Turismo

Overland, nel cuore dell’Afghanistan. Intervista a Filippo Tenti

Siamo abituati a vederlo in tv, impegnato in lunghi viaggi alla scoperta di paesi e popoli. Percorsi lunghi da seguire via terra con gli ormai celebri camion arancioni, marchi di fabbrica che immediatamente ci riportano a Overland. I loro viaggi sulle quattro ruote sono il sogno dei ragazzini, sono l’avventura d’altri tempi, gli occhi di chi non può vedere di persona. È questo lo spirito con cui Filippo Tenti, trentatreenne responsabile dell’omonima agenza viaggi e avventure, si approccia alla scoperta di Paesi e luoghi fuori dalle consuete rotte turistiche. La passione l’ha ereditata dal papà Beppe, un vero e proprio avventuriero che nella metà degli anni Novanta ha dato il là a un appassionato racconto degli angoli più remoti del nostro pianeta. Filippo porta avanti questa tradizione esplorativa sia attraverso le grandi spedizioni che vediamo in tv, sia attraverso l’accompagnamento di gruppi in luoghi insoliti. Posti come l’Afghanistan, terra di montagne, Paese delle mille e una notte, luogo di transito carovaniero dove si incrociano popoli e si mischiano culture. Una nazione che purtroppo, nell’immaginario collettivo, viene rappresentata come un posto pericoloso, un luogo da evitare.

Per questo Filippo ha deciso, dopo l’esperienza di Overland 2017 che l’ha visto con i camion arancioni raggiungere l’Afghanistan  via terra, di accompagnare gruppi alla scoperta di questo bellissimo Paese.

 

Filippo, sei appena rientrato. In quale parte dell’Afghanistan siete stati?

“Siamo atterrati a Kabul e abbiamo visitato la città prima di trasferirci nella zona di Bamiyan, area di etnia hazara dove si possono visitare le rovine dei Buddha di Bamiyan, due enormi statue del Buddha scolpite nelle pareti di roccia che purtroppo sono state distrutte dai talebani nei primi anni 2000. Quindi ci siamo spostati in quota, nel Band-e Amir National Park, il primo e per ora unico parco nazionale afghano, dove ci sono dei laghi spettacolari. Dalla natura siamo ritornati sulla storia andando a far visita al mausoleo del famoso ‘Leone del Panjshir’, soprannome di Ahmad Shāh Masʿūd guerrigliero del Fronte Unito, combattente contro il regime talebano afghano. La zona in cui si trova il mausoleo è impressionante: muovendoci lungo gli itinerari si incontrano ancora i resti dei carri armati e degli elicotteri sovietici.

Infine ci siamo spostati nel nord, nella zona di Mazar-i Sharif, un’area veramente bella dove abbiamo avuto occasione di visitare la Mosche Blu. Un luogo di culto veramente unico, dove si respira una pace particolare.”

Dicevamo prima che questo viaggio nasce dall’esperienza di Overland 2017 che vi ha portati via terra dall’Italia all’Afghanistan…

“Si, abbiamo intrapreso questo lungo viaggio via terra per poi rimanere un intero mese in Afghanistan riuscendo a visitarlo tutto, in lungo e in largo. Trovo sia un Paese eccezionale e sono contento di poterci ritornare portando delle persone con me. Mi piace poter rivedere i luoghi, ritornare dalle persone che ho conosciuto.”

È strano per un turista pensare di visitare l’Afghanistan. Se oggi si racconta di un viaggio simile la maggior parte della gente ti guarda come se fossi un pazzo…

“Capisco questo sentimento e non vi nascondo che una delle persone che ha partecipato al viaggio, un ragazzo della mia età, prima di partire ai suoi genitori ha detto che la metà sarebbe stato l’Uzbekistan. Solo al rientro gli ha raccontato di essere stato in Afghanistan. Questo perché purtroppo si tratta di un Paese che ha la fama di essere pericoloso.

Questi viaggi li organizzo anche per sfatare questi miti. Si, è vero che ci sono posti pericolosi, come la provincia di Helmand o la città di Jalalabad che sono controllate dai Pashtun. Un gruppo etnico e religioso molto rigido che difficilmente accoglie turisti e visitatori. Un forestiero in difficoltà lo accolgono, perché è nel loro DNA l’offrire aiuto a chi si trova a passare per caso, ma una persona in forma che va da loro per scattare foto e farsi i selfie di certo non la apprezzano.”

In più ci sono i talebani, giusto?

“Esatto, anche se ultimamente stanno facendo la pace con il governo. Alcune regioni sono pericolose per la loro presenza, esistono molte zone in cui se un talebano prova a entrare lo fanno fuori. Per esempio nella zona di Bamiyan controllata dagli Hazara. Questi ultimi hanno tratti più simili a quelli mongoli, con gli occhi a mandorla. Sono diversi dai Pashtun, che invece hanno tratti più iraniani. Li riconoscono facilmente impedendogli di entrare.  

In alcune zone dell’Afghanistan non accade nulla da quindici anni, da quando i talebani hanno lasciato il potere. Non ci sono attentati e non c’è criminalità. Non voglio ripetermi ma nella zona di Bamiyan giravamo per conto nostro nel mercato, non era necessario avere una scorta o stare sempre tutti insieme, in gruppo.”

Avete avuto occasione di scambiare qualche parola con la popolazione in questi momenti?

“Si, la gente del posto era contenta di averci lì. Molti hanno subito iniziato a parlarci, a chiederci com’è il mondo fuori perché loro non possono uscire. Ci hanno chiesto com’è il mare. Una cosa che per noi è scontata: prendere la macchina e andare a fare il bagno per loro è impossibile. Sanno cos’è il mare, l’hanno visto in foto perché hanno i cellulare con il 4G, ma non possono toccarlo con mano.

Come fai a descrivere una cosa come il mare? Ti commuove un momento così.”

Finita la guerra si sta però cercando di sviluppare un turismo di tipo montano, per esempio con lo sci…

“Il mio corrispondente dall’Afghanistan è il capo dello sci club afghano ed è anche la persona di riferimento per le attività in montagna. Oggi si, stanno provando a sviluppare il turismo ovviamente però, per tutti i problemi di cui abbiamo parlato, non gli va molto bene. La cosa certa è che quando finalmente l’Afghanistan sarà visto come un posto sicuro e da visitare allora cambierà l’approccio delle persone e chi già oggi si occupa di turismo potrà davvero fare fortuna. Si contano sulle dita di una mano quelli che oggi hanno una base organizzata in grado di offrire un vero supporto ai visitatori senza improvvisare. Sarà la loro fortuna.”

Bisognerà ricostruire tutto prima di poter fare del vero turismo?

“No, la guerra non ha raso al suolo l’intera nazione. Hanno una discreta organizzazione che permette di trovare di tutto, dalla guest house dove spendere poco, passando per gli hotel 3 stelle e arrivando ai resort di lusso che sono i più controllati, essendo obiettivi sensibili. Per questo non dormivano in strutture di lusso.

Se ti affidi alle persone giuste riesci a visitare in sicurezza anche i luoghi apparentemente meno sicuri. Mi torna per esempio in mente il problema avuto durante il ritorno a Kabul. Per varie ragioni non è stato possibile prendere il volo da Bamiyan così, mentre altri gruppi sono rimasti bloccati lì, il mio referente è riuscito in poco tempo a organizzare un trasferimento via terra. Un convoglio di due veicoli, dall’aspetto non troppo nuovo, con i vetri oscurati e siamo rientrati in piena sicurezza. Chi sa come muoversi è in grado di accogliere e dare sicurezza ai gruppi.”

L’Afghanistan ti appassiona e ti è rimasto dentro, ti si è impresso nel cuore. Tirando un po’ le somme, cos’è l’Afghanistan per Filippo Tenti?

“È un posto unico, che vale la pena scoprire. Da straniero non puoi immaginare in cosa ti imbatterai dal punto di vista sia naturalistico, sia culturale. Un luogo in cui basta poco per vivere emozioni intense.

Un giorno per esempio ci siamo fermati in un villaggio a comprare dei biscotti, un piccolo centro rurale. Mentre ci guardavamo attorno ci si è avvicinato un signore anziano, uno dei capi villaggio, che prendendoci per mano ci ha accompagnati nella sua piccola casa. Ci ha quasi forzati perché voleva offrirci del tè e una merenda. Una persona poverissima, che non ha nulla, che ha difficoltà anche a coltivare perché i Pashtun a monte gli hanno bloccato il fiume, eppure vogliosa di condividere quel poco che si può permettere. Sono curiosi di condividere del tempo con te. È stato un momento bellissimo.”

Nulla a che fare con l’immaginario comune di un Paese in guerra…

“È quello che ti aspetti, invece no. Quando siamo andati con Overland nel 2017 ho portato con me dei militari. Uno dei ragazzi aveva prestato servizio in Afghanistan, ma non aveva visto nulla di questo Paese. Mi ha ringraziato tantissimo perché non sapeva dia ver vissuto per anni in una nazione così bella rimanendo però sempre chiuso nelle quattro mura della base militare.

L’Afghanistan è un posto autentico che non ricevendo visite dagli stranieri è rimasto intatto. È come il Nepal di 40 anni fa che raccontava mio padre, come ho visto il Myanmar subito dopo il periodo di chiusura.”

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