Legambiente, rapporto “Nevediversa 2026”: 273 impianti sciistici dismessi in Italia
Il report "Nevediversa 2026" di Legambiente fotografa la crisi del turismo invernale: tra Alpi e Appennini crescono gli impianti abbandonati e le stazioni in difficoltà. Il dossier invita a ripensare il modello della montagna puntando su un turismo meno dipendente dalla neve.
Sono 273 gli impianti sciistici dismessi tra Alpi e Appennini. Un numero che continua a crescere e che racconta una trasformazione profonda della montagna italiana. È uno dei dati principali del nuovo rapporto “Nevediversa 2026” presentato da Legambiente, il dossier annuale che analizza lo stato del turismo invernale nel Paese alla luce della crisi climatica.
Il censimento aggiornato dell’associazione ambientalista, che quest’anno esce a pochi giorni dallo studio ANEF-PwC, evidenzia come negli ultimi anni il numero degli impianti abbandonati sia cresciuto rapidamente: erano 131 nel 2020, sono diventati 273 nel 2026, segno di una difficoltà strutturale che riguarda molte stazioni sciistiche, soprattutto quelle di piccola e media dimensione.
Un sistema sempre più fragile
Secondo il dossier il turismo legato allo sci alpino è sempre più esposto agli effetti del riscaldamento globale. Temperature più alte, stagioni più corte e precipitazioni irregolari rendono infatti sempre più difficile garantire l’apertura regolare delle piste. Di conseguenza per compensare la mancanza di neve naturale cresce il ricorso all’innevamento artificiale, che richiede però ingenti quantità di acqua ed energia e comporta costi sempre più elevati per i gestori degli impianti.
Nonostante questo scenario, il report sottolinea come circa il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continui a sostenere il cosiddetto “sistema neve”, mentre alla riconversione degli impianti dismessi e alla destagionalizzazione dell’offerta turistica resterebbero risorse molto più limitate.
I numeri
Il quadro delineato da Legambiente non riguarda solo gli impianti ormai abbandonati. Nel censimento nazionale compaiono anche:
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106 impianti sciistici temporaneamente chiusi,
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98 strutture con aperture intermittenti,
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231 impianti che continuano a operare grazie a contributi pubblici, definiti nel report casi di “accanimento terapeutico”.
Accanto agli impianti di risalita, il dossier censisce anche 247 “edifici sospesi”: alberghi, residence, strutture ricettive o complessi turistici ormai dismessi o sottoutilizzati. Si tratta di infrastrutture nate durante la stagione d’oro dello sci e oggi spesso inutilizzate, che rappresentano una delle eredità più visibili della crisi del turismo invernale tradizionale.
Dove?
Il report individua anche una distribuzione geografica del fenomeno, posizionando al primo posto della classifica il Piemonte, con 76 impianti sciistici dismessi, seguito dalla Lombardia con 51, dal Veneto con 27, dall’Abruzzo con 25 e dalla Toscana con 20. Sul fronte degli edifici abbandonati, tra i casi simbolo citati nel dossier c’è ad esempio il Grand Hotel Wildbad di San Candido, struttura storica oggi in stato di abbandono.
Il futuro della montagna?
Nel rapporto Legambiente sottolinea come la crisi dello sci alpino non riguardi soltanto l’ambiente, ma anche il modello economico di molte località di montagna. Per questo l’associazione propone un ripensamento complessivo dell’offerta turistica, puntando su attività quattro stagioni, escursionismo, mobilità sostenibile e valorizzazione delle comunità locali.
Una sezione del dossier è infatti dedicata al “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana”, una serie di proposte che invitano a costruire un turismo meno dipendente dalla neve e più attento alla fragilità degli ecosistemi alpini e appenninici.
Quello che però appare evidente dal report è che la montagna italiana sta entrando in una fase di transizione, in cui il modello dello sci su pista, per decenni motore economico di molte vallate, è chiamato a confrontarsi con i limiti imposti dal clima e dai nuovi scenari del turismo.






