
La morte di Carlo Petrini non riguarda soltanto il mondo dell’enogastronomia. Riguarda anche le montagne italiane, le aree interne, i piccoli paesi, l’agricoltura di quota e il modo in cui negli ultimi decenni abbiamo imparato a guardare il territorio.
Perché Petrini, molto prima che diventassero temi centrali nel dibattito pubblico, aveva intuito che biodiversità, comunità locali, paesaggio e produzione agricola erano parte dello stesso ecosistema culturale. E che senza chi vive la montagna, la montagna stessa rischia di trasformarsi in una semplice cartolina.
Negli anni in cui le Alpi e gli Appennini venivano raccontati soprattutto attraverso il turismo di massa, quello che affolla poche località senza lasciare una vera esperienza, quello degli anni Ottanta e Novanta che ha portato i vizi e gli agi della città in quota, Petrini parlava invece di agricoltura montana, filiere corte, piccoli produttori, dignità economica delle terre alte e valore culturale del cibo. Un linguaggio che oggi è diventato centrale nel dibattito sulle aree interne.
La sua non era una riflessione nostalgica. Al contrario, era un modo molto concreto di leggere il presente. Per Petrini il rischio era chiaro: territori sempre più visitati, ma sempre meno abitati. Borghi trasformati in scenografie, economie locali schiacciate dalla monocultura turistica e comunità progressivamente svuotate.
In uno dei suoi interventi dedicati al rapporto tra turismo e territori scriveva: “Un turismo che non sa governare i suoi limiti è come il vino mal fatto: ti fa sentire brillo all’inizio, ma poi ti lascia il mal di testa. Bisogna tornare a dare valore al senso del limite e ricordarsi delle umili origini contadine di questi territori nel rispetto della storia e della relazione armoniosa con la Terra; precondizioni necessarie per il successo di qualsiasi territorio che prospera in virtù del patrimonio naturale e culturale in esso presente”.
E ancora:
“Perché il punto è questo: un borgo senza bottega, senza forno, senza osteria, senza parrocchia, è solo una cartolina. Bella, sì. Ma vuota. Così come un paesaggio in cui non esiste altra forma di diversità al di fuori della vite è monotono. Oggi si parla tanto di ‘turismo sostenibile’, ma troppe volte è solo uno slogan. Sostenibilità vuol dire che il turismo deve far bene, e non solo far soldi. Deve lasciare più di quello che prende”.
Parole che oggi sembrano descrivere perfettamente molte vallate alpine, strette tra overtourism, crisi climatica, seconde case e difficoltà sempre maggiori nel mantenere vivi servizi e comunità residenti.
Anche per questo l’eredità culturale di Petrini parla direttamente alla montagna contemporanea. Perché il fondatore di Slow Food aveva compreso prima di molti altri che il valore di un territorio non può essere misurato soltanto attraverso i numeri del turismo o della crescita economica. “Io vado alla scoperta di un luogo perché c’è gente che sorride, c’è una comunità viva e aperta all’accoglienza, che sa ancora raccontare la genesi degli edifici e delle storie di vita che hanno ospitato, del perché quel muretto a secco è lì, e del perché si coltivano alcune varietà specifiche e altre no. Ho fatto il riferimento specifico alle Langhe, ma questo discorso si può trasporre a molte altre aree del nostro Belpaese. Dobbiamo impegnarci affinché i luoghi non siano solo belli e accoglienti per i turisti che li ammirano, ma anche per i cittadini che li vivono“.
E mantenere una popolazione attiva in montagna, in quelli che Petrini definivia “presidi”, “significa assicurare benessere a tutto il Paese“. Petrini lo diceva parlando dei prodotti di montagna, delle filiere che si sviluppano nelle terre alte. “Si tratta di produzioni in media migliori sotto il profilo qualitativo, è un bene per i produttori che resistono e non potrebbero competere sul prezzo. Ed è un bene per la collettività”. Perché qui si nasconde il vero valore delle aree interne. Un valore che “va ben oltre il Pil, il numero di abitanti e perfino gli occupati, poiché in questi luoghi si costruiscono buona parte dei beni comuni a disposizione del Paese”.
Una visione, la sua, che negli anni ha contribuito a cambiare anche il racconto delle terre alte. Perché oggi parole come biodiversità, filiera locale, sostenibilità, comunità e autenticità sono diventate centrali nel linguaggio con cui si parla di montagne. Ma quando Petrini iniziò a usarle, tutto questo sembrava ancora marginale. Il suo celebre principio del “buono, pulito e giusto” non era soltanto uno slogan legato al cibo. Era una visione politica e culturale del rapporto tra uomo e territorio.
“Il cibo è ben più che un semplice prodotto da consumare: è felicità, identità, cultura, convivialità, nutrimento, economia di territorio, sopravvivenza.”