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Dal Lago di Sorapiss a Yosemite, cronache di un overtourism annunciato

Dalle Dolomiti alla California, il turismo "instagrammabile" mette a nudo i limiti dell'autoregolazione: per tutelare natura ed esperienza serve una pianificazione attiva.

Che l’estate rappresenti la stagione a maggior rischio di sovraffollamento turistico localizzato – il cosiddetto overtourism – è ormai una questione assodata. Un problema noto e crescente negli ultimi anni, che diventa puntualmente argomento di dibattito nei mesi che precedono i picchi di affluenza, nel tentativo di identificare soluzioni che possano limitare l’impatto negativo di flussi incontrollati di visitatori sugli ambienti montani.

Le cronache nazionali e internazionali confermano che la concentrazione di turisti in hotspot iconici, a scapito di periferie altrettanto suggestive, è una tendenza globale. Esiste una via d’uscita? Se tornelli e obblighi di prenotazione possono apparire come interventi lesivi del principio secondo il quale “la montagna deve essere di tutti”, è davvero possibile lasciare che il turismo si autoregoli, facendo affidamento solo sull’etica del visitatore?

Il lago di Sorapiss, tendenza dell’estate dolomitica

I dati di fatto sembrano smentire l’ipotesi di una possibile autoregolazione. Un esempio lampante arriva dal Lago di Sorapiss, recentemente preso d’assalto. Emilio Pais Bianco, rifugista al Vandelli, ha fornito una testimonianza al Corriere delle Alpi evidenziando l’insostenibilità dei picchi di frequenza e auspicando l’introduzione di misure volte a fronteggiare i flussi incontrollati.

“Con certi numeri (3 mila accessi al giorno) è impossibile tutelare la natura – ha dichiarato il rifugista – . Sarebbe utile, come è stato fatto in altri posti, mettere dei tornelli per limitare l’accesso o quanto meno definire un numero chiuso. Se l’ondata di overtourism dovesse proseguire, ci accorgeremo degli effetti negativi solo quando sarà troppo tardi.”

Un assalto che, come nella maggioranza dei casi, affonda le sue radici nelle dinamiche di comunicazione dei luoghi, in quella instagrammabilità che trasforma una meta escursionistica in uno sfondo fotografico geometricamente e cromaticamente perfetto. La tendenza che sembra palesarsi nell’estate 2026 nell’area del Sorapiss, è quella di un turismo mordi e fuggi, di giornate vissute in velocità, collezionando in meno di 24 ore quanti più scorci possibili, dalle Tre Cime al Sorapiss, per poi scappare verso le 5 Torri, il Lagazuoi o il Lago di Braies.

Il caso Yosemite: quando togliere le regole crea il caos

Mentre al Sorapiss si riflette sull’opportunità di inserire regole di fruizione, dall’altra parte dell’oceano il Parco Nazionale di Yosemite si è trasformato in un laboratorio per l’esperimento opposto. Dopo aver introdotto le prenotazioni nel 2020 per contingentare gli ingressi, nel 2025 il parco ha sperimentato un sistema ridotto, richiedendo il pass per i veicoli solo tra le 6:00 e le 14:00.

Una mezza misura che ha finito per concentrare i flussi, producendo massicci assalti pomeridiani di auto, parcheggi costantemente esauriti e il calpestamento dei prati sensibili. Nonostante i primi segnali d’allarme, a febbraio 2026 l’amministrazione ha deciso di azzerare del tutto l’obbligo di prenotazione per i veicoli, scommettendo sulla gestione autonoma. La risposta della realtà è stata un netto “no”.

Come ricostruito dal quotidiano californiano The Fresno Bee, la totale rimozione delle restrizioni ha generato quello che gli osservatori definiscono “puro caos per i visitatori”. Senza un filtro agli ingressi, i dati di affluenza sono schizzati del 45% a marzo, provocando code chilometriche alle casse nei giorni festivi e una paralisi totale dei parcheggi e della viabilità attorno a hotspot iconici come El Capitan e Half Dome.

Una situazione diventata insostenibile, tanto che i senatori Alex Padilla e Adam Schiff hanno inviato una lettera formale al Segretario dell’Interno Doug Burgum chiedendo il ripristino immediato dei pass. I senatori e le associazioni locali denunciano la perdita dei traguardi ambientali faticosamente raggiunti negli ultimi anni, con auto parcheggiate ovunque, gravi rischi per la fauna e il deterioramento di aree fragili come Mariposa Grove e la Yosemite Valley. A confermare il sovraffollamento nel Parco sono i reel circolanti in rete, condivisi da turisti decisamente insoddisfatti dell’esperienza.

La condanna della National Parks Conservation Association

A tracciare un quadro ancora più impietoso è la National Parks Conservation Association (NPCA), organizzazione che da oltre un secolo opera con l’obiettivo cardine di proteggere e preservare i luoghi più iconici e suggestivi della nazione per le generazioni presenti e future. Secondo l’associazione, il degrado dell’esperienza a Yosemite è la diretta conseguenza di scelte gestionali ed economiche.

L’organizzazione punta il dito innanzitutto sul collasso operativo causato dai tagli al personale: da gennaio 2025 il servizio dei parchi americani ha perso quasi un quarto della sua forza lavoro permanente. Una situazione insostenibile denunciata con forza dall’ex sovrintendente di Yosemite, Don Neubacher: “Il National Park Service è stato spinto al limite dai tagli al budget e al personale, e i dipendenti rimasti nei nostri parchi sono costretti a fare di più con meno. Con l’inizio dell’alta stagione estiva senza un sistema di prenotazione, il laborioso staff si trova a gestire più visitatori con meno fondi, mettendo in pericolo la fauna selvatica del parco e sottoponendo i guardiani a una pressione insostenibile”.

Come confermato da una testimonianza anonima raccolta dal sindacato dei lavoratori di Yosemite: “È diventato difficilissimo persino rispondere alle chiamate di emergenza quando l’anello stradale della Yosemite Valley è completamente paralizzato dal traffico. E quando i visitatori si arrabbiano per la cattiva gestione, se la prendono con i lavoratori in prima linea, che in tutta questa situazione sono vittime tanto quanto loro”.

A complicare lo scenario si aggiunge la speculazione edilizia alle porte del parco. Secondo i dati diffusi dalla NPCA, la forte pressione per eliminare le prenotazioni sarebbe arrivata proprio dai costruttori privati di hotel e glamping di lusso sul lato occidentale. In un solo decennio, i posti letto in queste aree sono passati da 143 a ben 875 unità, con oltre 1.500 ulteriori alloggi già proposti per il futuro.

Il caso di Yosemite testimonia la difficoltà di autogestione di un sistema turistico che necessita di essere regolato. Servono strategie oculate, che non portino il turista a percepirsi come vittima di un sistema che mira a limitarne la libertà di fruizione della natura, ma come attivo compartecipe della creazione di un equilibrio tra “utilizzo” e salvaguardia degli ambienti naturali.

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