Miniere tra i ghiacciai, l’Argentina dice sì. Proteste contro Javier Milei: “Non tradire il popolo”
Il Parlamento argentino approva una riforma che decentralizza la tutela dei ghiacciai e apre alle attività estrattive. Proteste in tutto il Paese: “A rischio l’acqua di milioni di persone”.
Una riforma destinata a cambiare profondamente il rapporto tra economia e ambiente in Argentina. Il Parlamento ha approvato una nuova legge che facilita le attività minerarie nelle aree glaciali delle Ande, suscitando un’ondata di proteste e forti critiche da parte della comunità scientifica e delle associazioni ambientaliste.
Il provvedimento, fortemente sostenuto dal presidente Javier Milei, introduce un cambio di paradigma nella gestione dei ghiacciai: non sarà più l’autorità scientifica nazionale a definire gli standard di protezione, ma le singole province. Una scelta che, secondo i critici, rischia di creare un sistema frammentato e più permissivo, soprattutto nelle regioni dove l’estrazione mineraria rappresenta una voce economica strategica.
Cosa cambia davvero?
La riforma modifica in modo sostanziale l’impianto della storica legge sui ghiacciai del 2010, che vietava le attività minerarie nelle aree considerate riserve idriche. Ora, invece, alcune zone periglaciali potranno essere declassate e quindi aperte allo sfruttamento, a seconda della loro valutazione locale.
Questo significa che progetti di estrazione di rame, litio e argento, tutti elementi fondamentali per la transizione energetica globale, potranno essere avviati più facilmente anche in prossimità dei ghiacciai. L’Argentina è già tra i principali produttori mondiali di litio, risorsa chiave per batterie e tecnologie rinnovabili, e punta a colmare il divario con il vicino Cile, leader regionale del settore. Secondo stime della banca centrale argentina infatti, le esportazioni minerarie potrebbero triplicare entro il 2030 rendendo il comparto uno dei pilastri della ripresa economica del Paese.
Una riserva strategica di acqua dolce
Ma il prezzo, avvertono gli ambientalisti, potrebbe essere altissimo. I ghiacciai argentini (quasi 17mila, distribuiti lungo tutta la dorsale andina) rappresentano una riserva strategica di acqua dolce. Alimentano 36 bacini fluviali e garantiscono approvvigionamento a circa sette milioni di persone, soprattutto nelle regioni più aride.
A tal proposito l’avvocato ambientalista Enrique Viale ha lanciato un allarme: la riforma “mette a rischio l’accesso all’acqua per il 70% della popolazione”. Il problema non è solo la possibile distruzione diretta dei ghiacciai, ma anche il consumo idrico delle attività estrattive, tra le più impattanti in termini di utilizzo d’acqua e contaminazione. In un contesto già segnato dalla crisi climatica, con siccità sempre più frequenti e prolungate, la perdita o il degrado dei ghiacciai potrebbe avere conseguenze irreversibili sugli ecosistemi e sulle comunità locali.
La reazione del popolo argentino
L’approvazione della legge è stata accompagnata da proteste in diverse città del Paese. A Buenos Aires, manifestazioni davanti al Congresso sono sfociate in momenti di tensione con la polizia. Alcuni attivisti di Greenpeace sono stati arrestati dopo aver inscenato un’azione dimostrativa su una statua, esponendo uno striscione con la scritta: “Non tradire il popolo dell’Argentina”.
Le organizzazioni ambientaliste parlano di una “vittoria delle multinazionali minerarie”, che già nel 2010 avevano cercato di bloccare la legge sui ghiacciai. Oggi, con il nuovo quadro normativo, vedono riaprirsi spazi di manovra in territori finora protetti.
Per il governo Milei, la riforma è invece una scelta necessaria per attrarre investimenti e rilanciare un’economia in difficoltà. L’Argentina vive da anni una crisi economica profonda, con inflazione elevata e crescita stagnante. In questo scenario, il settore minerario rappresenta una delle poche leve immediate per generare valuta estera.













