
Era il 30 aprile 2025 quando nel Parco Nazionale della Maiella si consumava una tragedia. Emanuele Capone e Nico Civitella, Vigili del Fuoco in forza al comando provinciale di Chieti, perdevano la vita nella forra del fiume Avello, nel territorio comunale di Pennapiedimonte (CH). I due colleghi che erano con loro, Gabriele Buzzelli e Giulio De Panfilis, riuscirono a salvarsi e a far scattare la macchina dei soccorsi. A causa delle difficoltà indotte dalla ingente portata del corso d’acqua, ingrossato dal disgelo primaverile, le operazioni di localizzazione e recupero dei corpi si protrassero per circa settanta ore.
Una vicenda che non si è chiusa con l’etichetta di pura fatalità: la Procura della Repubblica di Chieti, con il PM Giancarlo Ciani, ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per il direttore del Parco Nazionale della Maiella, Luciano Di Martino, accusato di omicidio colposo.
La dinamica dell’incidente e la complessa macchina dei soccorsi
Il 30 aprile dello scorso anno, i quattro Vigili del Fuoco – liberi dal servizio – si erano diretti verso la località Balzolo di Pennapiedimonte e, dopo aver percorso a piedi un tratto del sentiero ufficiale G2, avrebbero deviato il proprio percorso verso la forra dell’Avello per effettuare una discesa di torrentismo. In quel periodo dell’anno il fiume presentava una portata d’acqua ingente e una corrente di particolare forza, determinate dalla fusione primaverile delle nevi d’alta quota.
I quattro erano esperti di canyoning e, come dichiarato al quotidiano abruzzese Il Centro nei giorni scorsi da Arturo Civitella, fratello di una delle due vittime, l’uscita avrebbe dovuto fungere da addestramento autonomo.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la situazione è degenerata in pochi istanti nei pressi di una cascata. Emanuele Capone sarebbe rimasto imprigionato con le gambe sul fondo del laghetto alla base del salto e spinto sott’acqua dalla corrente impetuosa. Nico Civitella, nel tentativo di prestare immediato soccorso al compagno per liberarlo dalle rocce, si sarebbe calato a sua volta lungo il salto, senza riemergere.
I due colleghi superstiti, impossibilitati a intervenire e constatata la gravità della situazione, avrebbero dunque intrapreso una difficile discesa lungo il canyon per raggiungere un punto in cui fosse possibile recuperare il segnale telefonico. Nonostante uno dei due fosse in stato di choc e mostrasse segni di ipotermia, i due sono riusciti a superare i tratti più impervi, a lanciare l’allarme e a mettere in moto la macchina dei soccorsi.
L’allarme è scattato nella serata del mercoledì. Il Centro Coordinamento Soccorsi, attivato su disposizione del Prefetto di Chieti, Gaetano Cupello, ha visto l’impiego di oltre 120 operatori. Le squadre dei Vigili del Fuoco e del Soccorso Alpino e Speleologico, supportate dai Carabinieri Forestali e dalla Protezione Civile, hanno dovuto lavorare in condizioni di forte criticità, riuscendo a completare il recupero delle salme solo dopo tre giorni di sforzi congiunti. Per entrambe le vittime, le autopsie eseguite dal medico legale Pietro Falco hanno successivamente confermato il decesso per annegamento.
L’indagine della Procura e le carte dell’accusa
A seguito del tragico incidente è stata aperta un’indagine, affidata ai Carabinieri del Comando Provinciale di Chieti e al Reparto Carabinieri Forestale “Parco Nazionale Maiella”, focalizzata sulla gestione della sicurezza e sulla prevenzione dei rischi all’interno dell’area protetta. Con la recente conclusione delle indagini preliminari, la Procura di Chieti ha formulato la richiesta di rinvio a giudizio per Luciano Di Martino.
Dal punto di vista geografico e normativo, la forra del fiume Avello ricade all’interno della “Zona A” del Parco (area di riserva integrale) e non è inserita nella rete dei sentieri ufficiali tracciati dall’ente. L’impianto accusatorio formulato dal magistrato si focalizza su una presunta carenza informativa e di vigilanza circa la reale pericolosità del sito naturalistico, pubblicizzato tra l’altro come meta per il canyoning su molteplici siti internet. I punti centrali delle contestazioni sono essenzialmente due: la mancanza di divieti ufficiali di accesso alla forra e la presenza di segnaletica abusiva non rimossa.
Da un lato, viene contestata la mancata apposizione di cartelli ufficiali di divieto o di segnalazione del pericolo da parte dell’ente gestore. Cartellonistica che, come noto ai frequentatori della zona, è presente e ben visibile all’ingresso dei sentieri. Tale segnaletica, condivisa con i Comuni, il Club Alpino Italiano, il Soccorso Alpino ed i competenti Reparti Carabinieri, illustra nel dettaglio divieti e regole di comportamento. In particolare vi è riportata la raccomandazione di non abbandonare i sentieri segnalati, regola principe per chi va in montagna, che rappresenta un vero e proprio divieto – previsto dalla Legge – in casi come quello trattato, di aree ricadenti in Zona A del Parco.
Dall’altro si contesta la presenza di cartelli artigianali, posizionati nel tempo da privati, che indicavano l’imbocco della forra come un percorso praticabile per il torrentismo; indicazioni che, secondo la Procura, avrebbero dovuto essere rimosse dall’ente per non alterare la percezione del rischio da parte dei frequentatori.
I parenti delle due vittime che nel frattempo hanno fatto specifici esposti in Procura, hanno la facoltà di costituirsi parte civile e di chiedere il risarcimento dei danni. In sede di udienza preliminare, il direttore Di Martino potrà respingere le accuse, contestare la ricostruzione della Procura e chiarire la posizione dell’ente parco nella regolamentazione del sito. Nell’udienza in programma il prossimo 21 luglio, sarà il giudice a stabilire se gli elementi raccolti siano sufficienti per disporre il rinvio a giudizio e aprire un processo oppure se archiviare il caso secondo il principio di autoresponsabilità che appartiene ad ogni appassionato di montagna.