lazio la situazione è probabilmente diversa. Il Coordinamento cosa può fare per questo?

“Abbiamo fatto una cosa concreta, ci siamo associati a Confcommercio. Insieme a loro, all’inizio del 2020, potremo finalmente discutere di temi che vanno affrontati a livello ministeriale”. 

Per esempio quali? 

“Uno, evidente, è l’obbligo di fatturazione elettronica, in cui siamo equiparati agli alberghi di fondovalle. Ma le casse per la fatturazione elettronica sono dei macchinari complicati, e non tutti i rifugi dispongono di energia elettrica in modo costante. Qualcuno è collegato alla rete, altri hanno generatori o impianti fotovoltaici, o entrambi”. 

Un altro esempio?

“Gli ISA, gli studi di settore, costruiti su dei parametri che non tengono conto della specificità dei rifugi. Se il tempo è brutto noi perdiamo fino al 90% del fatturato, in un ristorante o in un albergo sulla strada il calo non c’è, o è contenuto”.

Un’altra questione aperta è quella dell’acqua. Oggi si parla sempre più spesso di “Plastic free”. Si può eliminare, o ridurre, l’uso di bottiglie e bottigliette nei rifugi? 

“Intanto, diciamolo, la vendita di acqua minerale è una componente importante del nostro fatturato, e non può essere semplicemente eliminata. Poi, non tutti i rifugi hanno l’acqua potabile. Per sistemi alternativi, come l’acqua minerale alla spina, da vendere e versare nelle borracce, ci vogliono dei grossi investimenti”.            

Scusi Iellici, ma il rifugista (brutta parola, che però comprende proprietari e gestori) è un poeta della montagna o un imprenditore? 

“Più che poeti siamo degli emigranti della montagna, gli unici insieme a qualche malgaro che non scendono a valle la sera. Questo ci inorgoglisce ma non fino a renderci ciechi. Le nostre aziende devono rendere, per consentire a noi di vivere, e ai nostri figli di scegliere questo lavoro”. 

Chi è il rifugista oggi? Come definisce il vostro lavoro? 

“Siamo dei “tuttologi”, costretti a fare cento cose diverse, dal cuoco all’idraulico, dall’elettricista al cameriere, dal tecnico dell’igiene al lavapiatti. Dobbiamo gestire i rapporti con il personale, che oggi arriva da mezzo mondo. Tutto questo non ci lascia il tempo di fare il nostro vero lavoro, quello del maestro di montagna”. 

Ci sono anche le donne rifugiste, e alcune di loro sono famose. Stanno aumentando? Collaborano a rappresentare la categoria? 

“Le donne rifugiste sono straordinarie. Abbinare questo mestiere, faticoso e che ti costringe a stare in spazi compressi, a quello di madri è un’impresa eroica. Nel Coordinamento ce ne dovrebbero essere di più, certamente”. 

C’è un ricambio generazionale tra i rifugisti? Ci sono giovani che vogliono fare questo lavoro?

“Ci sono, certamente. Venti o trent’anni fa i figli dei gestori studiavano, volevano fare gli ingegneri o altre professioni importanti, e partivano per le città. Oggi di lavoro in città ce n’è poco, e molti giovani tornano nelle valli a gestire i ristoranti, gli alberghi e anche i rifugi di famiglia”. 

I suoi figli si occuperanno del rifugio La Rezila dopo di lei?

“Mi piacerebbe molto, la loro sarebbe la quarta generazione. Ho tre figli, sono giovani, hanno ancora tempo per decidere. Con loro devo essere onesto, non nascondere le difficoltà di questo lavoro ma non lamentarmi ad alta voce quando c’è un problema serio”

E dal punto di vista economico? 

“Il mio dovere, nei confronti dei miei figli e del rifugio, è di lasciare un’azienda in salute”.   

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3 Commenti

  1. Ho lasciato la gestione di un rifugio 5 anni fa. Un rifugio nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. 4 anni di gestione intensa e piena di incontri e di grandi soddisfazioni. Ma anche di un fisco oppressivo, permessi ed autorizzazioni impensabili per un rifugio con 25 posti in Appennino. Alla fine ho passato la mano ad una cooperativa che dopo un anno ha chiuso il rifugio. Grazie del post

  2. Anche a me piacerebbe gestire un rifugio, mi è sempre piaciuto, ho 36 anni e voglio fuggire dalla città.
    Ringrazio Angelo Iellici per quello che fa, ho sentito di molti che si lamentano del fisco che ha paragonato i rifugi agli alberghi di valle. Speriamo che le cose cambino.
    Saluti

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