
Sull’Everest si continua a parlare di record. Ma forse la vera domanda oggi è un’altra: che cosa consideriamo ancora alpinismo, e che cosa invece sta diventando una forma estrema di prestazione sportiva supportata da una logistica sempre più sofisticata?
I tentativi del runner americano Tyler Andrews e dell’ecuadoriano-svizzero Karl Egloff, seguitissimi nelle ultime settimane, sembrano raccontare proprio questo bivio. Da una parte la ricerca della velocità assoluta, con tutto ciò che la tecnologia e l’organizzazione moderna possono offrire. Dall’altra la scelta di restare fedeli al progetto iniziale anche quando questo significa rinunciare alla vetta. Due modi diversi di stare in montagna. Due visioni che hanno acceso un dibattito molto più grande dei singoli risultati.
Il tentativo di Tyler Andrews
Tyler Andrews era partito dal campo base con l’obiettivo di stabilire il miglior tempo di salita sull’Everest senza bombole di ossigeno. Durante la salita però, qualcosa cambia. Andrews decide di utilizzare le bombole dopo campo 2. A spiegare la scelta è stato lui stesso, raccontando di aver visto peggiorare le previsioni meteo e di aver capito che, senza bombole, il rischio di non avere margini sufficienti sarebbe diventato troppo alto.
Il tentativo “no oxygen” si trasforma così in un tentativo con ossigeno. Una scelta legittima dal punto di vista della sicurezza, un po’ meno dal punto di vista etico. La salita di Andrews si è poi interrotta poco sotto la vetta. L’atleta americano ha raccontato di essersi trovato senza il supporto previsto nella parte alta della montagna e di aver valutato troppo rischioso proseguire, soprattutto considerando il consumo di ossigeno e le condizioni del vento.
Poi arriva il secondo elemento che fa discutere: la discesa. Alcuni osservatori notano una velocità anomala nel rientro verso il campo base. Interpellato da ExplorersWeb, Andrews conferma di essere stato elitrasportato da campo 2 dopo aver accusato problemi alla vista durante la discesa lungo. Una decisione presa, secondo quanto raccontato, seguendo le indicazioni del medico della spedizione.
Rientrato al campo Andrews non rivendica alcun record, ma si riposa. Passa qualche giorno è il runner decide di riprovarci, questa volta dichiaratamente con ossigeno. Secondo gli aggiornamenti diffusi dal suo team, il giorno del tentativo lascia il campo base alle 19.11 (orario nepalese) e raggiunge la vetta alle 5.06 del mattino successivo. Il risultato è netto: 9 ore e 55 minuti per andare dal campo base alla vetta dell’Everest. Se confermato, sarebbe il nuovo miglior tempo conosciuto con ossigeno, battendo il riferimento di Lakpa Gelu Sherpa del 2003. Una prestazione sicuramente enorme dal punto di vista atletico.
Fa sorridere però che, mentre Andrews cavalcava la montagna più alta della Terra carico di ossigeno, l’equadoriano Karl Egloff raccontava di un altro approccio al record e di un’altra idea stilistica.
Il tentativo di Karl Egloff
L’alpinista ecuadoriano-svizzero era partito con Nicolás Miranda con un obiettivo chiarissimo: salire e scendere dall’Everest in una sola spinta, senza bombole di ossigeno. Un progetto radicale, senza scorciatoie.
Dopo quasi 50 giorni di acclimatamento i due lasciano il campo base, superano la seraccata del Khumbu, poi campo 1, campo 2 e campo 3. Dopo 13 ore consecutive di salita raggiungono il Colle Sud. Per loro la vetta, forse, era ancora possibile. Ma non la discesa in sicurezza.
A farli titubare sono un mix di sensazioni: stanchezza, altitudine, Miranda che inizia a non stare bene. Così decidono di fermarsi e tornare indietro. Tornano indietro senza vetta, ma anche senza modificare il progetto iniziale.
“Per qualcuno questo potrà sembrare un fallimento” ha scritto Egloff sui social. “Ma per me essere qui è già un privilegio. A volte la vera vetta è sapere quando tornare indietro, prendersi cura del proprio compagno e tornare a casa vivi”.
Ora, l’obiettivo non è creare un conflitto tra Andrews ed Egloff, ma raccontare come negli stessi momenti e sulla stessa montagna si stessero confrontando due approcci radicalmemte opposti. Da una parte l’idea che il record sia soprattutto il risultato finale, il numero, il tempo. Dall’altra la convinzione che il modo in cui si arriva, o non si arriva, conti almeno quanto il risultato stesso.
È un dibattito antico nell’alpinismo, ma oggi appare più attuale che mai.
Se una persona parte dal campo base ma evita la discesa della seraccata del Khumbu in elicottero, è ancora una salita da considerarsi valida? Se un tentativo nasce senza ossigeno e poi cambia durante la corsa, come deve essere raccontato? E ancora: i record dell’Everest stanno diventando confrontabili tra loro oppure ogni prestazione appartiene ormai a un ecosistema logistico completamente diverso? Non esistono risposte semplici.
Negli ultimi anni la montagna più alta del mondo è cambiata profondamente. Gli elicotteri oggi trasportano materiali fino ai campi alti, recuperano clienti e velocizzano la logistica. I droni iniziano a essere impiegati per trasportare carichi. Le finestre meteo vengono analizzate quasi in tempo reale. I campi sono organizzati come infrastrutture temporanee altamente efficienti. In questo contesto, ha ancora senso parlare di “record” senza definire con precisione ogni supporto utilizzato?