
“E sono 20! Thor è ufficialmente il cane con più 4000 sulle zampe! 20×4000, un nuovo record europeo (se non mondiale)”. È con queste parole, cariche di entusiasmo, che Carlo Costa, 32enne dell’Alto Canavese (Piemonte), ha annunciato sui social il raggiungimento di un obiettivo “a 6 zampe”, insieme al suo fedele compagno Thor, un cane lupo cecoslovacco.
Un traguardo simbolico per i due, una cifra tonda che è un punto e virgola, una sosta prima di continuare nella collezione di cime condivise, che ha raccolto un’ondata di affetto e approvazione – soprattutto da chi segue da anni le loro avventure in alta quota – ma anche dissenso, accendendo il dibattito tra gli utenti. Per comprendere a fondo questa impresa bisogna andare oltre le cifre, scavando nella storia personale e profonda che rende questa cordata decisamente speciale. E per farlo, abbiamo chiesto il supporto diretto di Carlo.
L’Alphubel, ventesimo 4000 di Carlo e Thor
La salita dell’Alphubel (4.206 metri), nel massiccio del Mischabel (Svizzera), realizzata nei primi giorni di luglio, rappresenta per Carlo Costa e il suo cane Thor un risultato non casuale, frutto di anni di preparazione ed allenamento. Una ventesima vetta over 4.000 m raggiunta lungo un percorso di crescita in ambiente montano, che i due hanno avviato insieme qualche anno fa.
Nonostante il video realizzato in cima e condiviso sui social mostri il cane a suo agio a quota 4.000 metri, la presenza tra le vette di un alpinista a quattro zampe non manca di stimolare dibattiti sul senso della scelta di costituire una cordata multispecie. Non stupisce dunque che, accanto a numerosi messaggi di congratulazioni, lo spazio dei commenti al post si sia trasformato in un terreno di scontro.
Diversi utenti hanno storto il naso di fronte all’impresa, giudicando inutile e artificiale la scelta di portare un animale in vetta al solo scopo di stabilire dei primati e realizzare video per il web, dinamiche ritenute lontane dal vero spirito della montagna. Altri hanno rincarato la dose, accusando il padrone di strumentalizzare il cane per ottenere visibilità e monetizzare sui social, sottolineando come all’animale non importi nulla delle statistiche o del numero di cime conquistate. Critiche aspre a cui Carlo ha replicato attraverso un video di risposta, definendo i suoi detrattori dei veri e propri avvoltoi.
Una storia di rinascita nata nel buio del Covid
Perché portare un cane sui Quattromila? La risposta fornita da Carlo Costa risiede in un percorso “simbiotico” nato in un momento difficile. Sulla biografia Instagram del suo profilo (“6_zampe_in_montagna”) campeggia la frase: “Brancolavo nel buio, tu mi hai salvato”. Nell’inverno del 2020, debilitato dagli strascichi del virus post-Covid, Carlo si sentiva distrutto fisicamente e avvolto da una profonda solitudine. L’arrivo di Thor, adottato a soli 70 giorni, è stato la sua ancora di salvataggio.
Insieme hanno scoperto una passione: la montagna. “Non sono mai andato in montagna prima del suo arrivo. Thor è la mia vita“, ci racconta. Si è trattato quindi di un vero e proprio cammino di crescita, escursionistica prima e alpinistica poi, condiviso fin dai primi passi: “Io vivo in Alto Canavese, in Piemonte, e qui ci sono le Alpi Graie, montagne relativamente basse, con vette sui 2000 metri circa. Abbiamo iniziato qui le nostre prime esperienze. Poi abbiamo cominciato a muoverci in Piemonte su cime più elevate, come nelle Valli di Lanzo e di Susa, e in Valle d’Aosta”.
Un percorso formativo congiunto che, dopo una prima educazione di base impartita al cucciolo da un professionista, li ha visti muoversi in autonomia tra i sentieri. Da soli, ma non del tutto. “C’è una persona che va assolutamente menzionata e ringraziata per il supporto che ci ha offerto in questo percorso – tiene a sottolineare Carlo – ed è Thomas Colussa di Walking Wolf, un grande amico che ci ha fornito consigli utili ad affrontare le alte quote sulla base della sua personale esperienza con Numb, il cane disabile con cui ha condiviso tante avventure, tra cui una salita al Monte Bianco”.
Oltre il record: il benessere di Thor prima di tutto
In un presente in cui la parola “record” in montagna determina spesso reazioni contrastanti, Carlo tiene a chiarire che le venti vette non sono mai state un’ossessione: “Non era un obiettivo prefissato. Abbiamo iniziato a inanellare salite e, una volta arrivati attorno a 12 o 13, l’idea della cifra tonda è sì comparsa, ma senza vederlo come un traguardo unico e solo. Il nostro obiettivo è sempre stato, e sempre sarà, soltanto uno: andare. Andare per il piacere personale nostro; parlo al plurale perché è un piacere sia per me sia per lui. L’idea futura è infatti proseguire, ma naturalmente e solo se Thor sarà nelle condizioni di farlo”.
Nessuna forzatura, dunque, anche perché l’alta quota è l’habitat in cui il cane esprime la sua vera natura. “Vivendo con Thor nel quotidiano, posso dirvi che lui sta bene solo lassù. La montagna è il suo ambiente. Attorno a casa abbiamo boschi e campagne, ma lui si ricarica quando è su neve, al fresco dell’alta quota. Quando è tra le vette, sembra un altro cane”.
Una testimonianza che ribadisce un concetto fondamentale: portare un cane in alta quota è una scelta che va sempre valutata in maniera estremamente oculata sulla base di razza, età, personalità, allenamento e itinerario. Non mancano annualmente casi in cui il Soccorso Alpino è costretto a intervenire per recuperare animali (e padroni) non adeguatamente preparati, vittime di malori, incidenti o sfinimento. Nel caso di Carlo e Thor, la quota è diventata accessibile grazie a una preparazione attenta e a una fiducia reciproca. Perché gli amici vanno attenzionati e rispettati in quanto tali, anche quando hanno quattro zampe invece che due.