
Il più veloce.
Il più giovane.
Il più anziano.
Il primo amputato.
Il primo senza ossigeno.
Il primo con gli sci.
Il primo in giornata.
Il primo di un determinato Paese.
Il primo con una certa disabilità.
Il primo a concatenare due Ottomila in un certo modo.
Sull’Everest ormai non basta più salire. Bisogna rappresentare qualcosa.
Negli ultimi giorni, le cronache dalla montagna più alta della Terra sembrano raccontare soprattutto questo. Non soltanto vette, ma record, primati, numeri. In una sola giornata, il 21 maggio, ben 274 persone hanno raggiunto la cima dal versante nepalese: il numero più alto mai registrato in un solo giorno da quel lato della montagna.
Nelle stesse ore circa, si parlava della 32ª salita di Kami Rita Sherpa, dell’11ª di Lhakpa Sherpa, delle discese con gli sci di Bartek Ziemski, dei tentativi in velocità, e ancora dei droni che iniziano a trasportare materiale sopra la seraccata del Khumbu. Tutte storie vere, forti, sportive, impressionanti, belle. Ma, nello stesso giorno in cui si celebravano record e statistiche, due alpinisti indiani sono morti durante la discesa dalla vetta.
Qualche giorno fa avevo scritto di un Everest diventato specchio della società, dove l’avventura diventa acquistabile e dove l’esperienza estrema entra in catalogo. È una sensazione che continua a tornare osservando quello che è successo nei giorni a seguire in cima al mondo. Sui social hanno iniziato a circolare immagini di lunghe file di uomini e donne imbombolati, in paziente attesa verso gli 8848 metri dell’Everest. Una dopo l’altra hanno toccato il punto più alto della Terra, hanno scattato la foto di rito, e poi hanno ripreso la via di valle, lasciano il posto al prossimo fortunato.
Eppure, sarà colpa anche di questa nuova normalità, ma sembra che la vetta non basti più. Serve qualcosa che renda quella salita unica, riconoscibile, immediatamente raccontabile. E così ecco che torniamo all’elenco scritto all’inizio dell’articolo.
L’Everest è sempre stato un simbolo. Ma oggi sembra diventato soprattutto una gigantesca macchina narrativa globale. Ogni salita deve avere un elemento distintivo. Un dettaglio capace di sopravvivere nel flusso continuo delle notizie e dei social. E così la montagna più alta del mondo produce continuamente nuovi “primi”, nuove categorie, nuovi record da aggiornare stagione dopo stagione. Non è necessariamente una critica verso chi quei record li realizza. Molte di queste imprese richiedono preparazione, talento, sacrificio reale. Sarebbe troppo semplice liquidarle con il solito “non è più alpinismo”.
Quello che cambia non è la passione a la fatica di chi ci prova, a cambiare è un Everest che sembra ormai funzionare come uno specchio perfetto del nostro tempo. Un tempo in cui fare qualcosa non basta più, se quella cosa non riesce anche a distinguersi. Per questo la vetta da sola sembra aver perso peso simbolico. Salire l’Everest non garantisce più automaticamente eccezionalità. E allora bisogna aggiungere altro: più veloce, più giovane, primo di qualcosa, ultimo di qualcos’altro.
Come se persino la montagna più alta della Terra dovesse continuare a reinventarsi per restare straordinaria. Eppure, in mezzo a questa continua rincorsa ai numeri, la montagna continua a ricordare come funziona l’alpinismo nel modo più brutale possibile. Lo fa mentre scorrono i post celebrativi dai campi alti, mentre vengono aggiornati i record, mentre le immagini delle vette fanno il giro del mondo.
Lo fa con due morti nello stesso giorno.