
Il Nepal non vuole più essere soltanto il “Paese dell’Everest”. Vuole iniziare a contare anche nelle decisioni che riguardano il futuro dell’alpinismo. È questo il significato più interessante della notizia arrivata nelle scorse ore dalla Nepal Mountaineering Association, che ha annunciato l’elezione di tre suoi rappresentanti all’interno delle commissioni della UIAA dedicate all’alpinismo e alla protezione della montagna.
Rajendra Bahadur Lama, segretario generale della NMA, entrerà come membro effettivo con diritto di voto nella Commissione Alpinismo della UIAA. Insieme a lui sono stati eletti anche Iswari Paudel nella Commissione per la Protezione della Montagna e Gokul Thapa nella stessa Commissione Alpinismo.
A comunicarlo è stato il presidente della Nepal Mountaineering Association, Fur Gelje Sherpa, secondo cui queste nomine permetteranno al Nepal di “contribuire maggiormente alle politiche globali sull’alpinismo, la protezione della montagna e lo sviluppo sostenibile”.
Dietro quella che potrebbe sembrare una semplice notizia istituzionale si muove però qualcosa di più grande. Per anni il Nepal è stato soprattutto il luogo dove si svolgeva l’alpinismo himalayano: la grande arena degli Ottomila, il centro dell’economia mondiale delle spedizioni commerciali, la casa degli sherpa. Oggi invece Kathmandu sembra voler rivendicare anche un ruolo politico e culturale nella governance internazionale della montagna.
Nell’anno dei record
La notizia arriva in un momento particolarmente delicato per l’Himalaya nepalese. La stagione primaverile ha visto numeri record sull’Everest, dall’introduzione dei droni per il trasporto di materiale sopra la seraccata del Khumbu, dalle polemiche legate all’affollamento e dai continui dibattiti su sicurezza, sostenibilità e gestione del turismo d’alta quota.
In questo contesto, il Nepal sembra voler compiere un passo ulteriore: non essere più soltanto il luogo dove si svolge l’alpinismo himalayano, ma diventare anche uno dei soggetti che contribuiscono a definirne regole, sviluppo e direzione futura.
Per anni gran parte delle decisioni culturali e politiche legate all’alpinismo internazionale sono state raccontate e guidate soprattutto da istituzioni occidentali. Oggi però il Nepal, che ospita otto dei quattordici Ottomila della Terra e una parte cospicua dell’economia turistica derivante dall’attività alpinistica, sembra voler rivendicare un ruolo più attivo anche nella governance internazionale della montagna.
Temi che riguardano direttamente anche la UIAA e la sua Commissione Alpinismo, nata nel 1933 e incaricata di lavorare su etica, best practice, tutela ambientale e futuro dell’alpinismo internazionale. Tra gli obiettivi della commissione c’è anche quello di affrontare “le questioni emergenti dell’alpinismo contemporaneo” e favorire il dialogo tra il mondo dell’alpinismo tradizionale e l’industria dell’avventura.
La Nepal Mountaineering Association, fondata nel 1973 e membro UIAA dal 1975, è storicamente una delle istituzioni più influenti dell’Himalaya nepalese. Per anni ha gestito anche i permessi dei cosiddetti “trekking peaks”, contribuendo a costruire buona parte dell’attuale sistema turistico-alpinistico del Paese. E negli ultimi anni la presenza nepalese dentro le istituzioni internazionali della montagna è cresciuta sempre di più. Lo stesso Fur Gelje Sherpa era già stato eletto nel board direttivo della UIAA nel 2024.
Segni di un reale cambiamento?
Un segnale forse meno rumoroso delle cronache sulle code in vetta o sui record dell’Everest, ma probabilmente importante per capire in che direzione stia andando l’alpinismo himalayano contemporaneo. Perché oggi il Nepal non sembra più voler essere soltanto il luogo dove si scala. Vuole iniziare anche a partecipare alle decisioni su come si scalerà in futuro.
E la questione apre inevitabilmente anche un tema più delicato. Perché se da una parte Kathmandu chiede maggiore peso nella governance internazionale dell’alpinismo, dall’altra è lo stesso Nepal ad alimentare il sistema che ogni primavera porta centinaia di persone sugli Ottomila himalayani, Everest in testa.
Negli ultimi anni il numero di permessi rilasciati per la montagna più alta della Terra ha continuato a crescere, trasformando la stagione pre-monsonica in una gigantesca macchina economica da milioni di dollari. Una macchina che il Nepal difende, perché rappresenta una parte fondamentale dell’economia nazionale, ma che allo stesso tempo finisce spesso al centro delle critiche per affollamento, sicurezza e impatto ambientale.
È forse proprio qui che si giocherà la sfida dei prossimi anni: capire se il Nepal vorrà limitarsi a gestire il successo commerciale dell’Himalaya oppure se proverà davvero a guidare una riflessione più ampia sul futuro dell’alpinismo d’alta quota.