Val di Mello, Luca Schiera: “Sono stato io a schiodare le vie. Vi spiego perché”
La rimozione dei fix da due storici itinerari delle Placche dell’Oasi ha riacceso un dibattito antico: sicurezza, memoria e futuro dell’arrampicata. Abbiamo intervistato Luca Schiera, che ha rivendicato pubblicamente il gesto, per capire le ragioni che lo hanno spinto ad agire.
La schiodatura di alcune soste sulle vie storiche Il Gioco dello Scivolo e Uomini e Topi, alle Placche dell’Oasi in Val di Mello, ha riacceso uno dei dibattiti più delicati dell’arrampicata italiana: quello tra conservazione della storia e ricerca della sicurezza.
A differenza di quanto avvenuto in passato, questa volta chi ha rimosso il materiale ha deciso di esporsi pubblicamente. A compiere il gesto è stato infatti il Ragno di Lecco, Luca Schiera, che ha raccontato apertamente il proprio intervento, spiegando le ragioni che lo hanno portato a riportare le vie a una condizione più vicina a quella originale.
Ne è nata una riflessione che va ben oltre due soste o qualche fix: riguarda il significato dell’arrampicata, il rapporto con l’eredità dei primi salitori e il futuro delle pareti alpine.
Luca, hai deciso di firmare pubblicamente una schiodatura, cosa piuttosto insolita. Perché?
Avrei potuto non dire nulla, come è successo molte volte in passato. Le vie che venivano richiodate, passando sopra la loro storia spesso venivano poi schiodate senza spiegazioni e senza che nessuno rivendicasse quel gesto. Però, facendo in quel modo non c’è la possibilità di raccontare le motivazioni e si creano solo attriti e conflitti.
Cosa intendi?
Non tutti conoscono la storia della Val di Mello e il motivo per cui alcune pareti sono sempre state mantenute in un certo stato. Questo gesto senza spiegazioni appiattirebbe tutto e spianerebbe la strada verso la comodità e la sicurezza come unico valore.
Nell’alpinismo ci imponiamo volontariamente dei limiti. Scegliamo di salire una montagna in un certo modo non perché sia il più facile o il più comodo, ma perché lo riteniamo più significativo. Altrimenti l’esperienza perde parte del suo senso. E penso che questo approccio debba valere anche nell’arrampicata.
Quindi possiamo dire che in passato fosse già sucessa qualche schiodatura…
Assolutamente si. Parliamo di un territorio dove per decenni è stato difeso uno stile preciso di apertura e di ripetizione, dove qualcuno si è sempre preso la responsabilità di difendere quell’eredità. Però spesso senza spiegare il perché. Io ho preferito farlo apertamente.
Allora raccontaci, perché la Val di Mello è un caso così particolare nel panorama alpino?
Perché qui l’arrampicata libera è nata come un movimento culturale prima ancora che sportivo. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta, con Ivan Guerini e i Sassisti di Sondrio. Con loro si è sviluppato un modo completamente nuovo di vivere la roccia. Era una forma di contestazione dell’alpinismo classico, che metteva al centro la conquista della vetta. Paradossalmente poi, quella rivoluzione ha contribuito, negli anni successivi, alla nascita dell’arrampicata sportiva moderna, cioè proprio a quella standardizzazione e a quella ricerca della sicurezza che molti di quei pionieri non volevano.
Per cinquant’anni la Val di Mello ha mantenuto vivo quello spirito. Chi ne conosce la storia sa da dove nasce e quale percorso ha fatto. Molti altri, soprattutto chi inizia oggi arrampicando in palestra, probabilmente non ne sanno nulla. Credo invece che sia importante conoscere quel contesto.
Perché intervenire proprio su Uomini e Topi e Il Gioco dello Scivolo?
Perché non si tratta di vie qualsiasi. In Val di Mello ci sono migliaia di spit e la grande maggioranza delle pareti è attrezzata. Nessuno mette in discussione questo. Ma sulle vie storiche si era sempre cercato di mantenere la chiodatura originale.
Alle Placche dell’Oasi la situazione era ancora più particolare. Molte vie erano state aperte addirittura senza corda. Uomini e Topi, aperta da Popi Miotti nel 1977, era uno dei simboli di questa storia. Negli anni qualcuno ha iniziato ad aggiungere materiale. Prima qualche spit, poi resinati, poi altri fix. Non so chi li abbia messi e probabilmente non è stata nemmeno una sola persona. Però il risultato era che una struttura unica in tutta la Val Masino stava lentamente cambiando natura. E una volta che una modifica viene accettata, diventa più facile giustificarne altre. È questo il meccanismo che mi preoccupava.
Perché hai deciso di farlo proprio adesso?
In realtà ci pensavo da tempo. Semplicemente non avevo ancora avuto modo di intervenire. Quel giorno ero con un’amica che scala pochissimo e mi ha accompagnato volentieri. Siamo saliti senza utilizzare quelle protezioni e c’erano altre cordate che stavano facendo la stessa cosa. Questo dimostra anche un altro punto: si tratta di itinerari molto facili dal punto di vista tecnico. Le soste aggiunte erano soprattutto una comodità, non un elemento realmente determinante per la sicurezza.
Chi è contrario alle schiodature sostiene che la sicurezza dovrebbe avere la priorità. Cosa rispondi?
Che spesso il tema della sicurezza viene utilizzato per nascondere un altro aspetto: la comodità. Se una via è troppo impegnativa per me e aggiungo protezioni che mi permettono di salirla più facilmente, sto rendendola più accessibile, ma non sto più ripetendo la via originale. Capisco perfettamente che qualcuno possa avere una visione diversa dalla mia. Però credo sia importante essere onesti nel definire il problema.
In passato ci sono stati altri casi simili?
Sì, molti. Negli anni ci sono state schiodature su vie come Risveglio di Kundalini, Oceano Irrazionale, anche sullo Spigolo Vinci e altre ancora. Sono sempre stati episodi che hanno generato discussioni. MI ripeto, ma ci tengo a ribadire questo concetto: chi schioda generalmente lo fa per difendere la storia dei primi salitori, l’etica originaria e anche l’integrità della roccia. Chi è contrario mette al centro soprattutto la sicurezza e l’accessibilità. Sono posizioni che esistono da decenni.
Nel tuo intervento (che riportiamo integralmente in calce) parli di “consumo di terreno verticale”. Cosa intendi?
Io scalo principalmente in Val di Mello, Val Masino e nel Lecchese. Se oggi guardi le pareti con l’idea di trovare nuovi spazi da attrezzare, ti accorgi che quasi tutto è già stato esplorato e chiodato. Se pensi che gli spit esistono da circa quarant’anni e proiettiamo questa tendenza nel futuro, tra cento anni gli scalatori potrebbero non avere più alcuna possibilità di scegliere percorsi diversi o di confrontarsi con pareti ancora integre.
Ovviamente molte chiodature sono state realizzate con criterio e hanno prodotto itinerari magnifici. Altre, però, sono nate semplicemente perché qualcuno desiderava quel percorso per sé. Spesso non ci chiediamo se ciò che stiamo facendo abbia un valore collettivo oppure risponda soltanto a un interesse personale.
E secondo te cosa dovremmo lasciare alle future generazioni di scalatori?
Non sto dicendo che non si debbano più aprire vie. Io stesso amo aprirne. Credo però che ogni volta che si modifica la roccia, soprattutto utilizzando il trapano, bisognerebbe chiedersi se quella scelta abbia un significato che va oltre il proprio interesse personale. Se sali in modo pulito non imponi nulla a nessuno. Quando invece trasformi la parete lasci un segno che condizionerà tutti quelli che arriveranno dopo.
Mi piacerebbe che si aprisse una riflessione sullo stile di apertura, sul modo in cui ripetiamo le vie e sul tema del consumo delle pareti. È un argomento di cui si parla pochissimo. Con questo gesto ho semplicemente lanciato un sassolino e voluto vedere che cosa sarebbe successo.
Se domani qualcuno tornasse a mettere quei fix?
Mi dispiacerebbe, certo. Ma non mi sorprenderebbe. Più che per il materiale in sé, sarei dispiaciuto perché significherebbe che continuiamo a muoverci sul terreno dello scontro e che c’è poco spazio per il dialogo. Alla fine il motivo per cui ho deciso di espormi pubblicamente era proprio questo: provare a discutere apertamente di un tema che riguarda il futuro dell’arrampicata in Val di Mello, e non solo.
L’intervento di Luca Schiera
Consapevole di quanto ad alcuni possa suonare controverso quello che sto per scrivere, sono arrivato alla conclusione che sia meglio fornire le mie ragioni sulla schiodatura che ho fatto alcuni giorni fa di una via in Val di Mello insieme ad una amica.
Dopo diversi anni dalla comparsa prima di alcuni fix, poi di resinati e poi ancora di altri fix più o meno tutti di sosta ho schiodato le storiche vie Il Gioco dello Scivolo sullo Sperone dell’onda (140m IV, aperta da Ivan Guerini e Monica Mazzucchi in mezz’ora nel 1977) e Uomini e Topi (300m IV, aperta senza corda da Popi Miotti sempre nel 1977) .
La val di Mello è rimasta una dei pochi luoghi nelle Alpi in cui c’è una discussione sulle chiodature e sulla sicurezza. Questo perché è uno dei posti in cui è nata l’arrampicata libera in Italia (sottolineo libera, non sportiva) e c’è sempre stata una forte comunità di scalatori che vivono o frequentano regolarmente questa valle ereditata dai primi sassisti, quindi il rispetto per la roccia e di chi è venuto prima è sempre stato al centro del dibattito.
Questo non vuol dire che non si possano aprire le vie come si vuole, infatti scalatori da tutto il mondo hanno attrezzato vie lunghe e monotiri in tutti gli stili, va ricordato inoltre che la stragrande maggioranza delle vie sono attrezzate a fix tanto che se ne contano a migliaia e il numero è sempre in aumento.
L’unica eccezione è per gli itinerari storici che, seppur addomesticati, mantengono la chiodatura originale.
Il perchè ha sempre funzionato è molto semplice. Ogni volta che è comparso uno spit sulle vie classiche c’è sempre stata una mano oscura che l’ha rimosso subito dopo.
Vari scalatori più o meno locali sono stati gli artefici di questi gesti, ed esclusivamente per questo si è interrotto un circolo vizioso in cui se si “mette in sicurezza” una via, allora è giusto aggiungere qualcosa anche su un’altra fino a cancellare le caratteristiche che rendono speciale questa valle. Solo per citarne alcuni penso al traverso di Polimagò, agli 80 metri senza soste di Patabang, alla placca sprotetta di Stomaco Peloso, alla fessura fuori misura di Oceano Irrazionale e poi alla facile ma sprotetta Uomini e Topi. Tutte vie che hanno fatto sognare (o erano incubi?) generazioni di scalatori proprio per queste loro caratteristiche uniche.
Le Placche dell’Oasi erano l’unica struttura dell’intera Val Masino che non solo non era attrezzata ma in più quasi ogni via era stata aperta senza nemmeno l’uso della corda, addirittura Boscacci era stato criticato perché quando aveva aperto Cristalli di Polvere nel ‘79, la prima via di VIII in Masino, la aveva provata prima con la corda dall’alto…
Ho parlato con alcuni dei sassisti e primi salitori ed erano d’accordo sulla rimozione. Non voglio cercare delle giustificazioni perché basta rileggere le due righe sopra per averle.
Le soste erano in buona parte utili solo per pura comodità e infatti è cambiato poco a livello di sicurezza, le vie risultano comunque sprotette, anche se è davvero difficile cadere vista la poca pendenza. Si può sostare tranquillamente su pianta o su qualche friend medio, nel diedro iniziale di Uomini e Topi o se si sale la variante Baader conviene fare un tiro lungo fino all’oasi (tirati con corde da 60m) oppure fermarsi qualche metro prima sulla sinistra.
Perché ho deciso di espormi, pur sapendo che mettendoci la faccia questo gesto avrebbe perso di efficacia? Perché è l’unico modo per spiegare chiaramente le motivazioni, poi credo che il dialogo sia un buon modo per farci riflettere e magari di trovare dei punti in comune.
Questo discorso a mio avviso si inserisce in un contesto più ampio per questa valle. Vogliamo continuare in questa direzione, pur sapendo che a quaranta anni dalla comparsa dei primi spit la gran parte delle pareti hanno già quasi esaurito le possibilità?
Cosa lasceremo alle prossime generazioni?
Se il consumo di suolo riguarda tutti i cittadini, il tema del consumo di terreno verticale prima o poi dovrebbe essere affrontato dagli scalatori andando oltre al solito spit si/spit no, ma mi rendo conto che per farlo serve un minimo di cultura e visione che purtroppo non tutti possono avere e non è nemmeno una loro colpa. In ogni caso spero che parlarne faccia accendere qualche lampadina.






