
Il cane è, per antonomasia, l’amico a quattro zampe dell’uomo. Sebbene nel tempo le nostre inclinazioni domestiche si siano espanse verso “derive” più selvatiche ed esotiche, il cane mantiene un primato affettivo unico, venendo percepito a tutti gli effetti come un compagno di vita e un membro della famiglia. Tuttavia, la definizione classica di animale domestico (storicamente condivisa con il gatto) appare oggi limitante: il cane è diventato il partner ideale per le esperienze outdoor, con cui condividere escursioni e trekking tra fatica e meraviglia.
Proprio la cronaca di questi giorni ha riportato prepotentemente al centro del dibattito pubblico la complessità di questo rapporto quando si sposta negli spazi aperti. La vicenda del giornalista Michele Serra – che ha voluto condividere con i lettori della newsletter Ok Boomer! del Post, il racconto della morte del cane Osso, presumibilmente sbranato dai lupi nei pressi della sua abitazione in Val Tidone – ha profondamente polarizzato l’opinione pubblica. Da un lato, c’è chi ha espresso vicinanza allo scrittore, vedendo nel lupo un predatore ormai troppo presente sul territorio nazionale, un problema fuori controllo; dall’altro, una nutrita schiera ha puntato il dito contro una mancanza di responsabilità del padrone, colpevole di aver concesso all’animale una libertà di movimento incompatibile con i rischi di un territorio selvaggio.
Al di là delle faziosità, questo episodio ci ricorda che la montagna non è un giardino urbano esteso e funge da spunto per approfondire quali siano le regole — scritte e non — per una fruizione della natura in compagnia dei nostri amici a quattro zampe che garantisca la sicurezza del cane e il rispetto dell’ambiente.
La conduzione del cane in natura, una libertà regolamentata
In Italia, la conduzione del cane è regolata da una Ordinanza del Ministero della Salute (Ordinanza 10 luglio 2025) che riconosce il proprietario di un cane “sempre responsabile del benessere e del controllo del proprio animale”. Di conseguenza, il proprietario “risponde sia civilmente che penalmente dei danni o lesioni che questi arreca a persone, animali o cose”.
Il Ministero dispone l’uso obbligatorio di guinzaglio di misura massima di 1,50 metri “nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico – fatte salve le aree per cani individuate dai Comuni”. Si tratta di una definizione che include i luoghi aperti al pubblico: un’espressione che, sebbene caratterizzata da un’ampia libertà di interpretazione, nella prassi giuridica include anche i sentieri montani e i boschi, in quanto aree accessibili alla collettività senza restrizioni.
Il limite del metro e mezzo di lunghezza del guinzaglio serve a garantire che il padrone abbia il controllo immediato del cane in caso di incontri ravvicinati, con umani e animali. Sebbene in montagna si sia tentati di usare guinzagli lunghi o estensibili per lasciare al cane più spazio e libertà, bisogna ricordare che in caso di emergenza o di controllo da parte delle autorità, la lunghezza deve essere ridotta a norma di legge. Inoltre, è obbligatorio avere sempre nello zaino una museruola, rigida o morbida, che non deve essere necessariamente indossata, ma deve essere pronta all’uso “in caso di potenziale pericolo”. Ricordiamo inoltre che, tra gli obblighi di legge, rientrino l’iscrizione all’Anagrafe Canina e l’identificazione tramite microchip.
Oltre al guinzaglio e alla museruola, bisognerebbe avere sempre con sé dei sacchetti per la raccolta delle deiezioni. È un errore comune pensare che in natura le feci del cane non vadano raccolte: se in città l’obiettivo è il decoro pubblico, in quota la priorità è la biosicurezza. Gli escrementi possono infatti veicolare parassiti e patogeni estranei all’ecosistema montano, oltre a rappresentare un segnale di allarme chimico per i selvatici (ci torneremo più avanti). Le deiezioni vanno dunque sempre raccolte e riportate a valle per un corretto smaltimento.
Il caso delle aree protette
La regola del guinzaglio assume un peso maggiore all’interno delle aree protette, dove il controllo dell’animale contribuisce alla funzione primaria della conservazione della biodiversità. Salvo divieti specifici nelle zone a protezione integrale o in aree di particolare pregio naturalistico, i Parchi solitamente non vietano l’accesso ai cani, ma ne regolano rigorosamente la conduzione.
Prendiamo come esempio il Parco Nazionale dello Stelvio: l’Art. 33 del Regolamento permette la conduzione dei cani nelle zone B, C e D, ma impone l’uso tassativo del guinzaglio e la permanenza sui sentieri tracciati. Deroghe sono concesse solo ai cani da lavoro (soccorso, conduzione greggi o sorveglianza). Similmente, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, l’accesso è consentito, sempre al guinzaglio, solo nelle aree di fondovalle e, dal 15 luglio al 15 settembre, lungo alcuni sentieri stabiliti in base al Regolamento del Parco.
Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, come riportato nella sezione FAQ del sito ufficiale, “all’interno del Parco l’accesso ai sentieri con il cane da compagnia al seguito è regolamentato. L’accesso è infatti vietato solo su alcuni sentieri del Parco, che attraversano zone di riserva integrale o in generale zone particolarmente importanti e delicate. Dei 153 sentieri ufficiali del Parco, sono ben 88 gli itinerari che possono essere percorsi con cane al seguito, rigorosamente al guinzaglio”.
Ma perché questa “limitazione” della libertà di un cane, anche laddove si tratti di un esemplare ben educato e abituato a non allontanarsi in autonomia dal padrone? La risposta non è univoca.
In primo luogo, il comportamento che un cane ha in ambiente domestico e urbano non è rappresentativo di quanto può accadere in ambiente naturale, dove il nostro Fido si trova a essere ospite di un territorio abitato da animali selvatici. Il cane è percepito dalla fauna come un predatore. Come tale, può causare condizioni di stress e fuga negli animali selvatici, con potenziali conseguenze quali l’abbandono dei piccoli.
Attraverso il rilascio di deiezioni, il cane può rappresentare un potenziale veicolo di malattie, come il cimurro o la leptospirosi (di contro, può contrarre patologie dalla fauna selvatica). Peli, feci e urine del cane lasciano poi tracce odorose che “inquinano” i messaggi chimici della fauna locale. Stimolato dalla presenza della fauna, un cane senza guinzaglio potrebbe infine attaccare e uccidere animali selvatici o, viceversa, rimanere vittima di un attacco.
Il cane, un compagno da “ascoltare”
Oltre al rispetto delle norme, la responsabilità del padrone si misura anche nella capacità di ascolto del proprio animale. Prima di allacciare gli scarponi è bene tenere a mente un altro elemento: che esattamente come accade per noi umani, ogni cane ha una sua fisicità e personalità. Un’escursione deve essere tarata sulle sue specifiche condizioni fisiche – stazza, tipologia di pelo, età e grado di allenamento sono variabili cruciali – e la sua indole.
Bisogna approcciarsi al cane come sarebbe bene fare con un compagno meno esperto, assicurandosi che l’itinerario sia idoneo alle sue capacità. Un cane non abituato a determinate lunghezze e dislivelli può patire maggiormente la stanchezza o soffrire per condizioni climatiche avverse (dal colpo di calore al gelo), mostrare timore verso terreni più tecnici. La responsabilità del suo benessere ricade interamente sul padrone.
Verificata la possibilità psico-fisica da parte del cane di affrontare un determinato itinerario, bisogna assicurarsi di portare con sé anche l’equipaggiamento necessario per affrontare in sicurezza l’uscita. Mai dimenticare l’acqua – anche laddove siano disponibili fonti di ricarica – qualche snack, eventuale mantellina, un kit di primo soccorso ma, soprattutto guinzaglio e museruola.