Norcia rinasce con San Benedetto, ma quanto ritardo a Forca Canapine!
Cosa accade, quasi 10 anni dopo, sui Sibillini colpiti dal terremoto del 2016? La riapertura della Basilica del Santo ha regalato un Natale sereno al capoluogo. In alto Castelluccio resiste, ma Forca Canapine è ancora in completo abbandono
A Norcia è finalmente tornato il Natale. Nelle vacanze che si sono concluse da poco, quasi un decennio dopo le scosse che nel 2016 hanno devastato Amatrice e i Sibillini, visitatori e residenti hanno affollato la “capitale” delle montagne dell’Umbria. Hanno lavorato a pieno ritmo i ristoranti, gli alberghi, i negozi che propongono salumi, lenticchie, formaggi e altre prelibatezze locali.
Certo, le gru e i ponteggi della ricostruzione avvolgono ancora il Comune, la Castellina e altri edifici di Norcia. Ma il restauro più importante è finito. Alla fine di ottobre è stata riaperta alle visite e al culto la Basilica di San Benedetto, edificata tra il 1290 e il 1338 nel luogo dov’erano nati, nel 480, Benedetto e sua sorella Scolastica.
Com’era già avvenuto all’Aquila qualche anno fa con i restauri delle basiliche di Santa Maria di Collemaggio e San Bernardino, devastate dal sisma del 2009, la riapertura di San Benedetto ha ridato a Norcia un pezzo fondamentale della sua storia. Per i residenti la facciata e il rosone, la semplice navata ricostruita dopo il crollo, il portico sono il segno di un’identità ritrovata. Era ora.
Per gran parte dell’anno il turismo di Norcia, gastronomico o religioso che sia, ha poco a che fare con quello che dei Sibillini. Molti camminatori e scialpinisti che arrivano dall’Umbria salgono in montagna senza fermarsi nel centro, altri arrivano dalla Via Salaria e dalle Marche. Una realtà che cambia solo a giugno, quando le fioriture dei Piani di Castelluccio attirano migliaia di persone, e molte di loro sostano anche in paese.
Nel prossimo agosto, saranno passati dieci anni dal terremoto di Amatrice. A fine ottobre, l’anniversario arriverà anche per Norcia e gli altri borghi dei Sibillini. Anche per questo motivo, merita una riflessione il passo diverso che la ricostruzione ha avuto fin dall’inizio nel centro storico e in montagna, dove tutto è stato (ed è ancora) molto più lento.
In realtà Castelluccio, anche se il borgo è stato raso al suolo dalle scosse, ha mantenuto la sua vitalità economica. I lavori per riedificare l’abitato dureranno ancora molti anni. Grazie alla resilienza degli operatori locali, però, hanno riaperto quasi subito due agriturismi e i semplici locali che offrono prodotti tipici e piatti caldi. Altre strutture lavorano nel Deltaplano, un prefabbricato accanto alla strada che sale dal Pian Grande.
Il flusso di visitatori, poco importa se curiosi o escursionisti, non si è mai interrotto anche nelle vacanze che si sono appena concluse. La Capanna Ghezzi e il rifugio degli Alpini di Forca di Presta sono ancora in rovina, ma accanto alla strada che sale da Norcia è iniziata la ricostruzione del rifugio Perugia. A Castelluccio, anche se lentamente, si rinasce.
Ma più in quota è tutto fermo
Dà un messaggio completamente diverso Forca Canapine, l’altra frazione montana di Norcia, che ha ospitato per decenni l’unica stazione sciistica dell’Umbria. Nella scorsa estate, dopo nove anni, è stata riaperta la strada che sale dalla Salaria.
Ma tutto il resto, dai piloni degli skilift ai locali di servizio alle piste, è rimasto com’era il giorno dopo le scosse. Sono ridotti a ruderi i villini privati e l’albergo che ha ospitato per decenni gli sciatori. E’ un rudere il rifugio Genziana, sul viottolo che conduce ai Pantani, la più classica meta escursionistica della zona.
E’ un rudere anche il rifugio di Colle le Cese, l’ex-rifugio Città di Ascoli del CAI, poi rilevato dal Parco, che ne aveva fatto un centro di educazione ambientale e un posto-tappa sul Grande Anello dei Sibillini.
Le colonnine di ricarica per E-Bike, a pochi metri dell’edificio, contrastano con i muri crepati dalle scosse. Gli unici segni di interventi recenti, oltre alla strada, sono i nuovi e vistosi cartelli che indicano il confine del Parco. Necessari, probabilmente, ma certo non sufficienti.
Il quadro è destinato a cambiare. Nell’estate scorsa, a nove anni dal terremoto, è stata finalmente aggiudicata la gara per la demolizione e ricostruzione del rifugio di Colle Le Cese, per l’importo di 2,5 milioni di euro. L’intervento è frutto della collaborazione tra il Parco dei Sibillini, l’Ufficio Speciale Ricostruzione e la Regione Marche.
Il prossimo passaggio sarà la firma del contratto e l’avvio dei lavori, si spera tra la primavera e l’estate. “Questo intervento è un tassello importante nella strategia di rilancio delle aree colpite dal sisma”, ha dichiarato il commissario alla ricostruzione Guido Castelli, ex-sindaco di Ascoli Piceno ed esponente di Fratelli d’Italia.
La lentezza degli interventi in montagna e la (relativa) rapidità nei capoluoghi hanno una logica. In qualunque ricostruzione post-sismica, la vivibilità e i servizi per i residenti devono essere il primo passo. Ma anche la rinascita del turismo conta. Non a caso, nella vicina Ussita, si è intervenuti presto anche sugli impianti di risalita di Frontignano.
Oltre ai ritardi negli interventi sugli edifici, il problema di Forca Canapine è la mancanza di un’idea per il futuro. Quella vecchia, lo sci di pista a quote comprese tra i 1300 e i 1700 metri, è stata spazzata via dal cambiamento climatico, dalla trasformazione del mercato dello sci, dalla mancanza di imprenditori disposti a investire a queste quote.
La stessa sorte, con o senza terremoti, è toccata ad altre località dell’Appennino come Marsia, Selva Rotonda e i Prati di Mezzo. Lo stesso, nonostante la quota più alta, sta accadendo a Campo Staffi, a Prato Selva e persino al Terminillo.
Qualche mese fa Michele Franchi, sindaco di Arquata del Tronto nel cui territorio si trova il Colle Le Cese, ha parlato di “una stazione turistica attiva tutto l’anno”, da avviare insieme alla limitrofa Norcia. Come esempio di attività possibili, ha citato “il Sibillini Astrofest, visto che il cielo di Forca Canapine è stato riconosciuto tra i migliori per l’osservazione astronomica”.
L’idea è ottima, ma non basta. Per sopravvivere, le piccole stazioni montane dell’Appennino hanno bisogno di molto altro. Cammini come il Sentiero Italia e il Grande Anello, ma anche sentieri d’interesse locale. Percorsi per bici da strada, mountain-bike ed E-bike. Attività legate alla cultura e alla storia. Aree di sosta per camper e di campeggio-natura. C’è bisogno di un ruolo più propositivo del Parco. Servono rifugi aperti per gran parte dell’anno, capaci di proporre iniziative culturali e sportive come il Sebastiani del Velino, il Cima Alta del Gran Sasso e il Viperella di Campo Staffi, che lavora in un’altra area dove lo sci ha fatto il suo tempo.
Si potrebbe lavorare sul tema dell’antico confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato della Chiesa, tassello di una linea che univa San Benedetto del Tronto con Fondi. Si potrebbe iniziare (non costa molto!) rialzando il bellissimo cippo che sorgeva sul Monte dei Signori, e che è stato abbattuto qualche anno fa da vandali. Bisogna fare in fretta, però, finché i fondi per la ricostruzione ci saranno. Più tardi, cercare vie nuove di rilancio e sviluppo diventerà molto più difficile.






