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Sophie Lavaud sul tetto del Canada: “Una delle spedizioni più dure della mia vita”

L’atleta del team Millet ha raggiunto il 2 giugno la vetta del Monte Logan, 5.959 metri, il punto più alto del Canada. Un viaggio tra ghiacciai infiniti, freddo estremo, pulka da trainare e isolamento totale.

Il 2 giugno 2026 Sophie Lavaud ha raggiunto la vetta del Monte Logan, 5959 metri, il punto più alto del Canada. Una salita lunga e impegnativa, nel cuore dello Yukon, che ha portato l’alpinista del team Millet in un ambiente molto diverso da quello himalayano, a lei familiare: un mondo di ghiaccio, vento, freddo costante e isolamento assoluto.

“Di ritorno dalla spedizione sul Monte Logan, la mia mente è ancora affollata di pensieri e ricordi”, racconta Lavaud. “Tre cose rimangono profondamente impresse nella mia memoria: l’isolamento assoluto, la distesa infinita di ghiaccio a perdita d’occhio, il freddo intenso e costante, e l’energia che si deve continuamente spendere per spostarsi da un campo all’altro”.

Il Monte Logan non è soltanto una montagna alta. È una montagna remota, dove la logistica pesa quanto la quota. Una volta lasciati sul ghiacciaio dal piccolo aereo, gli alpinisti devono muoversi in completa autonomia, avanzando con gli sci e trainando le pulka, piccole slitte da spedizione, usate soprattutto in ambienti artici, polari o su grandi ghiacciai. Una progressione lenta, faticosa, fatta di continui trasporti: prima si sale verso il campo successivo per depositare materiale e viveri in buche scavate nella neve, poi si torna indietro per spostare l’intero campo, tende comprese.

“Giorno dopo giorno, abbiamo avanzato in questa vasta e incontaminata terra selvaggia”, prosegue Lavaud. Con lei c’erano Ulysse, dietro la macchina da presa, Pascal e David, guida del Québec, la cui esperienza si è rivelata fondamentale soprattutto nei momenti di maltempo e scarsa visibilità.

Le condizioni, infatti, si sono fatte subito dure. Già al campo 1, a 3300 metri, la spedizione è stata investita da una tempesta con raffiche di vento fino a 150 chilometri orari. “Abbiamo passato un intero pomeriggio aggrappati alla tenda, sperando che non venisse strappata via”, ricorda Lavaud. A fare la differenza sono stati i muri di neve costruiti attorno ai campi e la disciplina imposta dalla guida: ogni campo doveva essere messo in sicurezza con estrema cura.

Accanto al vento, il grande protagonista della spedizione è stato il freddo. Temperature vicine ai -30°C hanno accompagnato il gruppo lungo tutta la salita, complicando ogni gesto quotidiano. “A quelle temperature tutto si congela, tutto si rompe”, spiega l’alpinista. Una mattina Lavaud ha rotto l’attacco di uno sci a causa del ghiaccio. Un episodio che avrebbe potuto chiudere la spedizione, ma l’attacco ha continuato a funzionare abbastanza da permettere al gruppo di proseguire.

Per Sophie Lavaud, abituata alle grandi montagne dell’Himalaya, l’esperienza sul Monte Logan ha rappresentato un confronto con un alpinismo diverso: meno verticale, forse, ma non meno severo. Qui la difficoltà è nella distanza, nella gestione dell’autonomia, nella ripetizione dello sforzo, nella necessità di restare lucidi dentro un ambiente immenso e ostile.

“Questa immersione nel Grande Nord rimarrà con me per sempre e si colloca tra le spedizioni più impegnative che io abbia vissuto negli ultimi anni”, conclude Lavaud, ringraziando i compagni di avventura e in particolare David, per “la sua inestimabile esperienza, il suo buon umore al mattino presto e la sua straordinaria padronanza del terreno”.

Una salita che, più che per il solo raggiungimento della vetta, resta nel racconto dell’alpinista come un viaggio profondo nel Grande Nord: tra fatica, meraviglia e quella solitudine assoluta che fa del Monte Logan una delle montagne più selvagge del continente nordamericano.

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