
È ancora senza una conclusione l’inchiesta sulla vicenda di Hillary Dawa Sherpa, il lavoratore nepalese d’alta quota sopravvissuto per giorni sull’Everest dopo essere rimasto separato dalla propria spedizione durante la discesa. Il rapporto della polizia turistica nepalese, atteso inizialmente entro la metà di giugno, non è stato ancora consegnato perché manca la dichiarazione di una delle persone coinvolte.
Krishna Raj Ojha, responsabile della Tourist Police del Nepal, ha spiegato che un testimone si trovava ancora nel distretto di Solukhumbu e avrebbe dovuto raggiungere Kathmandu per essere interrogato. Una volta raccolta anche quest’ultima deposizione, gli investigatori prevedevano di completare il rapporto nel giro di pochi giorni. Nel frattempo Dawa, 57 anni, è stato dimesso dall’ospedale l’11 giugno e sta proseguendo la convalescenza a casa, insieme alla famiglia.
La scomparsa durante la discesa
Dawa Sherpa, conosciuto nell’ambiente come “Hillary Dawa”, era impegnato con una spedizione organizzata da Himalayan Traverse Adventure. Il 29 maggio il gruppo stava scendendo dopo un tentativo di vetta concluso senza successo per uno dei clienti.
Le ultime testimonianze lo collocano nella zona compresa tra il campo III e la Yellow Band, oltre i 7000 metri. Il britannico Chris Thrall ha raccontato di averlo visto fermarsi per riposare, mentre poco più in basso aveva incontrato il cliente polacco Mariusz Chmielewski in gravi difficoltà, con poco ossigeno e sintomi di congelamento. Thrall aveva quindi proseguito la discesa insieme al polacco, ritenendo che Dawa, considerata la sua esperienza, sarebbe riuscito a seguirli.
Dawa non raggiunse però il campo insieme al resto del gruppo. Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso nepalese dopo il ricovero, riuscì lentamente a scendere fino al campo II, trovandolo ormai vuoto, e continuò da solo verso la seraccata di ghiaccio del Khumbu. Qui, a circa 5500 metri, cadde in un crepaccio nel quale rimase bloccato per due giorni.
A permettergli di uscire sarebbe stata paradossalmente una valanga: la neve precipitata all’interno della spaccatura avrebbe riempito parzialmente il crepaccio, offrendo a Dawa una superficie sulla quale arrampicarsi per riguadagnare le corde fisse. Da quel momento continuò a trascinarsi verso valle in condizioni di estrema debolezza. Questa parte della vicenda si basa sul racconto di Dawa e dovrà essere confrontata con le altre testimonianze raccolte dagli investigatori.
Il ritrovamento quando la stagione era ormai finita
La mattina del 4 giugno, sei giorni dopo la scomparsa, Hillary Dawa fu individuato nei pressi di Crampon Point da una squadra del Sagarmatha Pollution Control Committee, impegnata nella rimozione dei rifiuti e delle attrezzature dalla montagna. Gli operatori gli fornirono acqua e cibo e organizzarono l’evacuazione verso Kathmandu.
La stagione primaverile dell’Everest era ormai terminata e gran parte delle scale utilizzate per attraversare i crepacci della seraccata del Khumbu era già stata smontata. Dawa era riuscito quindi a percorrere da solo buona parte della via di discesa, nonostante le temperature, la disidratazione e le conseguenze dell’esposizione prolungata al freddo. Al suo arrivo all’HAMS Hospital di Kathmandu gli furono riscontrati congelamenti, disidratazione e problemi alle gambe, ma le sue condizioni furono giudicate stabili.
Nel frattempo la famiglia, informata che le possibilità di ritrovarlo vivo erano ormai minime, aveva già iniziato i riti funebri. La moglie Damu Sherpa ha successivamente presentato denunce al Dipartimento del Turismo e alla Nepal Mountaineering Association, sostenendo che le richieste di avviare tempestivamente una ricerca non sarebbero state ascoltate. La donna ha chiesto che vengano accertate eventuali responsabilità e che, fino alla conclusione dell’indagine, siano sospesi permessi e certificazioni riconducibili alle persone coinvolte.
Da cuoco al tentativo di vetta
Un altro elemento sul quale dovranno fare chiarezza gli investigatori riguarda il ruolo assegnato a Dawa. Il nepalese avrebbe infatti dichiarato di essere stato assunto inizialmente come cuoco. In seguito gli sarebbe stato chiesto di trasportare carichi verso il Colle Sud e di accompagnare i clienti durante il tentativo di vetta, in cambio di un compenso aggiuntivo di 10000 rupie nepalesi.
Chmielewski ha affermato che Dawa gli era stato presentato come guida per il tentativo di vetta dopo il rientro di un altro lavoratore della spedizione. Il cliente polacco ha inoltre raccontato che il nepalese trasportava gran parte delle bombole di ossigeno ed era arrivato al tentativo finale senza un adeguato periodo di riposo. Si tratta, anche in questo caso, di testimonianze che non costituiscono ancora conclusioni ufficiali.
Un responsabile di Himalayan Traverse Adventure ha confermato al quotidiano britannico The Times che Dawa era stato inizialmente destinato al lavoro di cuoco, difendendone però l’esperienza maturata in montagna. L’agenzia non ha ancora diffuso una ricostruzione pubblica completa capace di chiarire l’organizzazione della spedizione, la distribuzione degli incarichi e le iniziative intraprese dopo la scomparsa.
Le richieste di un’indagine indipendente
La vicenda ha provocato forti reazioni all’interno della comunità alpinistica nepalese. La Nepal Mountaineering Association ha parlato di “gravi questioni etiche e umanitarie” e ha chiesto un’indagine indipendente. Anche l’Everest Summiteers Association ha sollecitato un’inchiesta di alto livello, sostenendo che per sei giorni non sarebbe stata organizzata alcuna operazione formale di ricerca e soccorso.
Sarà il rapporto della Tourist Police a dover stabilire se vi siano state negligenze, chi avesse la responsabilità di segnalare la scomparsa e organizzare le ricerche, e se Dawa possedesse formazione, equipaggiamento e riposo adeguati al compito che gli era stato assegnato.