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Tsunami in Alaska: quando il ritiro dei ghiacciai fa crollare le montagne

Con un’altezza di quasi 500 metri, l'onda generata da una frana nel Tracy Arm Fjord è ufficialmente la seconda più alta mai registrata sul pianeta. Un evento che suona come un campanello d'allarme per il futuro.

Quando sentiamo la parola “tsunami”, la nostra mente corre subito ai grandi disastri oceanici e al terremoto del Tōhoku, in Giappone, del 2011. In quell’occasione, un violento sisma sottomarino spostò una massa d’acqua immensa, creando onde che viaggiarono per chilometri fino a colpire la costa con una forza distruttiva tale da spazzare via intere città. La scienza ci insegna che, in realtà, lo tsunami non è un fenomeno che nasce esclusivamente dal fondo del mare: si tratta di uno spostamento improvviso di una massa d’acqua, che può essere causato da cause differenti.

In Alaska, questa “causa” non è arrivata dagli abissi ma dalle vette. Nel 2025, il crollo di un intero versante montuoso nel Tracy Arm Fjord ha generato quello che oggi è ufficialmente riconosciuto come il secondo mega tsunami più grande della storia. È superato solo dal leggendario evento di Lituya Bay del 1958 (sempre in Alaska), un’onda gigantesca innescata da una frana, a sua volta determinata da un violento terremoto. Nel caso del Tracy Arm, invece, non sono entrate in gioco le faglie: secondo gli esperti sarebbe stato causato dal ritiro dei ghiacciai.

Il mega tsunami del Tracy Arm Fjord

Il 10 agosto 2025, un’enorme massa rocciosa, situata al di sopra del ghiacciaio South Sawyer, è collassata riversandosi nel fiordo di Tracy Arm, a sud di Juneau, in Alaska. I numeri della ricerca dedicata all’evento, pubblicata di recente su Science, risultano impressionanti: circa 64 milioni di metri cubi di roccia (il volume equivalente a 24 Grandi Piramidi di Giza) si sono riversati nel fiordo in meno di sessanta secondi.

Questa massa colossale ha spostato l’acqua del fiordo con una violenza tale da creare un’onda d’urto iniziale alta 100 metri, che correndo a 70 metri al secondo ha generato un runup l’altezza raggiunta dalle acque sulla terraferma – con punte di 481 metri. Per capire la portata del record, basti pensare che l’onda ha letteralmente “scalato” le pareti del fiordo, strappando via alberi e terreno per mezzo chilometro di estensione verticale, e tale effetto devastante si è ripercosso su decine di chilometri di costa.

“Siamo stati fortunati”

“Siamo stati fortunati”,ha dichiarato il geologo Bretwood Higman alla BBC: solo l’orario notturno ha evitato che le navi da crociera cariche di turisti venissero travolte da questo muro d’acqua. Durante i mesi estivi, il fiordo è infatti attraversato da più di 20 imbarcazioni al giorno, che trasportano migliaia di passeggeri desiderosi di ammirare i ghiacciai della zona.

Come riportato dall’Università di Calgary in un video esplicativo del fenomeno, una barca con a bordo 150 persone è stata raggiunta dall’onda, fortunatamente a una distanza tale che l’altezza fosse ormai sufficientemente ridotta da non causare danni. Alcuni kayakers nella zona sono riusciti a scampare all’onda, perdendo però scarponi e attrezzatura.

Il fatto che l’Alaska ospiti i due mega tsunami più alti della storia non è un caso. La combinazione di pareti verticali, fiordi stretti e frequenti terremoti la rende l’ambiente ideale per questi cataclismi. Tuttavia, la ricerca sottolinea un fattore nuovo e determinante: il cambiamento climatico. Il progressivo ritiro del ghiacciaio South Sawyer sta di fatto indebolendo la montagna. Senza il ghiaccio a fare da “contrafforte”, la roccia è diventata instabile e dunque più tendente a crolli. Secondo gli scienziati, la fusione di ghiacciai e permafrost potrebbe rendere questo genere di fenomeni fino a dieci volte più frequenti rispetto al passato, trasformando aree di rara bellezza in zone ad altissimo rischio.

I segnali premonitori: la Terra ha “suonato”

Oltre al record d’altezza, l’evento ha stabilito un primato scientifico: è la seconda volta che viene registrata una “seiche” (un’oscillazione dell’acqua nel fiordo) durata oltre 36 ore. Questo fenomeno ha fatto sì che il fiordo continuasse a “risuonare” come una campana, producendo segnali rilevabili sia nei dati sismici che in quelli satellitari.

La domanda che sorge spontanea di fronte a eventi di tale portata è se, in qualche modo, il distacco potesse essere previsto. L’analisi dei dati ha rivelato che la montagna aveva dato segnali di instabilità già nei giorni precedenti attraverso micro-terremoti. “Sebbene il pendio non mostrasse segnali premonitori visibili, deboli segnali sismici rivelano un accumulo di instabilità nei giorni e soprattutto nelle ore precedenti al cedimento”, spiegano gli esperti, aggiungendo che “la frana stessa ha prodotto onde sismiche a lungo periodo equivalenti a un terremoto di magnitudo 5.4, rilevabili in tutto il mondo.”

 Questi “sussurri” della terra, se monitorati correttamente mediante misurazioni dirette o telerilevamento, potrebbero rappresentare in futuro una importante – e forse unica – strategia di prevenzione dai mega tsunami.

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