
Nei giorni scorsi, l’immagine della parete nord del Cervino rigata da cascate d’acqua ha fatto il giro del web. Non è mancato chi, di fronte a uno scenario così insolito e impressionante, ha gridato al “fake”, ipotizzando l’uso dell’intelligenza artificiale. Lo scatto, catturato dal fotografo Harry Lauber dopo un violento temporale, è testimonianza di una pioggia caduta a quote dove avrebbe dovuto nevicare.
Sul fenomeno è intervenuto Paolo Comune, guida alpina e direttore del Soccorso Alpino Valdostano, offrendo una preziosa chiave di lettura su quello che non è solo uno spettacolo della natura, ma un severo campanello d’allarme.
Il volto insolito del Cervino
Con i suoi 4.478 metri di altitudine, il Cervino rappresenta una delle piramidi naturali più iconiche e facilmente riconoscibili del pianeta. Isolato e maestoso, si erge come spartiacque tra l’italiana Breuil-Cervinia e la svizzera Zermatt. Ognuna delle sue quattro grandi pareti, orientate verso i punti cardinali, è in grado di catturare l’attenzione degli appassionati di alpinismo, ma tra queste è la nord a essere entrata nella leggenda, come pagina un tempo bianca su cui sono stati scritti capitoli epici della storia alpinistica.
Ed è proprio la nord a mostrare il suo volto insolito nello scatto del fotografo Lauber. Nella stagione estiva il versante settentrionale conserva al meglio ghiaccio e neve, in quanto meno esposto ai raggi solari: come si spiega dunque quello scenografico ventaglio di cascate in discesa libera sulla roccia?
In un video condiviso dalla redazione di AostaSera, Paolo Comune prova a fare chiarezza sul fenomeno, contestualizzando lo scatto. La fotografia è stata realizzata nel pieno dell’ondata di calore che, nei giorni scorsi, ha visto lo zero termico salire oltre quota 4.500 metri sulle Alpi, con inevitabile promozione della fusione glaciale alle alte quote. Vi è inoltre un dettaglio che avrebbe contribuito ad aumentare l’effetto “anomalo” dell’immagine: un temporale intenso che ha interessato anche le alte quote, portando a precipitazioni liquide fin sulla cima della piramide alpina, con conseguente creazione di cascate d’acqua lungo le pareti.
“Un fenomeno mai visto prima”
Sebbene la spiegazione possa risultare di per sé semplice, è il commento di accompagnamento all’analisi fornita da Paolo Comune che richiama l’attenzione: “è stata veramente una roba inusuale che io personalmente non avevo mai visto”. Detto da chi il Cervino lo vede e lo vive con costanza, la frase assume il valore di una testimonianza eclatante dei cambiamenti in corso sulle Alpi.
La pioggia alle alte quote non è un fenomeno frequente, per certo non “normale” a livello statistico e, come evidenziato dal direttore del Soccorso Alpino valdostano, non manca di provocare effetti, quale l’erosione di “terreni non abituati a simili precipitazioni” e conseguente rischio di scariche di sassi “pericolose per gli alpinisti” e l’accelerazione dei processi di fusione sulla superficie glaciale, “un po’ come mettere acqua calda sul ghiaccio”.
Zero termico elevato e temporali in alta quota, come sottolinea Comune, determinano conseguenze profonde sul permafrost, il quale risponde con un’inerzia termica più lunga. Il ghiaccio profondo resiste nell’immediato all’ondata di calore ma, penetrato dall’acqua piovana, inizia a destabilizzarsi dall’interno. Gli effetti più pericolosi, avverte il Direttore, non si vedono subito: la roccia continuerà a scaldarsi in profondità, con un rischio concreto di crolli che potrebbe manifestarsi tra due o tre settimane.
Un invito alla prudenza quello lanciato da Paolo Comune, che funge da richiamo a un alpinismo più riflessivo e attento, in una montagna vittima della crisi climatica.