Montagna.TV

Cuccioli in primavera: soli nel bosco, ma non abbandonati

Con il contributo tecnico della Dott.ssa Teresa Vianello, impariamo a riconoscere i comportamenti degli ungulati e a intervenire in soccorso dei piccoli solo quando è realmente necessario.

In primavera può capitare di imbattersi in un incontro magico quanto delicato: un cucciolo di cervo, capriolo o daino, immobile tra l’erba alta di un prato o nel silenzio del sottobosco. Apparentemente sono soli, fragili e “abbandonati”. L’istinto umano ci spinge a volerli aiutare, a portarli in salvo, ma spesso è proprio questo impulso a segnare il loro destino in modo drammatico.

Per capire le ragioni biologiche che si celano dietro questi presunti abbandoni e come gestire questi incontri nella maniera corretta, abbiamo contattato la Dott.ssa Teresa Vianello, medico veterinario specializzato in fauna selvatica, la cui attività si divide tra la gestione sul campo e il lavoro nei CRAS (Centri di Recupero Animali Selvatici), strutture specializzate che fungono da “pronto soccorso” per animali selvatici in difficoltà e rappresentano il principale riferimento per i casi di cuccioli “salvati” erroneamente dall’uomo. Parallelamente alla sua attività professionale, la Dott.ssa Vianello ha dato vita a For Fauna (@4.fauna): un progetto di divulgazione social, creato insieme ad altre esperte del settore, con l’obiettivo di trasformare l’esperienza sul campo in fonte di informazione e prevenzione, per avvicinare il pubblico alla natura in modo consapevole.

Dott.ssa Vianello, in questo periodo dell’anno su web e social si moltiplicano i contenuti che mirano a informare la collettività della presenza potenziale di cuccioli tra prati e boschi, invitando a non toccarli. Eppure, i casi di recupero a fin di bene si continuano a verificare. C’è evidentemente bisogno di comprendere il motivo per cui è opportuno lasciarli stare. Può spiegarci perché i piccoli non vanno “aiutati”?

Iniziamo con il definire chi sono i cuccioli al centro del “problema”. Parliamo prima di tutto di ungulati selvatici, in particolare di Bovidi e Cervidi. I primi sono rappresentati in Italia da stambecco, camoscio e muflone. I secondi sono invece cervo rosso, daino e capriolo. Le differenze tra le due famiglie sono molteplici, a livello morfologico, etologico, fisiologico. Pensiamo ad esempio alle appendici craniche: i Cervidi hanno i palchi, che cadono e ricrescono annualmente, mentre i Bovidi hanno le corna vere e proprie, che sono a crescita continua e non vengono mai perse. Anche nella gestione dei cuccioli troviamo profonde differenze, in quanto adottano diverse strategie di difesa. I cuccioli dei Bovidi selvatici sono definiti followers: nascono già capaci di camminare, anche correre e saltare per seguire la madre negli ambienti impervi d’alta quota. Questo adattamento consente loro di rimanere col gruppo, seguire i genitori, farsi da loro difendere da quelli che sono i predatori tipici degli ambienti in cui vivono, che comprendono anche quelli che arrivano dal cielo, come aquile o gipeti. I cuccioli dei Cervidi sono invece hiders: nascono incapaci di seguire attivamente la madre e vivono in ambienti ricchi di nascondigli, come boschi e prati. Per questo vengono lasciati soli per molto tempo durante la giornata.

È dunque un abbandono temporaneo?

Esattamente. La strategia della mamma è la seguente: nascondo il mio piccolo, vado a pascolare in un’altra zona in modo tale da non attirare i predatori su di lui e torno 2 o 3 volte al giorno per allattarlo. È una strategia di tutela efficace: i cuccioli nascono infatti quasi inodori e mimetici. A volte capita di incontrarli in bosco e, finché non ci si mette quasi piede sopra, può risultare difficile riconoscerne la presenza. Rimanere fermi è un vantaggio per la difesa dai predatori – in questo caso principalmente terrestri, come lupo, volpe o sciacallo – ma diventa un problema per quanto concerne un altro ignaro predatore: l’uomo. Vedere un cucciolo da solo ci spinge a pensare che sia in pericolo e dunque a intervenire in suo aiuto, ma in realtà sta solo aspettando la mamma.

Quali possono essere le conseguenze di un recupero da parte dell’uomo?

Recuperare un cucciolo sano lo condanna, nella migliore delle ipotesi, a una vita in cattività. Ma anche il solo toccarlo è rischioso. Tra madre e cucciolo il riconoscimento avviene sia attraverso vocalizzazioni sia tramite segnali olfattivi: la femmina si aspetta che il suo piccolo sia inodore. Se avvicinandosi al punto in cui lo aveva lasciato avverte l’odore dell’uomo — percepito come un predatore — può pensare che sia stato vittima di predazione e, per istinto di sopravvivenza, potrebbe abbandonarlo definitivamente. Pertanto, anche il riposizionamento di un animale effettivamente a rischio, come può capitare ad esempio nei prati da sfalciare, dovrebbe essere svolto assicurandosi di non lasciare il proprio odore sul cucciolo.

Qual è il consiglio migliore in caso di incontro con un cucciolo che si trovi, a nostro avviso, in difficoltà?

Di chiamare il CRAS di riferimento per ricevere istruzioni prima di agire o anche per attivare un recupero ove necessario. L’operatore che risponde saprà valutare caso per caso e fornire le indicazioni corrette. Ci sono infatti situazioni in cui effettivamente bisogna intervenire, perché i piccoli sono realmente in difficoltà. Vi facevo cenno agli sfalci: può capitare che i cuccioli rimangano vittime delle lame. Possono anche essere vittime di predazioni da parte di un animale domestico lasciato libero di vagare in ambiente naturale. Può capitare che la mamma muoia, magari investita, e dunque un cucciolo sia effettivamente orfano: anche in questo caso è necessario procedere al recupero.

Una volta recuperato da un CRAS, il cucciolo ha la possibilità di essere reintrodotto nel suo ambiente naturale?

È molto difficile. I cuccioli feriti vengono allevati in cattività poi, se si fa un buon lavoro, lo si reimmette in natura da adulto. Il problema dell’allevamento in cattività per caprioli, cervi o daini è l’imprinting. Un piccolo Cervide allevato a mano finisce per riconoscersi parte della specie umana. Ci si ritrova così ad avere animali selvatici che seguono le persone come cagnolini ma che restano comunque selvatici, per cui il loro istinto rimane. Immaginiamo di aver recuperato e portato a casa un cucciolo di cervo: il primo anno diventa quasi un animale domestico, cresciuto magari nel giardino di casa, e non crea danno; negli anni a seguire cresce, diventa adulto e gli ormoni e l’etologia portano l’animale a esprimere comportamenti tipici della sua specie, come la lotta e la difesa del territorio. In questo caso, soprattutto se si tratta di maschi, può essere messa a rischio la salute delle persone. Sono animali selvatici che dovrebbero stare in natura, non possono essere gestiti in cattività da persone inesperte.

Faceva cenno a un “buon lavoro” che però consentirebbe la loro reintroduzione in natura..

Sì, esistono metodi che consentono di allevarli senza rischio di imprinting, utilizzati nei centri recupero. Sono metodi che risultano però sofisticati, sia per la necessità di particolare strumentazione che di strutture apposite, realizzate in modo tale che gli animali non vedano mai gli esseri umani. Inoltre, concentrare nello stesso ambiente diversi cuccioli – della stessa specie o delle 3 specie di Cervidi– promuove il fatto che crescendo insieme si riconoscano come appartenenti alla propria specie, e non alla specie umana. Una volta arrivati a un’età che ne garantisce l’autonomia, vengono liberati nell’ambiente senza il rischio che vadano a cercare le persone, nella convinzione di essere umani anche loro.

L’argomento dei cuccioli “abbandonati” e delle potenziali conseguenze di un recupero immotivato è stato descritto, in maniera chiara e sintetica, in un reel che la vede protagonista sul canale For Fauna. Ci racconta come è nata questa iniziativa di divulgazione sui social?

For Fauna nasce da un’idea condivisa con altre 3 ragazze che, come me, hanno svolto studi attinenti alla fauna selvatica. Ci siamo conosciute ad un Master sulla salvaguardia degli animali selvatici e siamo rimaste in contatto. Una sera riflettevamo sul fatto che i social influenzano molto le persone e vengono fatte circolare tante castronerie. Partendo dal presupposto che non si può pensare di chiedere a qualcuno di proteggere qualcosa che non ama e/o che non conosce, abbiamo pensato di provare a sfruttare il canale dei social per far conoscere il mondo della fauna selvatica al pubblico e promuovere la diffusione di un sentimento di tutela. Il progetto è iniziato come un tentativo e nel tempo lo stiamo strutturando sempre di più. Abbiamo anche iniziato a partecipare a conferenze, a eventi in presenza e a strutturare collaborazioni con enti e associazioni che gestiscono altre pagine che si occupano del tema.

Nella sua attività professionale le capita di toccare con mano la problematica dei cuccioli in primavera?

Sì, la divulgazione che cerco di condurre attraverso For Fauna è legata alla mia esperienza lavorativa. Mi occupo infatti di animali selvatici, svolgendo attività di conservazione sia in situ – monitoraggio faunistico e gestione della fauna – sia ex situ nei centri di recupero per la fauna selvatica. Nei CRAS capitano di frequente casi di recupero di cuccioli, e non parliamo soltanto di ungulati ma anche di leprottini, cuccioli di mesocarnivori come volpe e faine, o pulli degli uccelli.

Quanto è difficile riuscire a fare divulgazione scientifica in un presente in cui la comunicazione richiede velocità?

Non è facile e abbiamo avviato il nostro progetto pienamente coscienti di tale difficoltà. Abbiamo voluto provare a utilizzare i social come mezzo di divulgazione alternativo ai classici articoli scientifici, che non tutti hanno tempo e voglia di leggere. Elaboriamo i nostri post assicurandoci di diffondere contenuti validi su base scientifica, cercando di far comprendere al pubblico che siamo professioniste del settore e non un gruppo di improvvisate con l’obiettivo di conquistare like. Cerchiamo di diffondere i nostri messaggi in maniera semplice, a volte leggera e divertente, per instillare negli utenti la curiosità e la voglia di approfondire.

Exit mobile version