
Era il 1915 quando la Endurance, leggendaria nave con cui l’esploratore polare Ernest Shackleton era partito dal porto di Plymouth insieme al suo equipaggio per realizzare la prima traversata a piedi dell’Antartide, veniva stritolata e inghiottita dai ghiacci, finendo per inabissarsi nel Mare di Weddell. Nonostante il fallimento dell’obiettivo primario della missione, Shackleton fu ricordato come un vero eroe al termine di questa epica avventura nel continente bianco, riuscendo nella straordinaria impresa di portare in salvo tutti i suoi uomini.
Per oltre un secolo, il relitto è rimasto un fantasma custodito dai ghiacci. Poi, nel 2022, è arrivata la svolta: grazie a tecnologie subacquee d’avanguardia e a un pizzico di fortuna meteorologica, il team della spedizione Endurance22 è riuscito a ritrovato la nave a 3.000 metri di profondità, in eccezionali condizioni di conservazione. A poppa brilla ancora, con una sorprendente lucentezza metallica, la stella a cinque punte sovrastata dal nome divenuto leggenda: Endurance.
Oggi, quell’inestimabile scrigno di memorie storiche ha bisogno di essere protetto per le future generazioni. Ma come? La risposta arriva da una proposta guidata dall’UKAHT, organizzazione no-profit impegnata nella conservazione e promozione del patrimonio antartico: istituire un’area protetta.
La leggendaria Endurance di Shackleton
Per capire il valore dell’Endurance bisogna fare un salto indietro nel tempo. La spedizione di Shackleton mirava ad attraversare a piedi il continente antartico. Le cose, però, andarono diversamente. La nave rimase intrappolata nel pack, la banchisa polare, che la strinse in una morsa fatale per mesi fino a farla affondare.
Ciò che accadde dopo è una delle più grandi storie di sopravvivenza della storia umana: Shackleton e il suo equipaggio furono protagonisti indomiti di una vera odissea tra i ghiacci, terminata con un inaspettato lieto fine, grazie alla tenacia e al coraggio del loro capitano. Navigando a bordo della mitica scialuppa James Caird, Sir Shackleton insieme a 5 dei suoi uomini riuscì a raggiungere infatti la Georgia del Sud.
Compì poi l’incredibile impresa di attraversare a piedi l’isola nella sua interezza, fino alla stazione baleniera di Stromness: da lì furono finalmente organizzati i soccorsi per i restanti membri dell’equipaggio rimasti in attesa nelle Shetland Meridionali.
Gli uomini si salvarono, mentre l’Endurance rimase prigioniera di quello che lo stesso esploratore definì “il peggior tratto del peggior mare del mondo”. Paradossalmente, sono state proprio le estreme condizioni di quel mare terribile a proteggere la nave per oltre 100 anni, preservandola all’occhio umano, soprattutto quello dei cacciatori di tesori.
Le insidie di un clima che muta
Nonostante sia trascorso oltre un secolo dall’inabissamento, il relitto sembra affondato in tempi recenti. Il motivo è biologico: nelle gelide acque antartiche non esistono organismi capaci di degradare il legno. La Endurance è diventata così un laboratorio naturale unico, colonizzato da spugne e anemoni filtratori.
Tuttavia, gli scienziati del British Antarctic Survey hanno lanciato un allarme. Le immagini del 2022 hanno rivelato la presenza sul relitto di alcuni piccoli crostacei del genere Munidopsis (simili a piccoli astici), capaci di resistere al freddo e, cosa ancora più preoccupante, in grado di nutrirsi di legno. Potrebbe trattarsi di una nuova specie, così come di organismi provenienti da altre aree oceaniche.
Con il riscaldamento globale e il ritiro del ghiaccio stagionale – mutamenti che già di per sé influenzano la biologia dell’Antartide – l’accesso alla zona sta diventando più facile per le imbarcazioni, con il rischio di favorire anche il trasporto attivo di specie invasive, oltre che produrre disturbo antropico. La Endurance deve essere assolutamente salvata.
Un’area protetta per salvare la Endurance
Attualmente, chiunque voglia avvicinarsi a meno di 1,5 km dal sito ha bisogno di un permesso speciale legato al Trattato Antartico. Ma la UKAHT, che gestisce il sito su mandato del governo britannico, vuole fare un passo in più, creando una vera e propria area di protezione speciale.
“È una questione di lungimiranza – ha dichiarato alla redazione del The Guardian Camilla Nichol, direttrice esecutiva dell’UKAHT – . Cosa succederà nei prossimi 10, 20 o 30 anni? Nell’ultimo decennio la copertura offerta dal ghiaccio stagionale è diminuita drasticamente e sappiamo che il traffico marittimo è in aumento”. Il timore è che il “fascino romantico” esercitato dal relitto e la crescita delle attività sottomarine, possano portare l’Antartide a diventare “l’ultima frontiera” del turismo sottomarino.
L’istituzione dell’area protetta consentirebbe di blindare il sito da accessi non autorizzati e promuovere la ricerca responsabile. La proposta, avanzata nell’ambito della Riunione Consultiva del Trattato Antartico (ATCM 48) svolta a maggio 2026 a Hiroshima (Giappone), è stata approvata senza obiezioni dai paesi firmatari.
Vi è però uno scoglio da superare. A settembre la proposta dovrà infatti essere ratificata dalla CCAMLR (Commissione per la conservazione delle risorse marine dell’Antartide). Questo organismo, composto da 27 Stati membri tra cui figurano anche Russia e Cina, è da tempo fermo, a causa di tensioni geopolitiche, sul tema della creazione di aree protette nel continente bianco.
Nonostante le difficoltà diplomatiche, l’UKAHT si dice ottimista: paesi come la Corea del Sud, il Giappone e la Norvegia sembrano uniti e convinti nel ribadire che l’eredità della Endurance appartiene al mondo intero e va salvaguardata a tutti i costi.