
Dopo aver raggiunto la vetta del Denali (6190 metri), la montagna più alta del nord America, completando il progetto delle Seven Summits, Simone Moro è già sulla strada di casa. Lo abbiamo raggiunto mentre sorvolava l’Atlantico, tra Islanda e Gran Bretagna, poche ore dopo aver lasciato l’Alaska. La sua è stata una salita veloce, essenziale, in stile leggero. Ma soprattutto una prova personale, forse la più importante degli ultimi anni.
La salita
L’ascensione, ci racconta, è iniziata il 4 giugno. In meno di ventiquattro ore Moro e il compagno di spedizione Artem Gurshtein sono passati dal livello del mare di Anchorage al campo 3 del Denali, a circa 3350 metri.
“Siamo andati da Anchorage a campo 3 in meno di 24 ore. Da Anchorage siamo arrivati a Talkeetna per il briefing con i ranger, poi abbiamo preso il volo di 45 minuti verso il ghiacciaio. Atterrati, abbiamo fatto un breve briefing nella tenda dei ranger, preparato tutto il materiale e siamo partiti subito. Avevamo circa 40 chili a testa, fissati sulle slitte. Dopo una ventina di chilometri abbiamo lasciato le slitte a campo 2 e siamo saliti direttamente a campo 3 con lo stretto necessario negli zaini”.
Il giorno successivo è stato dedicato all’acclimatamento. “Siamo saliti fino a circa 4000 metri, verso campo 4, e poi siamo rientrati a campo 3. Questo perché volevamo dare un ulteriore stimolo fisiologico al corpo”. Il terzo giorno poi i due hanno trasferito tutto il materiale a campo 4, a 4330 metri, dove hanno allestito il campo alto. Quindi, dopo due giorni trascorsi a quella quota è arrivato il momento decisivo. “Sono partito da campo 4 alle dodici in punto, all’ora di pranzo. Ho seguito la variante chiamata Rescue Gully e sono arrivato in vetta alle 22:18. Ho cercato deliberatamente di non spingere troppo sulla velocità, perché sapevo di non essere realmente acclimatato e monitoravo continuamente ogni sensazione. Ero completamente da solo. Artem era più lento fin dall’inizio e ci eravamo accordati così: ognuno avrebbe fatto il proprio ritmo, controllandoci a distanza fin dove possibile“.
Durante la salita le temperature sono precipitate, ma le condizioni si sono rivelate favorevoli. “Faceva sempre più freddo, ma il vento era debole o assente. Le previsioni e i ranger parlavano di temperature comprese tra i -30 e i -40 gradi in vetta“.
Poi la cima, con tutte le sensazioni che comporta. Una cima raggiunta alle 22:18, sotto una luce irreale. “Il fatto che faccia sempre chiaro e che il sole arrivi a illuminare la vetta fino a mezzanotte aiuta tantissimo questo tipo di salite. Hai sempre una buona visibilità e riesci a orientarti bene anche se sei completamente solo”.
Dopo aver raggiunto la cima, Moro è poi rientrato alla tenda di campo 4 alle due di notte. “Ho incrociato Artem durante la discesa e mi sono sincerato che stesse bene. Era soltanto molto lento. Alla fine ha deciso di fermarsi intorno ai 6000 metri perché era esausto e non era praticamente riuscito a dormire nei giorni precedenti”.
Il compagno di spedizione sarebbe poi arrivato al campo verso le 9 del mattino, “Qui ha dormito fino al pomeriggio e poi alle nove di sera siamo ripartiti insieme. Abbiamo raggiunto il campo base alle tre di notte. Alle 8:40 del mattino avevamo già l’aereo che ci riportava a Talkeetna”.
Non sono le Seven Summits il tassello più importante
Se dal punto di vista statistico la salita chiude il capitolo delle Seven Summits, per Moro il vero significato della realizzazione è un altro. “Dal punto di vista morale e psicologico questa salita non rappresenta tanto la conclusione delle Seven Summits” racconta. “Oggi quel progetto non ha più il valore esplorativo e il prestigio che aveva una volta. È diventato soprattutto qualcosa di statistico e personale. Quello che mi soddisfa davvero è essere tornato me stesso, aver ritrovato il motore che sapevo di avere e che non avevo mai perso“.
Il riferimento è al grave problema di salute che lo aveva colpito in Nepal lo scorso inverno. “Mi avevano dato tutti per finito. Pensionato, pantofolaio, infartuato da divano. Direi che avevano semplicemente sbagliato persona. Io sapevo che il malore avuto in Nepal era stato causato da un mio errore e non da una patologia o da un deterioramento fisico. Se non bevi per tre giorni e hai un ematocrito a 64, anche a un cavallo si forma un coagulo. Quel coagulo, nel mio caso, è finito in una delle coronarie e l’ha ostruita”.
Certezze che non nascono da Moro in sé, ma da un attento percorso di recupero, realizzato con il supporto dei migliori specialisti del settore. “La buona sorte, una vita sana e l’attività sportiva hanno fatto sì che, nonostante io sia arrivato in ospedale ventiquattro ore dopo il problema, il cuore continuasse a contrarsi completamente. La parte realmente danneggiata è risultata minima. Dopo sei mesi di cure e controlli con cardiologi di livello mondiale ho impostato il mio ritorno all’alpinismo con ancora più motivazione e con la consapevolezza di non stare facendo una follia“.
Così il Denali è diventato un test: “Ho voluto tirare sull’acceleratore proprio qui, al Denali, per capire onestamente se avessi ancora il motore e il cuore di prima oppure se fosse arrivato il momento di fare altre considerazioni sul mio futuro. Direi che la risposta è stata molto chiara. Una risposta che mi permette di pianificare l’autunno, l’inverno e anche gli anni che verranno“.
A 58 anni Moro guarda avanti, non indietro. “Non sono più un giovanotto, ma il prepensionamento non è previsto né pianificato. Ho ancora qualche idea e qualche progetto che vorrei realizzare prima di rallentare. L’alpinismo è vivo e vegeto. Vedo tanti giovani fortissimi, italiani e stranieri, e continuare a fare compagnia a loro è un modo bellissimo per restare in forma, fisicamente e mentalmente”.
“Non pretendo di essere un esempio per nessuno, ma forse una conferma sì: la montagna e l’alpinismo fanno bene e non hanno né barriere né confini. L’esplorazione è anche dentro di noi. I limiti che stiamo superando non sono soltanto geografici o tecnici. Sono anche anagrafici”.