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Alessandra “Cerotto” Parigi, l’illustratrice che racconta le montagne di casa

Illustratrice tra Val Pellice e Val Varaita, Alessandra Parigi ha trasformato il disegno in un modo per raccontare il territorio. Dal Monviso ai “giri rotanti”, fino al piccolo cerotto nascosto in ogni tavola.

Ci sono persone che attraversano il mondo in cerca di ispirazione e altre che la trovano ogni giorno guardando le montagne fuori dalla finestra. Alessandra “Cerotto” Parigi appartiene a questa seconda categoria. Illustratrice originaria della Val Pellice e oggi residente in Val Varaita, da anni racconta attraverso il disegno i paesaggi, i sentieri e le comunità delle valli alpine del Piemonte occidentale.

Nei suoi lavori il Monviso ritorna spesso come una presenza familiare, quasi un punto di riferimento affettivo prima ancora che geografico. Le vallate si trasformano in mappe da esplorare con lo sguardo, i rifugi e i percorsi diventano storie illustrate, mentre ogni tavola custodisce un piccolo cerotto nascosto, la firma che negli anni è diventata il suo marchio di fabbrica.

Eppure il rapporto con la montagna non è sempre stato così intenso. Cresciuta ai piedi delle Alpi Cozie, Alessandra racconta di essersi avvicinata davvero alle cime soltanto da adulta, scoprendo poco alla volta quel patrimonio di paesaggi che aveva sempre avuto attorno. Oggi quella scoperta continua a vivere nelle sue illustrazioni, profondamente radicate nel territorio e nelle persone che lo abitano.

L’abbiamo incontrata per parlare di disegno, di montagne e di quella scelta sempre più rara di costruire il proprio percorso professionale restando nelle valli, senza inseguire necessariamente i grandi centri e i grandi numeri.

Alessandra, come nasce la tua passione per il disegno?

Disegno da quando ero bambina, come quasi tutti i bambini. Si comincia a scarabocchiare con matite e colori e poi, crescendo, ci si accorge che magari si è un po’ più portati di altri. Nel mio caso sono stata molto incoraggiata da insegnanti e professori e questa passione è cresciuta con me.

Da piccola non sognavo di fare l’illustratrice. Per un periodo pensavo addirittura di voler fare il poliziotto. Crescendo ho capito che non era quella la mia strada. Mi è sempre piaciuto creare qualcosa con le mani e ancora oggi, se posso costruire qualcosa di utile o creativo in casa, sono felice.

Cosa hai studiato?

Ho frequentato l’Istituto Statale d’Arte di Saluzzo, in provincia di Cuneo. È stata una scuola meravigliosa. Lì ho imparato davvero a disegnare e a usare l’acquerello. Poi ho scoperto che a Torino esisteva la Scuola Internazionale di Comics e mi sono iscritta ai corsi di fumetto e illustrazione. All’inizio pensavo che il fumetto fosse la mia strada, poi ho capito che ciò che mi interessava davvero era l’illustrazione. Però a vent’anni non avevo ancora ben chiaro che sarebbe diventato il mio lavoro.

Quando è arrivata la svolta?

Nel 2018. Dopo aver completato gli studi per qualche anno non ho disegnato, anzi lavoravo come decoratrice d’interni. Diciamo che non era un lavoro molto creativo. Sentivo che mi mancava qualcosa. Così il primo gennaio del 2018 mi sono imposta una sfida: realizzare un disegno al giorno per tutto l’anno. Questo sia per non perdere la mano con il disegno, sia perché volevo disegnare. Per avere ispirazioni chiedevo agli amici una parola e la trasformavo in un’illustrazione, che poi pubblicavo su Instagram.

Quell’esperimento ha cambiato tutto. Già a febbraio, giusto un mese dopo aver iniziato la mia sfida, mi contattò una grande aziendal dolciaria del territorio e iniziai a collaborare con loro illustrando scatole di cioccolatini e uova di Pasqua. Entro la fine dell’anno avevo già diversi clienti e alcune collaborazioni con riviste.

Da lì il disegno è diventato il mio lavoro.

Oggi lavori soprattutto sul territorio, nelle valli del torinese e del cuneese. È una scelta?

Sì. Ormai sono abbastanza conosciuta e lavoro molto nelle mie zone. Non mi piacciono i grandi numeri e non mi interessa crescere a tutti i costi. Le cose troppo grandi mi stressano.

Mi piace invece una dimensione a passo d’uomo o, meglio, a passo di donna. Mi piace avere tempo per lavorare bene e anche per fare cose personali. Mi piace restare nelle mie valli e avere la mia nicchia di “illustratrice della Val Pellice” e oggi anche della Val Varaita.

Alla fine il mio lavoro è rimasto profondamente legato all’ambiente in cui vivo, a ciò che vedo fuori dalla finestra di casa e al territorio che frequento. Naturalmente disegno per dei clienti, ma chi mi cerca è quasi sempre qualcuno che ha a che fare con la montagna.

Chi fa un lavoro come il tuo spesso, prima o poi, sceglie di avvicinarsi alle grandi città, a Milano o Roma… ci hai mai pensato?

No, anche se restare in valle non è stata una scelta strategica. È più una questione caratteriale. Come ho già detto, non sono mai stata attratta dai grandi centri o dai grandi numeri. A volte penso che questo possa essere stato un limite, perché sicuramente vivere vicino a città più grandi facilita certe opportunità professionali. Però oggi riesco a vivere facendo questo lavoro in un paese di circa 180 abitanti, cosa che molti considererebbero impossibile.

Qualche amico ogni tanto mi ha suggerito di provare ad andare all’estero, di provare a fare qualcosa di più grande. Ma non l’ho mai fatto. Non ho mai fatto esperienze all’estero, non sono partita per un Erasmus e non ho mai vissuto lontano dalle mie montagne. Forse un giorno me ne pentirò, ma mi piace stare in un ambiente che conosco e tra persone che conoscono il territorio, che lo sanno raccontare e che mi possano trasmettere questa loro passione.

Nei tuoi lavori compare spesso il Monviso. Come nasce questo legame?

Il merito è soprattutto di mia mamma. Prima dei ventotto anni non frequentavo molto la montagna e, nonostante fossi cresciuta in Val Pellice, conoscevo poco le cime che avevo attorno. Mia madre invece mi chiedeva spesso di provare a riconoscerle, cime come il Monviso o il Frioland… e io sbagliavo quasi sempre.

Per lei il Monviso è una montagna speciale. Lo vedeva da Torino, dove è nata e cresciuta, e lo considerava un simbolo di casa. Così mi ha trasmesso questa idea della montagna come luogo a cui appartenere. Poi ha questa forma incredibile. Se lo guardi dalla Valle Po, o arrivando da Torino, è una montagna immediatamente riconoscibile.

La cosa curiosa è che non sono mai salita sul Monviso. E anche mia mamma non ci è mai salita. Però vorrei riuscirci un giorno, anche per lei. Per farlo però devo cercare di superare il fatto che soffro di vertigini.

Quindi anche la passione per la montagna non è arrivata subito…

Credo di essere arrivata tardi alla montagna e forse per questo oggi cerco di recuperare il tempo perduto: disegno montagne, vallate e sentieri quasi in modo compulsivo. Ormai tutto quello che faccio ha a che fare con la montagna. (ride)

Tra i tuoi disegni più celebri e particolari ci sono le “illustrazioni rotanti”, come le hai immaginate?

Tutto è nato da un amico mi chiese di disegnare Torre Pellice. Invece di fare il classico skyline cercai un modo diverso per raccontarla. Pensai a una visione dall’alto che permettesse di vedere il paese e il suo territorio in un unico colpo d’occhio, quasi chiudendo un cerchio. Ho sempre amato Escher e le sue prospettive impossibili, anche si io sono sempre stata piuttosto scarsa con la prospettiva tradizionale, quindi mi divertiva l’idea di destabilizzare questa visione.

Dopo quella prima illustrazione ne sono venute altre. La seconda, come logico che sia, è stata quella del Giro del Monviso, che si prestava perfettamente a questo tipo di rappresentazione, e poi valli e paesi.

Quante ne hai realizzate in totale?

Per ora una ventina, purtroppo non riesco a farne tante perché richiedono moltissimo lavoro.

Qual è il lavoro a cui sei più affezionata?

Ce ne sono tanti, ma dal punto di vista affettivo direi quelli realizzati per la Tre Rifugi Val Pellice, una storica gara di corsa in montagna che si tiene ogni anno nella valle in cui sono cresciuta. Il primo l’ho realizzato nel 2023, rappresentava il percorso della gara in forma di quadro rotante. Da allora ho realizzato diverse illustrazioni finite poi sui gadget dell’evento.

Tra i lavori più recenti, invece, uno di quelli che mi soddisfa maggiormente è l’illustrazione della 100 Miglia Monviso di quest’anno, un’altra gara di corsa in montagna che si tiene sui sentiero attorno al Monviso. È stata complessa, mi ha costretto a rifare alcune parti e ci ho sofferto parecchio, ma alla fine ne sono molto contenta. Per ora non è ancora stata svelata, ma tra poco sarà resa pubblica.

C’è un disegno che non hai ancora realizzato ma che sogni di fare?

Sì. Vorrei disegnare la skyline di tutte le montagne che si vedono dalla Val Pellice. Ho già realizzato il gruppo del Monviso e mi piacerebbe dedicare un lavoro specifico all’orizzonte della valle in cui sono cresciuta. È un progetto che mi sta molto a cuore e che spero presto di poter portare a termine.

In ogni tuo disegno compare un piccolo cerotto. Da dove nasce questa idea?

Per me disegnare è sempre stato un modo per prendermi cura di me stessa. Lo era da bambina e continua a esserlo oggi. Anche nei momenti difficili il disegno mi ha sempre aiutata a esprimermi e a stare meglio. In qualche modo è diventato un luogo sicuro, proprio come la montagna e le piccole valli in cui sono cresciuta.

Il cerotto rappresenta proprio questa idea. È qualcosa che protegge, che cura e che accompagna la guarigione. Inoltre lo trovo un oggetto buffo e molto espressivo. Basta metterlo su un personaggio e subito racconta qualcosa di lui.

L’idea di nasconderlo nei disegni è nata nel 2018, un po’ come i salami di Jacovitti o i giochi della Settimana Enigmistica in cui bisogna trovare un particolare nascosto. Ormai è diventato una specie di firma. Tanto che molte persone pensano che il mio cognome sia Cerotto e non Parigi.

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