
Il Lago di Pilato è storicamente noto come “il lago a forma di occhiali”. Eppure, a chiunque sia capitato di salirvi negli ultimi anni all’inizio dell’estate, nelle settimane in cui la fusione della neve regala la sua annuale riapparizione, prima che la superficie si riduca progressivamente a causa dell’evaporazione estiva, per scorgere quella celebre forma è servita molta fantasia. Lo spettacolo che si mostra quest’anno, complice le abbondanti nevicate invernali, fa finalmente comprendere ciò che le generazioni precedenti – che avevano modo di apprezzare tale meraviglia con maggiore frequenza – intendevano.
Non serve pareidolia, non servono sforzi di immaginazione: il lago è lì, carico di acqua come non si vedeva da otto anni, e disegna un perfetto paio di occhiali. Un ritorno emozionante che sta comprensibilmente attirando una forte attenzione, ma che richiede un fermo invito alla prudenza e al rispetto assoluto di un ambiente geologicamente e biologicamente prezioso.
Un ecosistema fragile, avvolto da miti e leggende
Situato a 1.941 metri di quota nel comune di Montemonaco (AP), il Lago di Pilato è l’ecosistema più fragile dell’intero Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Custodito in una spettacolare valle glaciale a “U”, lo specchio d’acqua è circondato dalle vette più alte del massiccio: il Monte Vettore (2.476 m), la Cima del Redentore (2.449 m), la Cima del Lago (2.422 m) e il Pizzo del Diavolo (2.410 m).
Il lago non ha immissari: vive solo di precipitazioni e della fusione delle nevi. Per questo le sue dimensioni variano costantemente e, in periodi di forte siccità, può arrivare a prosciugarsi. Dal 2018 la celebre forma a occhiale con cui è passato alla storia sembrava scomparsa. Negli scorsi anni, gli esperti del Parco e dell’ISPRA hanno ricondotto questa prolungata crisi idrica a due fattori: da un lato il cambiamento climatico (con inverni sempre meno nevosi), dall’altro gli effetti del violento terremoto del 2016, che ha aumentato la permeabilità del fondo roccioso, velocizzando il deflusso dell’acqua nel sottosuolo.
Accanto alla peculiare forma, il lago presenta un’altra eccezionalità: è l’unico habitat al mondo del Chirocephalus marchesonii (Chirocefalo del Marchesoni), un minuscolo crostaceo rosso la cui sopravvivenza è legata a un incredibile ciclo vitale. Se la forma natante dell’animale vive infatti appena pochi mesi, le sue uova sono perfettamente adattate alle variazioni del lago: quando il bacino si ritira o si asciuga, formano delle “cisti” ultra-resistenti che si depositano tra la ghiaia del fondo. Queste cisti possono mantenersi vitali all’asciutto per diversi anni, sopportando il gelo e la siccità in attesa del ritorno dell’acqua, ma sono totalmente indifese di fronte al calpestio umano. Basta un passo falso per perturbare il sedimento e distruggerle.
Un luogo così ancestrale non poteva che generare miti. Anticamente chiamato lago “della dea Nortia” o d’Averno (citato anche dall’Ariosto come porta degli inferi), nel Medioevo si narra che fosse divenuto meta di maghi e negromanti che salivano quassù per consacrare al demonio i propri libri di magia nera. Il nome attuale deriva invece dalla leggenda secondo cui il corpo di Ponzio Pilato, condannato a morte da Tiberio, fu caricato su un carro di buoi lasciati liberi di viaggiare, i quali si diressero verso i Sibillini precipitando infine nel lago.
Guardare con rispetto: divieti e regole di comportamento
Raggiungere questo spettacolo richiede fatica e responsabilità. Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha scelto di non promuovere turisticamente l’area per preservarla, perciò non esistono sentieri escursionistici ufficiali segnalati. Il lago si può comunque raggiungere legalmente attraverso due storici percorsi che partono da Foce di Montemonaco o da Forca Viola.
Si tratta di itinerari lunghi, faticosi, caratterizzati da dislivelli importanti e resi instabili dalla presenza di ghiaioni e, in questo periodo, da insidiosi accumuli di neve. Richiedono preparazione fisica, scorte d’acqua adeguate e abbigliamento tecnico. È invece fortemente sconsigliata la discesa dalle “Roccette” (sotto il Rifugio Zilioli): il tracciato è esposto, in questo periodo ancora innevato e il rischio di scivolare è elevato.
Trattandosi di un’area di massima protezione (Zona A del Parco), la regola fondamentale è una sola: ammirare senza lasciare traccia. Per salvaguardare questo ecosistema unico, è severamente vietato avvicinarsi alle sponde oltre la delimitazione di massima piena, per non calpestare le uova del Chirocefalo nascoste nella ghiaia, così come è vietato toccare l’acqua o introdurre cani (anche al guinzaglio). Per preservare l’integrità del sito, i visitatori sono tenuti a non camminare sui ghiaioni, a non campeggiare o accendere fuochi, e a riportare a valle ogni tipo di rifiuto (l’elenco completo e dettagliato di tutte le norme di comportamento vigenti è disponibile nella gallery).
La rinascita temporanea degli “occhiali” di Pilato è un dono della natura. Ammirarlo da debita distanza è l’unico modo per garantire che continui a esistere.