
A volte le spedizioni più riuscite sono quelle che non seguono il piano previsto. Lo sanno bene gli americani Vitaliy Musiyenko, Sean McLane e Christian Black, partiti per il Garhwal indiano con l’obiettivo di tentare una nuova via sul Chaukhamba III (6974 m) e tornati a casa con una significativa apertura sul vicino Balakun (6471 m).
Le condizioni meteo non hanno infatti mai concesso una finestra sufficientemente stabile per affrontare il progetto principale. Dopo giorni di attesa, esplorazioni e arrampicate nei dintorni del campo base, il gruppo ha deciso di concentrare le proprie energie su un secondo obiettivo: la cresta sud-occidentale del Balakun, una linea ancora inviolata che saliva per circa 2300 metri fino alla vetta.
La nuova via, chiamata Kishmish, è stata aperta lo scorso 27 maggio da Musiyenko e McLane e valutata complessivamente M5-6, R/X, a testimonianza non solo delle difficoltà tecniche ma soprattutto dell’impegno psicologico richiesto. I tre hanno infatti deciso di effettuare la salita sapendo di avere “i minuti contati. “Il piano era ambizioso: salire una lunga e tecnica nuova via in un’unica spinta prima che il maltempo tornasse a chiudere tutto un giorno e mezzo più tardi”, ha raccontato Musiyenko. “Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma non sapevamo quanto difficile“.
La salita
La partenza è avvenuta alle 00:30 dal campo base, sul ghiacciaio Satopanth a circa 4420 metri di quota. L’idea era semplice: muoversi il più velocemente possibile con materiale ridotto al minimo per sfruttare l’unica finestra disponibile.
Dopo poche ore Christian Black ha però deciso di tornare indietro. “Non si sentiva bene e non era entusiasta dei compromessi che stavamo facendo per muoverci rapidamente su roccia innevata di quinto grado“. Rimasti in due, lui e McLane hanno continuato a salire lungo una cresta che si sarebbe rivelata molto più complessa del previsto.
“Quello che è seguito è stato uno dei giorni più continui e impegnativi che abbia mai vissuto in montagna o in qualsiasi ultramaratona. Migliaia di metri di arrampicata tecnica, neve profonda, terreno misto ripido, roccia buona, roccia pessima e lunghi tratti dove cadere semplicemente non era un’opzione“.
I primi pendii sono stati affrontati rapidamente, spesso slegati, ma la parte superiore della montagna ha richiesto ore di progressione su terreno misto, tra neve inconsistente, passaggi delicati e sezioni di roccia dalla qualità molto variabile.
Solo alle 18:30, diciotto ore dopo la partenza, i due hanno raggiunto la cima. “Eravamo in piedi sulla vetta nel mezzo di una tempesta di vento, entrando e uscendo dal whiteout, chiedendoci quanto sarebbe stato semplice scendere oltre duemila metri con un solo rack e qualche chiodo”.
La discesa
Se la salita era stata lunga, la discesa, come spesso accade, si è rivelata ben più dura. Durante la notte Musiyenko e McLane hanno effettuato numerose doppie utilizzando abalakov e soste improvvisate, fondendo neve per bere e cercando di continuare a muoversi nonostante la stanchezza crescente. Proprio la stanchezza “è diventato la sfida principale. La salita ci aveva praticamente svuotati. Siamo tornati al campo base dopo circa quaranta ore di movimento quasi continuo“. Un’esperienza che, secondo Musiyenko, ha lasciato un segno profondo. “La via ci ha spinto molto più vicino ai nostri limiti di quanto entrambi immaginassimo. Esperienze come questa sono rare. Ti spogliano delle illusioni su ciò che pensi di essere capace di fare e le sostituiscono con qualcosa di molto più prezioso”.
Il nome scelto per la via racconta bene lo stato in cui i due sono rientrati al campo base. “L’abbiamo chiamata Kishmish, che in hindi significa uva passa. Questo perché alla fine della salita eravamo completamente disidratati e raggrinziti“.
Se il Chaukhamba III rimane un progetto aperto, la spedizione ha comunque regalato molto più di una semplice nuova via. Nei giorni di attesa il team ha esplorato la valle, aperto alcuni nuovi boulder e realizzato fotografie e timelapse notturne dell’Himalaya. “Nessuna di queste cose faceva parte del piano iniziale. Ma è proprio questo che amo dell’alpinismo: spesso trovi esperienze che non ti aspettavi“, ha scritto Musiyenko al termine del viaggio. “Per tutte le frustrazioni che ci sono state, torno a casa grato per le salite, per il tempo condiviso con gli amici, per le fotografie e per aver ritrovato l’entusiasmo di andare a esplorare“.