I ghiacciai delle Ande stanno sparendo: “La nostra montagna luminosa non è più la stessa”
I numeri del nuovo rapporto WMO confermano una crisi già visibile a occhio nudo. Yesid Achicue, guida alpina del popolo Nasa, la racconta da dentro.
Chi comunica il cambiamento climatico lo sa: parlare di fusione dei ghiacciai non è semplice. E non è semplice perché i numeri del ritiro sembrano ormai una filastrocca già scritta, i bollettini periodici che ci aggiornano sul loro stato di salute sono negativi da decenni e soprattutto perché la serietà delle conseguenze più o meno dirette del ritiro dei giganti bianchi non è evidente.
Ci sono però dei momenti, in cui i dati smettono di essere numeri che popolano i comunicati stampa e diventano qualcosa di tangibile: il mutamento di un paesaggio, il cambiamento di una via alpinistica molto ripetuta, la mancanza di acqua per coltivare un campo. E quel momento, per Yesid Achicue, guida alpina indigena colombiana, quel momento è arrivato tempo fa. Ad esser precisi, 15 anni fa, quando suo fratello lo portò a guardare i colori dell’alba tingere le vette eleganti delle Ande. Oggi, Yesid, è una guida alpina e accompagna alpinisti ed escursionisti di tutto il mondo lungo i fianchi del Nxadx Wila – il Nevado del Huila, la “montagna luminosa” nella memoria orale della popolazione locale – e racconta loro ciò che vi avrebbero trovato fino a pochi anni fa, ma che non c’è più.
L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha appena pubblicato pochi giorni fa un rapporto sullo Stato del Clima in America Latina e nei Caraibi. Senza grandi sorprese, il rapporto, frutto del lavoro di centinaia di specialisti del settore, fotografa una situazione tragica: i ghiacciai andini stanno perdendo massa a un ritmo molto accelerato, con delle implicazioni dirette e gravi sulla sicurezza idrica a breve e lungo termine dell’intera regione.
Secondo i dati del World Glacier Monitoring Service elaborati per il rapporto, globalmente, i ghiacciai hanno perso circa 9.179 ± 621 Gt di acqua dal 1976 a oggi, contribuendo con 25,3 mm all’innalzamento medio del livello del mare. Il 41% di questa perdita totale sia concentrato negli anni che vanno dal 2015 al 2024, un dato che ci racconta chiaramente l’accelerazione del ritiro di cui parlavamo. Spostando la lente sulle Ande meridionali, e guardando alla Patagonia, scopriamo dalle pagine del documento che il tasso di perdita di massa ha accelerato da −17,5 Gt/anno (media dal 1976) a −27,3 Gt/anno nell’ultimo decennio; e che per i ghiacciai tropicali delle basse latitudini (quelli che sovrastano Colombia, Ecuador e Perù, dove vive e lavora Yesid) il tasso specifico di perdita è passato da −0,29 m w.e./anno (media dal 1976) a −0,51 m w.e./anno nell’ultimo decennio: quasi il doppio.
I ghiacciai andini non sono solo meraviglie della natura che attraggono amanti delle verticalità da tutto il globo: costituiscono quelle che nel settore vengono chiamata critical water towers, torri d’acqua critiche, per le oltre 90 milioni di persone che abitano nella catena andina e alle sue pendici che usano l’acqua di fusione glaciale per la vita quotidiana, per l’agricoltura, l’industria e la produzione di energia. Per queste persone, la scomparsa accelerata dei ghiacciai andini non è solamente una perdita culturale e paesaggistica, ma una crisi idrica che si realizza in slow motion, e che colpisce con maggiore durezza le comunità rurale che dispongono di scarsa capacità di spostarsi e ricostruirsi in altri luoghi.
I dati del 2025, esposti nel rapporto, confermano la tendenza dell’ultimo decennio: la grande maggioranza dei ghiacciai monitorati in Colombia, Ecuador, Perù, Cile e Argentina, ha registrato un bilancio di massa negativo. Un conto che si paga ogni stagione secca.
Come racconta lo stesso Yesid, la terra che per lui è sempre stata casa, la Colombia, fino alla metà del Novecento, contava 14 montagne innevate con le loro rispettive aree glaciali. Il Cumbal e il Chiles erano già scomparsi nel 1950; il Sotará nel 1948; il Pan de Azúcar e il Nevado del Quindío entrambi nel 1960. Oggi ne sopravvivono sei, tutte impegnate in quella che Yesid chiama “una lotta estenuante per la sopravvivenza”.
Ed è in questo contesto che si colloca il lavoro di Yesid: membro del popolo Nasa, guida alpina del Cauca, da anni organizza escursioni comunitarie alla scoperta dei ghiacciai andini, con un obiettivo che va oltre quello della pura pratica sportiva: far toccare con mano ciò che sta accadendo alla sua terra. Il Nxadx Wila, il Nevado del Huila, è un punto di ancoraggio identitario per Yesid e per il popolo a cui appartiene, per cui è sempre stata “la montagna luminosa”, per il suo incessante bagliore sotto la luce del giorno e nelle notti di luna. Oggi quella luminosità si sta ritirando. Ciò che resta è un contrasto stridente tra neve e roccia: un vuoto, scrive Yesid, che “minaccia il patrimonio culturale di chi vive qui.”
Quella del popolo Nasa non è (solo) nostalgia: il ritiro glaciale minaccia di spezzare la rete di interconnessioni tra tutti gli esseri viventi di questo spazio andino, un insieme interdipendente che include, come parte, l’identità, la visione del mondo e la spiritualità del suo popolo. Quando Yesid guida un gruppo verso l’alto, accompagna i suoi compagni di cordata nella sua lettura del mondo: la montagna non è un ammasso di rocce né il domicilio di spiriti da venerare in astratto, ma un sistema vivente di cui le comunità umane fanno parte e dal quale dipendono.
Il rapporto WMO 2025 si chiude su un’immagine di rischio convergente: perdita accelerata di ghiaccio, crescente domanda d’acqua, capacità adattiva limitata, specialmente tra le comunità rurali andine. Si tratta di “una delle sfide di sicurezza idrica più pressanti dell’America Latina,” scrivono gli autori. Yesid Achicue – con la sua attività – lo dice in modo diverso, ma egualmente definitivo: i ghiacciai si stanno ritirando, e con loro svanisce un capitolo della nostra memoria collettiva. Quello che rimarrà dipenderà anche da quello che facciamo oggi. E salire in quota per guardare il cambiamento avvenire di fronte ai nostri occhi (ovunque ci troviamo) è forse il modo più diretto per capire che il cambiamento climatico non è solo un grafico pieno di linee, colori e numeri, ma una montagna che cambia colore.




