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L’arte di meditare camminando

Da sentiero materiale a sentiero spirituale, Paolo Paci ci porta a riflettere sul valore dell'escursionismo partendo dal libro "Lo zen e l’arte di meditare camminando".

Stavo amabilmente chiacchierando con Cecilia Perucci, editore di Corbaccio, e il discorso girava intorno all’intelligenza artificiale, che è un argomento divisivo: c’è chi la teme come l’Anticristo, c’è chi ne attende l’avvento come di un nuovo Messia digitale che ci salverà da noi stessi. Si parlava, naturalmente, anche dei tanti mestieri che a causa della IA scompariranno, tra cui forse il nostro, quello di scrittori ed editori (anche di lettori?). Comunque, da vero boomer stavo esaltando la bellezza dei lavori manuali (tipo: nella mia seconda vita farò il giardiniere) quando è entrato un collega con le copie di un libro fresco di stampa. Cecilia ne ha presa una con un largo sorriso e ha detto: “Ecco qualcosa in cui l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituirci”. Si riferiva al titolo del libro: Lo zen e l’arte di meditare camminando.

Corbaccio, lo sapete, ha una lunga tradizione di letteratura alpinistica, e in molti modi anche questo titolo riguarda la montagna, e le attività fisiche e manuali che in montagna si svolgono. Sì, perché come ci spiegano i due autori, il monaco olandese Phap Xa (il nome significa Fratello Equanimità) e il monaco americano Phap Luu (Fratello Corrente del Dharma), il “fare” è strettamente connesso al “meditare” e l’immobilità non è certo l’unico modo per il monaco buddhista di meditare: lo può fare camminando, per l’appunto, mangiando, oppure costruendo un sentiero. Quando a mia volta ho preso in mano il libro, scorrendo il sommario è proprio quello il capitolo che ha attirato la mia attenzione: “Il sentiero dell’azione”. Sentite cosa scrive Fratello Luu a pagina 133: “Costruire sentieri può essere un’arte consapevole. Il Buddha stesso fu un pioniere, aprendo un’antica via che chiamava Dharma… Un principio fondamentale nella costruzione di sentieri è quello di causare il minimo danno. Non si combatte con il terreno; al contrario, si entra in un profondo stato di flusso, in cui il sentiero si suggerisce da solo. Taglio rami, sposto rocce e, a volte, sradico un cespuglio. Questo è doloroso per la pianta e per gli esseri viventi che dipendono da essa. Ma imparo a ridurre al minimo il danno…”. Il paragrafo termina con le parole: “C’è amore in un sentiero”.

I due monaci scrivono a ragion veduta, perché sono esperti di sentieri. Il libro nasce infatti da una camminata che i Fratelli hanno intrapreso per sette settimane sul sentiero degli Appalachi, il più lungo al mondo (a farlo tutto sono 3500 chilometri) che percorre la dorsale più orientale degli Stati Uniti. I loro “ritiri di consapevolezza” inoltre si svolgono nei dintorni del monastero di Deer Park, in California, in luoghi mitici come lo Joshua Tree National Park e la Sierra Nevada.
Dal sentiero materiale al sentiero spirituale il passo è breve: “…costruire sentieri mi ha insegnato: fermati prima di infliggere una ferita, agendo in modo superficiale – con parole o azioni – e torna indietro. Guardati intorno, vedi se c’è un’altra via. Ricorda che il cammino è la destinazione: l’esperienza è il camminare e, camminando, costruisci il cammino”.

“Quante perle di saggezza” ho detto a Cecilia restituendole il libro. Ma anche volendo, non c’era ironia nella mia voce. Ho pensato a tutti gli spit che abbiamo piantato nelle nostre rocce. Alle ferrate. Ai rifugi trasformati in hotel di lusso. Alle croci di vetta, piccole, medie, colossali. Ho pensato alla pista di bob di Cortina e al bosco che non c’è più. Alle strade interpoderali che terminano nel nulla dei pascoli, alle nuove funivie di Zermatt, agli invasi per la neve artificiale che costellano le Alpi come perle velenose. Ho pensato ai tanti sentieri che percorriamo senza consapevolezza di chi siamo né della natura che ci circonda, ai sentieri della nostra vita su cui corriamo sfiatati, senza badare a chi urtiamo, feriamo, travolgiamo. È questo l’alpinismo frettoloso e consumista che vogliamo? Oppure vogliamo più tempo, tempo per respirare, nella consapevolezza di essere vivi?

Non ho nessuna intenzione di diventare buddhista, ma sento che questi insegnamenti vanno oltre qualsiasi dottrina e sono il “sentiero” da imboccare se davvero vogliamo salvarci. La mia prossima escursione, lo prometto, sarà senza meta. Camminerò per il desiderio del cammino, lungo un sentiero costruito non da qualche algoritmo ma dall’intelligenza naturale dei montanari di un tempo. E ripeterò in silenzio la meditazione dei Fratelli zen: “Inspirando, provo la gioia di essere vivo nel momento presente. Espirando, sorrido alle meraviglie della vita, dentro di me e intorno a me”.

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