Non solo liquore: il genepi e la fragile memoria botanica delle Alpi
Simbolo dell’après-ski e della tradizione liquoristica alpina, il genepì nasce da piante d’alta quota oggi soggette a regole e pressioni ambientali. Tra raccolta, coltivazione e saperi che si perdono, racconta un pezzo fragile dell’identità delle Alpi.
L’etnobotanica è lo studio interdisciplinare delle relazioni tra le culture umane e l’uso delle piante per scopi alimentari, medicinali, tessili e rituali. Nelle Alpi, questo legame si riflette da secoli nella produzione di liquori ottenuti dalla macerazione di erbe aromatiche raccolte in quota.
Già nel mondo greco-romano era diffusa la pratica di lasciare erbe e spezie in infusione nel vino per ottenere bevande digestive e toniche, tradizione che si sviluppò ulteriormente nel Medioevo grazie all’introduzione di nuove specie provenienti dall’Oriente. Nelle vallate alpine, la grande disponibilità di piante spontanee favorì la nascita di ricette locali tramandate di generazione in generazione: genziana, ginepro e artemisie venivano lasciati macerare nell’alcol per settimane, dando origine a liquori aromatici dal forte valore culturale oltre che gastronomico.
Per le comunità montane, questi preparati rappresentavano non soltanto bevande conviviali, ma anche un modo per conservare gli aromi e le proprietà delle piante raccolte durante l’estate. Ancora oggi i liquori alle erbe fanno parte dell’identità alpina e raccontano un sapere tradizionale profondamente legato al territorio. Tuttavia, questo patrimonio culturale è sempre più fragile. L’abbandono delle aree montane, i cambiamenti climatici e il prelievo eccessivo di specie spontanee stanno modificando il delicato equilibrio degli ecosistemi d’alta quota, mettendo a rischio sia la conservazione di molte piante alpine sia le conoscenze tradizionali associate al loro utilizzo.
Il genepi
Tra le piante simbolo della tradizione liquoristica alpina, il genepì è sicuramente tra i più conosciuti. Nelle Alpi questo nome viene utilizzato per indicare cinque specie del genere Artemisia (Artemisia umbelliformis, A. eriantha, A. genipi, A. glacialis e A. nivalis), tradizionalmente raccolte per la preparazione di liquori digestivi e tisane. L’Artemisia umbelliformis, detta anche genepì bianco, è la specie più diffusa e facilmente coltivabile mentre l’A. genipi, il cosiddetto genepì nero, è la specie preferita dai produttori di liquori. Crescono spontaneamente tra ghiaioni, pietraie e versanti d’alta quota, in ambienti estremi dove poche altre specie riescono a sopravvivere.
La produzione su larga scala del liquore di genepì risale alla seconda metà del XIX secolo, quando divenne particolarmente apprezzato per le sue proprietà digestive. Dopo un periodo di declino legato al divieto dell’assenzio all’inizio del Novecento, il consumo tornò a crescere negli anni Settanta insieme all’aumento della popolarità degli sport invernali, diventando una bevanda simbolo dell’après-ski. Sebbene la produzione del liquore sia storicamente concentrate nelle Alpi Occidentali, negli ultimi anni la preparazione del genepì si è diffusa anche nell’Italia centrale, grazie alla presenza di A. eriantha nelle aree più elevate dell’Appennino.
Normativa e specie a rischio
Nel corso del tempo, il prelievo massiccio delle artemisie per la preparazione di liquori ha contribuito alla rarefazione di alcune popolazioni locali. La raccolta continua delle parti aeree di queste specie, che cresce in ambienti molto fragili e localizzati, pone oggi importanti questioni legate alla sostenibilità. Sebbene siano incluse nella Lista Rossa IUCN, Artemisia genipi e Artemisia umbelliformis non sono attualmente considerate specie minacciate a livello globale.
Tuttavia, esistono delle normative a livello regionale che ne regolano la raccolta, al fine di preservarne lo stato di conservazione. Nelle regioni alpine italiane, in particolare in Piemonte e Valle d’Aosta, la raccolta delle specie spontanee di genepì è soggetta a limitazioni quantitative e, in alcuni casi, a divieti nelle aree protette. Come per molte piante presenti nella Lista Rossa, la domesticazione e la coltivazione rimangono le migliori strategie per preservare le popolazioni naturali e gli usi tradizionali.
Prima di raccogliere piante spontanee è sempre fondamentale informarsi sulle normative regionali vigenti, verificando lo stato di protezione delle specie, le quantità consentite e le aree in cui il prelievo è autorizzato.
Custodire la memoria delle piante alpine
Oggi gli studi etnobotanici sulle Alpi non hanno soltanto un valore storico o naturalistico, ma rappresentano strumenti fondamentali per comprendere il rapporto tra comunità montane, biodiversità e cambiamenti ambientali. Diverse ricerche hanno evidenziato come le conoscenze tradizionali sulle piante alpine stiano rapidamente scomparendo a causa dell’abbandono delle vallate, della trasformazione degli stili di vita e della perdita della trasmissione intergenerazionale dei saperi. Allo stesso tempo, però, il patrimonio etnobotanico alpino può contribuire oggi alla valorizzazione sostenibile dei territori attraverso prodotti locali, turismo lento, gastronomia di montagna e conservazione della biodiversità.
Approcci multidisciplinari che integrano ecologia, botanica, antropologia ed etnografia permettono quindi non solo di documentare usi tradizionali destinati a scomparire, ma anche di comprendere come le comunità alpine abbiano costruito nel tempo un equilibrio dinamico con l’ambiente d’alta quota. Preservare queste conoscenze significa conservare non soltanto delle pratiche locali, ma anche una parte dell’identità culturale delle Alpi.



