
Le microplastiche non sono un problema confinato alle aree urbane o alle immense isole di spazzatura che galleggiano negli oceani. Il moltiplicarsi di studi scientifici, volti a indagarne la diffusione in ambienti distanti e isolati dalle attività umane, rende chiaro che ci troviamo di fronte a un inquinamento ubiquitario. Queste minuscole particelle, la cui dimensione oscilla da 1 micron fino a 5 millimetri, non risparmiano le zone in cui l’uomo è solo di passaggio e riescono a raggiungere i luoghi più inaccessibili del pianeta, dagli abissi marini ai ghiacciai, dall’equatore ai poli. L’idea della montagna incontaminata e della neve e acqua “pure” sta purtroppo lasciando il passo a una realtà ben più complessa.
Anche l’arco alpino è al centro di questa rete di indagini su scala globale. Tra le pubblicazioni più recenti e interessanti sul tema vi è lo studio “Evidence of microplastics in remote alpine lakes of the eLTER network”, condotto dalle ricercatrici Giulia Cesarini, Michela Rogora e Silvia Galafassi dell’Istituto di Ricerca Sulle Acque del CNR (CNR-IRSA). Questa ricerca ha gettato nuova luce sui laghi d’alta quota: analizzando i laghi Paione Superiore e Paione Inferiore nelle Alpi Occidentali, il team ha rinvenuto microplastiche in tutti i punti di campionamento. Pur trattandosi di specchi d’acqua isolati e protetti dall’impatto antropico diretto, la presenza dominante di microfibre sintetiche come il poliestere e il PET suggerisce una combinazione di fattori: da un lato il trasporto atmosferico a lungo raggio, dall’altro il rilascio locale dovuto alle attività escursionistiche e ricreative.
Conferma che questo fenomeno non conosca limiti di quota arriva direttamente dal tetto d’Europa: il Monte Bianco. Recentemente, in un’intervista rilasciata al quotidiano francese Le Dauphiné Libéré, il ricercatore David Gateuille dell’Université Savoie Mont-Blanc ha commentato i risultati preliminari di una campagna di ricerca condotta sul massiccio, insieme a Frédéric Gillet dell’associazione Aqualti, coinvolta nel programma di ricerca. I dati scientifici dimostrano come l’inquinamento da plastica sia arrivato fino a 4.806 metri d’altitudine.
L’impronta degli alpinisti sulla cima d’Europa
Il progetto, avviato nel 2019, ha previsto lo studio di laghi alpini e corsi d’acqua allo scopo di valutare la contaminazione invisibile da microplastiche e individuarne le cause. Tra il 2021 e il 2022, le indagini si sono spinte oltre, portando gli scienziati fino alla calotta sommitale del Monte Bianco per prelevare campioni negli strati superficiali del manto nevoso.
I laboratori hanno confermato i sospetti dei ricercatori: i frammenti di plastica sono presenti anche sulla cima più alta delle Alpi. Tuttavia, a differenza di altre stazioni isolate analizzate a quote inferiori (come la Haute Maurienne o il ghiacciaio della Grande Motte a Tignes, dove i depositi sono fino a quattro volte superiori, a causa della vicinanza alle città e dei flussi turistici di massa), sul Monte Bianco la contaminazione segue una dinamica molto specifica. La concentrazione di particelle crolla infatti drasticamente non appena ci si allontana dalla vetta.
La contaminazione sul Monte Bianco sembrerebbe dunque di natura prevalentemente locale e “puntuale”: le microplastiche si concentrano esattamente nei punti di sosta in cui gli alpinisti si fermano, si siedono o appoggiano l’attrezzatura. L’analisi chimica ha rivelato una presenza preponderante di poliestere (PES), la fibra sintetica alla base della quasi totalità dell’abbigliamento tecnico moderno. L’usura di giacche, gusci e zaini rilascia nell’ambiente circostante quantità infinitesimali ma costanti di fibre a ogni movimento.
Dai ghiacci ai laboratori: la caccia alle particelle invisibili
L’impatto del nostro passaggio in alta quota solleva interrogativi cruciali sulla pervasività dei materiali sintetici. David Gateuille ha sottolineato a tal proposito che, se da un lato esiste una contaminazione locale legata alla frequentazione, dall’altro si tratta dei risultati di uno studio preliminare. Le quantità rilevate sulla vetta si limitano a poche tracce o a un rumore di fondo, ma bastano a confermare la spiccata tendenza di questi inquinanti a spostarsi lontano dalle loro fonti e a spingersi fino a quote estreme, legandosi ai complessi fenomeni di dispersione delle masse d’aria nella troposfera. Le microplastiche, a causa della loro estrema leggerezza, viaggiano spinte dal vento proprio come la polvere del Sahara, o dalle correnti oceaniche, coprendo distanze di centinaia di chilometri prima di depositarsi.
I dati raccolti sul Monte Bianco, così come nei corsi d’acqua delle Alpi, mettono i fruitori degli ambienti montani di fronte a una responsabilità diretta. L’invisibile pioggia di plastica che si deposita sulle cime alpine è lo specchio del nostro quotidiano, un richiamo concreto alla necessità di ripensare non solo la gestione dei rifiuti ma l’intero ciclo di vita e di usura dei materiali con cui ci approcciamo alla natura.